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	<title>Luigi D&#039;Elia Psicologo Psicoterapeuta</title>
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	<description>Consulenze e Psicoterapie Accessibili </description>
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		<title>Psicoterapia Aperta. Finalmente le cure psicologiche accessibili</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Jul 2018 13:08:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi D'Elia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia aperta. psicoterapia low cost]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 13 Giugno viene alla luce, dopo alcuni mesi di gestazione, il portale Psicoterapia Aperta da un&#8217;idea del sottoscritto e con l&#8217;aiuto di un valoroso piccolo manipolo di colleghe e colleghi. Per chi non ha le possibilità economiche di affrontare le spese di una psicoterapia a prezzi di mercato (70-80 € a seduta) per periodi prolungati, [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il 13 Giugno viene alla luce, dopo alcuni mesi di gestazione, il portale <a href="https://www.psicoterapia-aperta.it">Psicoterapia Aperta</a> da un&#8217;idea del sottoscritto e con l&#8217;aiuto di un valoroso piccolo manipolo di colleghe e colleghi.</p>
<p>Per chi non ha le possibilità economiche di affrontare le spese di una psicoterapia a prezzi di mercato (70-80 € a seduta) per periodi prolungati, oggi esiste grazie a questa iniziativa, la possibilità di ottenere a meno della metà dei costi (dai 25 ai 40 €) le stesse prestazioni professionali. E su tutto il territorio nazionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Mondi Dispercettivi. Le trasformazioni sociali dell’ultimo cinquantennio</title>
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		<pubDate>Mon, 29 May 2017 14:59:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi D'Elia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Scenari Sociali]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli effetti estranianti tipici degli ultimi decenni della nostra epoca caratterizzata da un&#8217;accelerazione della storia, hanno una loro incubazione genealogica nello scorso secolo. Mi soffermo ora su alcune particolarità che definirei fondative della nostra epoca storica e che a mio parere determinano intrinsecamente fenomeni dispercettivi, intesi qui in un’accezione estesa, di valutazioni infondate, distorsioni, basate su [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Gli effetti estranianti tipici degli ultimi decenni della nostra epoca caratterizzata da un&#8217;accelerazione della storia, hanno una loro incubazione genealogica nello scorso secolo. Mi soffermo ora su alcune particolarità che definirei fondative della nostra epoca storica e che a mio parere determinano intrinsecamente fenomeni dispercettivi, intesi qui in un’accezione estesa, di valutazioni infondate, distorsioni, basate su una sorta di <i>effetto di campo culturale</i>. L’idea che lo <i>zeitgeist</i> di un’epoca possa produrre visioni collettive particolarmente orientate e parziali non è affatto nuova: basti guardare a quanto accaduto qui in Europa negli anni ’20 e ’30 dello scorso secolo e studiare a fondo il <i>processo di nazificazione</i> della Germania per toccare con mano come lo <i>spirito del tempo</i> abbia potuto costruire visioni altamente distorte dell’umanità stessa in ogni individuo molto al di qua della sua buona fede.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Per questo, in un articolo dal nome “<i>Dispercezioni</i>” comparso su “<i>Corpo, Riflessione, Immagine</i>” (a cura di Simonetta Putti e Ferdinando Testa. Alpes Italia Editore, Roma, 2011) e da cui estraggo questo paragrafo, tentavo di delineare un ideale itinerario culturale di studiosi-osservatori della contemporaneità i quali, ponendosi sul confine tra era moderna e post-moderna, erano riusciti meglio di altri (a mio arbitrario parere) a delineare alcuni fenomeni particolarmente caratterizzanti l’epoca attuale.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">È proprio la loro posizione di confine quella privilegiata (tutti nati tra le due guerre e hanno vissuto la loro giovinezza nel secondo dopoguerra), quella che consente di osservare il passaggio da uno stato delle cose ad un altro. E ciò avviene durante tutto il XX secolo, specie la seconda metà, a cavallo della seconda guerra mondiale, la guerra fredda e la nascita del capitalismo finanziario e iperconsumistico. </span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Questi osservatori erano infatti alquanto turbati dai cambiamenti in atto sotto i loro occhi: le categorie del pensiero e dell’umano consesso erano vistosamente in crisi. <b>Non era più possibile</b><b> </b><b>distinguere il vero dal falso, e nemmeno il vero dal verosimile</b>. I legami sociali erano altrettanto vistosamente condizionati dai nuovi rapporti di produzione e di scambio che la nuova ideologia economico-politica imponeva, il tutto nella direzione dello sfilacciamento dei legami sociali e nel trionfo, come ci indica Foucault, <i>dell’interesse individuale</i>. </span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">L’intero profilo della società, delle sue abitudini fin dentro il mondo intrapsichico degli individui, diventavano rapidamente e sotto i loro occhi di una natura diversa, <i>altra cosa</i>, irriconoscibili.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Immaginiamoci dunque la sensazione di un mondo che prende un percorso in discesa e veloce che nessuno sa dove conduce. Credo che sia stato questo il vissuto di quell’epoca che spingeva questi autori, indubbiamente sensibili e geniali, ad un urgente tentativo di comprensione delle coordinate e della cause principali di tali mutamenti, nel tentativo di un ri-orientamento.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Innanzitutto <b>Guy Debord, 1931-1994,</b> (<i>La società dello spettacolo,</i> 1967), vero e proprio profeta dell’era ipermoderna.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Egli sostiene che nella società ipermoderna <i>l’illusione è</i><i> la realtà</i>. Merce, Verità e costruzione sociale si sono sublimati nello <i>Spettacolo</i>.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Dice <b>Guy Debord</b>: <i>“Lo spettacolo è il momento in cui la merce è pervenuta all’occupazione totale della vita sociale”</i> [§ 42], lo stadio più avanzato della società occidentale, quello in cui i processi simbolici dei nuovi stili di vita e l’ideologia-non-ideologia neoliberista si sono totalmente impadroniti, senza colpo ferire, della psiche collettiva e individuale.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Ed ancora: “<i>tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione” </i>[§ 1]. L’immagine spettacolarizzata si separa dalla vita, ci spiega Debord e “<i>lo spettacolo in generale, come inversione concreta della vita, è il movimento autonomo del non-vivente”</i> [§ 2]. Si tratta di una vera e propria ri-programmazione dei codici sorgenti con i quali si stabiliscono i rapporti sociali, continua inquietantemente questo testo: “<i>lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra persone, mediato da immagini” </i>[§ 4] Lo spettacolo “<i>non dice nulla di più che «ciò che appare è buono, ciò che è buono appare»”</i> [§ 12].</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Gli esiti di tale ri-programmazione sono globali e pervasivi. È come la discesa inesorabile dentro matrix: “<i>là dove il mondo reale si cambia in semplici immagini, le semplici immagini diventano degli esseri reali, e le motivazioni efficienti di un comportamento ipnotico” </i>[§ 18] Il prodotto è una forma di alienazione altrettanto pervasiva:<i> “più (lo spettatore) contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la propria esistenza e il proprio desiderio”</i><i> </i>[§ 30].</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">A seguire <b>Jean Baudrillard, 1929-2007.</b></span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">La puntuale descrizione fenomenologica del “<i>Sistema degli oggetti</i>” già consumistici di <b>Jean</b> <b>Baudrillard</b> del 1968 ci rende la misura di un disagio piuttosto tangibile rispetto alle epoche precedenti dove gli oggetti conservavano nella vita degli individui ancora un prevalente posto <i>funzionale</i> e non ancora totalmente simbolizzato-gadgettistico.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">“<i>Il consumo, se mai ha un senso, </i><i>è un&#8217;attività di manipolazione sistematica dei segni.[…]</i><i> il consumo è una prassi idealista totale che non ha più nulla a che fare (al di là di un certo limite) con la soddisfazione dei bisogni né col principio di realtà.[…]</i>”.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Nell’era postmoderna è il simulacro che domina la scena: “<i>il simulare inficia la differenza tra vero e falso, tra reale e immaginario</i>”. L’informazione mediatica si propone quindi come massima forma di simulazione: “<i>i segni si evolvono, si concatenano e producono se stessi, sovrapponendosi l’uno all’altro in modo che non esiste un punto di riferimento assoluto che possa servir loro da appoggio</i>” (Baudrillard, 1976).</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Si viene a creare perciò un’inflazione di segni che non rimandano più ad alcun contenuto se non a se stessi, in una sorta di continua riproduzione cancerogena in cui, come nelle opere del visionario Warhol, l’originale viene disperso e distrutto, e valgono solo le infinite riproduzioni, che assumono in tal modo dignità di “opera”, di realtà.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Ed infine <b>Michel Foucault, 1926-1984.</b></span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Quando <b>Michel Foucault</b> nelle sue lezioni al Collège de France del 1979, indica il mercato come unico luogo di <i>veridizione</i>, cioè di costruzione della verità, l’operazione di manipolazione politico-mediatica del secolo scorso aveva già un lungo curriculum alle spalle. Prima con la fondazione della <i>propaganda</i> da parte di Edward Barnays (1928), capostipite di ogni forma di tecnologia di manipolazione delle masse, dalle campagne pubblicitarie alle tecniche del consenso (guardate il documentario della BBC, <i>Il secolo del sé</i>, 2002) a prescindere dal tipo di regime (Goebbels, ad esempio, era un discepolo dichiarato di Barnays). Poi con i diversi passaggi successivi che il liberismo occidentale realizza nei due dopoguerra e in special modo nel secondo fino a giungere alla soglia degli anni ’80. </span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">L’homo oeconomicus, modello d’uomo contemporaneo, fonte e destinatario allo stesso tempo dello stile di vita neoliberale, è imprenditore di se stesso, diventa nelle teorizzazioni di alcuni economisti, come Victor Lebow negli anni ’50 (Leonard Annie, 2007), e poi Gary Becker negli anni ’60-’70, circolarmente protagonista del sistema economico e sociale: <i>“il consumatore, nella misura in cui consuma, è un produttore. E che cosa produce? Produce, molto semplicemente, la propria soddisfazione. Si deve pertanto considerare il consumo come un’attività d’impresa attraverso cui l’individuo, a partire dal capitale di cui dispone, produrrà qualcosa che sarà la propria soddisfazione</i>” (in Foucault, op. cit.).<br />
Il salto concettuale che fa il neoliberismo americano ed il suo way of life è enorme e decisivo (oltre che attualissimo), <b>si annulla la polarità dialettica produzione/consumo, il consumatore assume completamente le logiche della produzione, diventa egli stesso produttore (di felicità, di soddisfazione), si realizza una circolarità che diventa l’ossatura della società</b>: economia e stile di vita trovano qui un’eccellente saldatura, una quadratura del cerchio che esalta il mercato come pietra angolare e fonte di costruzione della verità, di veridizione, appunto. <b>Il cortocircuito produttore-consumatore conduce perciò il consumatore a diventare responsabile dell’andamento stesso della sua economia, psichica e nazionale</b>: la sua ricerca di soddisfazione è la bussola che modella il senso della vita estraendone “verità”. Molto più indottrinante e molto più pervasivo di una nuova religione.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Riassumendo in una sola frase i concetti estratti da questi 3 autori potremmo dire:</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"><i><b>il mercato spettacolarizzato</b></i><i><b>, spazio della simulazione e della replicazione, è il nuovo </b></i><i><b>luogo di veridizione della realtà</b></i><i><b> nella attuale società</b></i><i><b>.</b></i></span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">La veridizione nella società ipermoderna diventa immediatamente principio percettivo, criterio ordinatore delle contemporanee verità, fruibili e commerciabili, dove però ai misteri delle <i>verità che amano nascondersi</i> si è sostituita la varietà delle merci ben mostrate sui banconi della società dello spettacolo. Tale principio percettivo è però immediatamente anche un principio <i>dispercettivo, </i>condizione necessaria, quella dispercettiva, distorcente, affinché una merce sia inserita in un ciclo continuo di consumo e obsolescenza rapida. </span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Cosa distingue su un piano neurologico un segnale da un rumore di fondo, un’informazione da uno scarabocchio sul muro? Come procede il cervello dell’anoressica, il cui corpo è diventato merce scaduta e scadente, nel dis-percepirsi come grassa? Cosa accade nel cervello del gambler da videopoker nel sentirsi trascinato e cullato dal senza-tempo della sua ripetizione dis-percependo la propria rovina economica? Come si sviluppa la fenomenologia dispercettiva?</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><em>Tratto da: Luigi D’Elia  <strong><a href="https://www.amazon.it/Alienazioni-compiacenti-Stare-bene-societ%C3%A0-ebook/dp/B00Z3MRMBK" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Alienazioni Compiacenti, star bene fa male alla società</a>, 2015</strong></em></p>
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		<title>Perché non siamo più comunitari</title>
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		<pubDate>Mon, 22 May 2017 12:18:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi D'Elia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Scenari Sociali]]></category>

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		<description><![CDATA[Uno dei concetti-chiave del mio modo di esercitare la psicoterapia è quello di gruppalità interna o comunità interna. In sostanza è l&#8217;idea che la nostra identità in quanto esseri umani si sia formata nel tempo come un gruppo che dialoga incessantemente e che agisce costantemente, con il proprio portato storico, su ogni nostro snodo evolutivo. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Uno dei concetti-chiave del mio modo di esercitare la psicoterapia è quello di <em>gruppalità interna</em> o <em>comunità interna</em>. In sostanza è l&#8217;idea che la nostra identità in quanto esseri umani si sia formata nel tempo come un gruppo che dialoga incessantemente e che agisce costantemente, con il proprio portato storico, su ogni nostro snodo evolutivo.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Nel tempo e con l&#8217;esperienza sono giunto alla convinzione che se vogliamo incidere sulla qualità del nostro stile di vita:</span></p>
<ol>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">non c’è possibilità di modificare strutturalmente uno stile di vita senza incidere profondamente sul paradigma e sulla natura dello scambio economico tra le varie parti di un sistema</span></p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">non c’è possibilità di un cambiamento strutturale dello stile di vita utilizzando esclusivamente criteri individualistici e soggettivi. Cambiare stile di vita ha senso solo all’interno di un campo comunitario e in una rete, piccola o grande, di relazioni.</span></p>
</li>
</ol>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Oggi, partendo da questi presupposti, voglio provare a portare avanti questa riflessione ponendo al centro della mia analisi proprio l’idea e la prassi del comunitarismo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Lo faccio a ragion veduta avendo avuto nella mia esperienza professionale alcune pratiche comunitarie, sia cliniche che politico-professionali. In estrema sintesi, in me convivono le buone pratiche della psichiatria-psicologia territoriale post-basagliana, i principi base di Rapoport, democrazia, condivisione, tolleranza, confronto con la realtà (“Community as a doctor”, 1960), una formazione su gruppi e istituzioni e soprattutto molta esperienza sul campo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Parlo di comunitarismo, allorquando si voglia immaginare un’alternativa migliorativa all’attuale stile di vita, sia perché considero gli attuali stili di vita, per come si sono messe le cose, di fatto inemendabili, cioè impossibilitati ad autocorreggersi o autoriformarsi; sia perché la vita comunitaria appare a me e a quasi tutti gli analisti della contemporaneità esattamente come la parte mutilata della nostra natura umana, quella parte che in questa fase storica abbiamo dovuto sacrificare sull’altare di istanze, bisogni, temporalità, modalità di questo presente che viviamo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">ζῷον πολιτικόν (zoon politicòn) secondo la tradizione classica aristotelica: il noi precede evolutivamente l’io e l’individualità è una pura astrazione al di fuori di un noi, di una vita gruppale, comunitaria, introiettata. Il modo di esistere degli ultimi decenni ha fortemente penalizzato questa specifica parte della natura umana, i suoi aspetti transindividuali (G. Simondon), i suoi aspetti di gruppalità interna ed esterna (S. Foulkes, D. Napolitani), enfatizzando le caratteristiche conformistiche dell’homo oeconomicus (S. Mill) e il suo tornaconto personale utilitaristico a detrimento di ogni movimento non-utilitaristico ma teso al bene comune (A. Caillé).</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">D’altro canto, tutte le ricerche sulla felicità e benessere in ambito della psicologia transculturale e sociale hanno come indicatore centrale le reti sociali formali e informali come elemento chiave nella valutazione della salute psicologica dell’individuo. Interessante notare a tal proposito, nelle <a href="http://www.istat.it/it/files/2014/06/Rapporto_Bes_2014.pdf">ultimissime rilevazioni del Istat sul benessere degli italiani</a>, come salute psicologica e relazioni sociali siano non a caso dimensioni visibilmente decrescenti.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">L&#8217;uomo comunitario si staglia dunque come utopia navigabile per il futuro, orizzonte al quale guardare e tendere per un cambiamento possibile.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Ma qualche dubbio mi assale: siamo proprio così sicuri che quando parliamo di uomo comunitario, uomo che vive nella sua comunità, che vi appartiene, stiamo dicendo o pensando la medesima cosa, o piuttosto questo riferimento al comunitarismo oscilla paurosamente tra un’immagine rarefatta e sbiadita di un passato che è ormai alle nostre spalle (e i cui risvolti negativi appaiono cancellati) e riferimenti ad un presente che somiglia molto alle riserve indiane o ad enclave culturali resistenti o marginali/emarginate? Molto facile quindi che il riferimento alla comunità sia astratto, teorico, idealistico, nostalgico e nulla sappiamo di quello che accade all’attuale uomo comunitario e tanto meno a quello futuro. Il rischio di ideologizzazione del concetto di comunitarismo e di uomo comunitario è quindi altissimo. Siamo proprio sicuri che il comunitarismo di oggi e quello di domani sia assimilabile a quello del passato oppure l’uomo comunitario di domani avrà tutt’altro aspetto?</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"><span style="font-size: 14pt;">Ci viene in aiuto il salutare e disidealizzante testo di Giovanni Barbieri, </span><i><span style="font-size: 14pt;">L&#8217;uomo comunitario nella società globalizzata</span><span style="font-size: 15.5556px;"> (Giovanni Barbieri, L&#8217;uomo comunitario nella società globalizzata (Rubbettino, Soveria Mannelli, 2010)</span></i><span style="font-size: 14pt;"> che ci permette di vedere i lati oscuri dell’attuale comunitarismo: il misconoscimento dell’altro, il razzismo, l’ossessione identitaria, l’endogamia, l’autoritarismo, il clientelismo. Tutti aspetti questi che possono perfettamente convivere con gli elementi positivi della vita comunitaria senza produrre imbarazzo.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">E dunque, l’insegnamento che ne possiamo trarre e che non è pensabile una comunità senza il male, questo è un presupposto ineludibile, e una comunità che lo esili, lo proietti all’esterno, che voglia chiamarsi fuori, è destinata quanto meno a rimanere sulle barricate e a giocare in difesa e in retroguardia.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Provo a immaginare come sarebbe l’uomo comunitario di oggi immaginando al contempo una sperimentazione pilota a partire dalla realtà esistente e a partire anche dalle premesse poste qui, dovendo perciò contemplare: gli aspetti degli scambi economici, gli aspetti relazionali e gruppali, gli aspetti controversi della natura umana, gli aspetti delle esperienze concrete già svolte, ma aggiungerei anche gli aspetti meta-contestuali all’interno dei quali svilupperebbe oggi un nuovo comunitarismo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">È mai possibile, cioè, pensare ad una sperimentazione che esuli dalle regole del sistema in cui insiste? Credo proprio di no.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">La sfida è quindi quella di immaginare una vita comunitaria oggi o domani che riepiloghi non-ideologicamente tutte le necessità di innovazione e cambiamento che la società ci propone, a cominciare dalla struttura dello scambio economico, fino a contemplare in quale dialettica quella comunità si ponga in funzione di ogni interfaccia interna ed esterna, ad esempio in funzione del rapporto individuo/gruppo, o famiglia/gruppo o del rapporto comunità ristretta/comunità allargata, solo per far alcuni esempi cruciali.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Se proviamo ad addentrarci nel vivo delle più acute contraddizioni che una vita comunitaria oggi ci proporrebbe, ci accorgiamo (e qui lo dico da gruppoanalista) che ciò che le esperienze di comunità ed anche le formulazioni teoriche più coraggiose fanno fatica a affrontare fino in fondo sono proprio questi nodi-interfacce individuo/gruppo, famiglia/gruppo, piccola comunità/grande comunità, dialettiche insature dell’interminabile lavoro personale di ognuno di noi. Questo perché i codici sociali che informano questi nodi cambiano rapidamente forma a queste dialettiche e con la forma cambiano anche, in buona parte, senso e contenuto.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Senza attraversare fino in fondo questi nodi, declinati al presente e concretamente, e non al passato e astrattamente, risulta difficile immaginare un comunitarismo contemporaneo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"><b>Come (non) si costruisce una comunità nella mente di un preadolescente qualunque</b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Prendiamo in esame le seguenti interfacce:</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">1.       individuo/gruppo, </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">2.       famiglia/gruppo, </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">3.       comunità ristretta/comunità allargata.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Per fare ciò ho pensato di utilizzare, come approssimazione argomentativa a tali criticità, l’espediente del caso emblematico che, per quanto ben poco significativo sul piano scientifico, risulta invece esserlo sul piano narrativo e quindi probabilmente più euristico di tanti dati statistici. Caso emblematico, generico, medio, che mi consenta di verificare attraverso la semplice osservazione ed esperienza diretta di alcuni casi simili, nell’odierna formazione dell’individuo contemporaneo, quali siano i principali problemi inerenti la costruzione di una personalità comunitaria.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Come caso emblematico prenderò quello di un preadolescente qualunque di 10-12 anni, abitante in un contesto urbano. Scelgo questa età e questa tipologia per alcuni motivi: è quella che riesco ad osservare meglio grazie al fatto che ho una figlia di quella fascia di età e frequento molti suoi coetanei; è un’età in cui alcuni aspetti della personalità si vanno definendo ed altri sono ancora tutti da definire e quindi un’età particolarmente mobile ed esposta alle variabili sociali nella quale è più facile osservare le citate criticità nella loro fase sorgiva.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Proviamo a scandagliare la storia della socialità di un preadolescente contemporaneo anche in relazione alle interfacce critiche prima dette.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"><b>Contesto famigliare</b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Mediamente un ragazzino di 10-12 anni è vissuto in una famiglia con due genitori, entrambi che lavorano, saltuariamente o stabilmente. È più spesso figlio unico (46,5% , dati 2010) o al massimo ha un fratello/sorella (43% ), raramente ha più di un fratello (10,5%). I nonni materni e paterni quando non sono del tutto assenti perché in altra città, o morti, o inabilitati (casi questi piuttosto frequenti secondo la mia personale osservazione), possono essere disponibili, ma non a tempo pieno e vivono più spesso separati dal nucleo famigliare. Le rispettive famiglie allargate, materne e paterne, molto spesso sono disaggregate e la presenza di zii e zie è saltuaria e evanescente se non del tutto assente. In molti casi la stessa coppia genitoriale è separata (31% dei casi, dati 2011 ) e la vita del ragazzino si deve organizzare tra una residenza principale e un’altra, minoritaria, o tra due residenze sullo stesso piano, spesso dovendo convivere con nuovi compagni/e dei genitori variabilmente integrati. Importantissima la presenza quasi costante di baby sitter, colf o aiutanti domestiche di varia tipologia che si affiancano al lavoro dei genitori e dei nonni, laddove presenti, e sopperiscono in maniera decisiva a moltissime incombenze.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Già soffermandoci su questo primo spaccato riguardante la struttura della famiglia, possiamo dedurne che bambini che crescono con una comunità famigliare o rete naturale articolata e stabile sono nella mia esperienza e osservazione diventati una netta minoranza e tutti gli altri si arrangiano come possono.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"><b>Reti sociali</b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Le agenzie sociali che intervengono a vario titolo nella formazione della gruppalità di un ragazzino preadolescente nei suoi primi 10-12 anni di vita possono essere molteplici, ma essenzialmente sono: la scuola, la chiesa, diverse attività sportive/ludiche/apprendimento extrascolastiche.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">La scuola entra prestissimo, a volte già entro il primo anno di vita, con i nidi pubblici o privati, nella vita dei bambini con la propria organizzazione gruppale di altri bambini e altri adulti e s’impone come la principale alternativa alla vita famigliare dell’individuo. Laddove l’organizzazione sociale di soli pochi decenni fa, con uno solo dei genitori lavoratore, rendeva nido e materna indispensabili solo per pochi, oggi già dalla primissima infanzia i bambini trascorrono molto tempo della settimana (circa 40 ore settimanali) lontano da casa e incontrano i genitori la sera per cena e il weekend (quando va bene). Poche le famiglie che possono consentirsi un solo genitore lavoratore e il tempo limitato a scuola. Giunti alle elementari sono già tanti i bambini figli unici o con un solo fratello che trovano nelle gruppalità scolastiche uno spazio mentale-sociale di riferimento, con frequentazioni anche casalinghe e talora incrociate con altre attività extrascolastiche di altri bambini e amichetti. Piccole amicizie esclusive o a piccolissimi gruppi di affezionati, spesso coincidenti con frequentazioni amicali dei corrispondenti genitori (sarebbe da approfondire il discorso delle nuove reti sociali diciamo così, di “prossimità filiale” da un punto di vista psico-antropologico).</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Finite le elementari, il delicatissimo passaggio alle scuole medie, troppo spesso vero e proprio purgatorio-pattumiera sociale dell’istituzione scolastica italiana, rappresenta di fatto un importante test di tenuta di tutto l’apparato psicosociale che fino a quel momento ha costruito l’individuo. Test che vede non pochi inciampi e non poche problematiche emergenti per di più in una fase esistenziale dell’individuo, la pubertà, irta di pericoli psicologici.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Ma accanto alla predominante funzione sociale della scuola (di cui la scuola stessa spesso non è del tutto consapevole), spesso la vita gruppale dei bambini si articola con altre frequentazioni fisse:</span></p>
<ul>
<li style="list-style-type: none;">
<ol type="a">
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">la parrocchia è un forte attrattore, per le famiglie credenti naturalmente, specie se ha strutture sportive e ludiche per accogliere bambini, e anche per via delle numerose attività che organizza (Scout, gruppi vari, colonie estive, catechismo, corsi vari);</span></p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">le innumerevoli attività ludico/sportivo/formative che quasi tutte le famiglie organizzano il pomeriggio per i ragazzini appena usciti da scuola: calcio, basket, equitazione, arti marziali, danza, canto, musica, coro, teatro, ludoteche, etc… Una porta girevole che accoglie i bambini usciti da scuola che vengono scaraventati in queste attività dove ritrovano altri bambini (a volte qualcuno conosciuto) con i quali fare amicizia e altri adulti-maestri dai quali apprendere altre attività.</span></p>
</li>
</ol>
</li>
</ul>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">A volta queste gruppalità sono come dei salvagente rispetto ad altre disfunzionali, nei quali i bambini trovano una dimensione più ristretta e rilassata; altre volte rappresentano contenitori di mero intrattenimento che non consentono l’approfondimento di relazioni e trame mentali durature e significative.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"><b>I grandi assenti: strada, cortile, condominio, quartiere</b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">In questo bailamme di luoghi e persone che convulsamente si avvicendano nella mente del ragazzino forse occorre sottolineare che nei contesti urbani, tale affastellamento di appuntamenti e luoghi di intrattenimento va esattamente a sopperire alla mancanza di strutture antropologiche spontanee di prossimità che sono tramontate quali potevano essere fino a pochi anni fa (e forse in alcune realtà non eccessivamente urbanizzate sono ancora oggi) la strada, i cortili, i condomini ed in genere la vita di quartiere. Accade oggi che le strade sono oggettivamente pericolose, nei cortili e nelle piazze è vietato giocare, i condomini troppo spesso sono forme di comunità conflittuali, i quartieri luoghi inospitali per i bambini se non per le sale slot che hanno sostituito i bar con i biliardini e i ping pong. Esistono solo, quando va bene, delle aree-giochi attrezzate per bambini fino ai 10 anni, in giardini pubblici, dove è raro ritrovare le stesse persone che le frequentano, e che guarda caso sono spesso e volentieri occupate da ragazzini più grandi ed anche adolescenti.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"><b>Gruppi di amici</b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Fino ai 12 anni un ragazzino che quasi mai si sposta da solo, frequenta e incontra i propri gruppi di amici, dei quali poi frequenta più assiduamente di fatto un piccolo o piccolissimo sottogruppo, o nei luoghi istituiti (scuola, parrocchia, attività sportiva extrascolastica, raramente per strada, cortile, in piazza), o dentro le case, la propria o quella dei propri amici. Queste amicizie raramente si mantengono e si estendono al di là delle occasioni di frequentazione date dai cicli scolastici o dalle attività ricreative specifiche, e si alternano con una certa rapidità. Sono quindi quasi tutte per così dire amicizie “stagionali” e si comportano come variabili dipendenti dai contesti e dai luoghi di frequentazione: più essi sono stabili, più è facile che l’amicizia si mantenga nel tempo, altrimenti tende ad essere labile.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"><b>Conclusioni</b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Dopo aver sorvolato – certo, con un volo troppo alto – le gruppalità di questo ragazzino generico preadolescente, contemporaneo, italiano, urbanizzato, di ceto medio, alla vigilia di grandi trasformazioni nella sua personalità alcune considerazioni dobbiamo pur svolgere, soprattutto in funzione degli obiettivi iniziali di questo lavoro e cioè esplorare le aree di criticità della costruzione di una vita mentale comunitaria.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">E a tal proposito occorre rilevare che il bilancio che emerge da questa prima ricognizione appare alquanto controverso se non a tratti preoccupante.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Secondo questa mia osservazione, l’individuo contemporaneo, alla vigilia dell’adolescenza, non ha ancora potuto sviluppare, se non in rare, fuggevoli e fortunate occasioni, una vera e propria personalità comunitaria, non ha potuto cioè esplorare dentro e fuori di sé le principali criticità citate all’inizio dell’articolo.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Troppo spesso, abbiamo visto, proviene da un contesto familiare già sfilacciato dove il luogo degli affetti e della cura non coincide quasi mai con una sufficiente numerosità delle relazioni e troppo spesso anche con una necessaria continuità di tempi e spazi.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">L’individuo contemporaneo sembra possedere, se ci dovessimo basare sull’osservazione degli attuali stili di vita, gruppalità diacroniche, cioè costellazioni di relazioni duali o di piccole gruppalità, sviluppate nel tempo senza molte occasioni di vita comune collettiva sincronica. Come detto, famiglie di tre, massimo quattro persone che s’incrociano a malapena a cena e nei weekend, che si frequentano in modo parcellizzato (ora la mamma, ora il papà, ora i nonni, ora la tata, ora la famiglia dell’amichetto) che delegano funzioni di cura e spesso anche affettive a soggetti supplenti, spesso mutevoli ed intercambiabili. Totalmente saltate le ritualità dei pasti in comune, ultimi baluardi di una vita famigliare del recente passato, nuove ritualità avanzano, di sapore tecnologico, ma senza che esse vadano a configurare autentici spazi di condivisione e di partecipazione.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">L’individuo che oggi arriva all’adolescenza si confronta con una serie di identificazioni famigliari più evanescenti rispetto al recente passato. Sembra abbia imparato a navigare in un mare di legami talora anche forti ma incostanti e soprattutto intermittenti e sparpagliati. Non c’è una “tribù” che convive assieme nella sua mente, piuttosto una mappa con tanti indirizzi e numeri di telefono separati e lontani tra di loro. (Diversa la situazione dello stesso ragazzino appartenente a comunità etniche di prima o seconda generazione immigrate in Italia. In tal caso quanto detto non è valido.)</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Quale dialettica famiglia/gruppo istituisca questo stile di vita è qualcosa che dobbiamo ancora scoprire del tutto, ma certamente convivere/condividere per lui avrà un significato del tutto differente rispetto alle generazioni precedenti.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Se la rete naturale appare sparpagliata, le reti e le agenzie sociali fanno ciò che possono e spesso non brillano di spirito comunitario.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">La scuola produce tantissima vita comunitaria, ma tranne rare eccezioni, questo sembra avvenire “a sua insaputa”, cioè la scuola non sente troppo come proprio compito la socialità degli allievi, quanto piuttosto l’istruzione, motivo per il quale spesso queste esperienze appaiono piuttosto come effetti collaterali della vita scolastica per cui spesso sono esperienze che non vengono vissute pienamente e non vengono integrate in una trama mentale specifica. E motivo per il quale ci capita di commuoverci, magari sentendoci un po’ stupidi,  durante gli spettacoli di fine anno davanti a centinaia di bambini che ballano e cantano all’unisono, come se fossimo davanti ad eventi fortunati e isolati come le vittorie della nazionale ai campionati del mondo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Le estemporanee gruppalità legate alle attività pomeridiane per quanto quasi tutte si basino su attività di gruppo, raramente vanno a strutturare vita mentale comunitaria, esse si configurano e quindi si rappresentano come spazi transitori e di passaggio e quindi si candidano ad essere, per quanto vissuti talora con passione e intensità, come una sorta di non luoghi della mente. Qualche volta se l’attività si radica come particolare passione personale e prosegue nel tempo, essa può conservarsi come struttura gruppale positiva. Ma questo sembra piuttosto un’eccezione e non la regola.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Le parrocchie sono probabilmente gli unici (o tra i pochi), residuali, luoghi in grado, per storia e tradizione, di trasmettere brandelli di vita mentale comunitaria attraverso ad esempio le esperienze di scoutismo e le attività strutturate interne dalle comunità religiose locali, laddove presenti e laddove funzionali. Peccato che gli ordinatori simbolici che presiedono il comunitarismo religioso divergono in maniera sensibile da quelli del resto della società laica. Risultato, è che l’esperienza positiva che talora è riscontrabile per molti bambini e ragazzi rischia per questo motivo di creare scotomizzazioni e di rappresentare un’enclave felice e un rifugio sicuro al riparo dal resto del mondo. Rifugio che per essere protetto richiede ad un certo punto un nefasto lavoro di ideologizzazione.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Sul versante sociale, non diversamente rispetto alla rete naturale della famiglia, troviamo quindi molti problemi di continuità, strutturazione, osmosi ed integrazione delle esperienze, tali per cui è molto difficile riscontrare legami e relazioni continue nel tempo e connesse ad esperienze di attività permanenti.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Non da ultimo, il problema principale è forse costituito dall’assenza, nello psichismo delle agenzie sociali, di adeguate culture comunitarie (non basate su ordinatori metafisici come nel caso di quelle religiose) in grado di trasmettere e far esperire quella che per Kaes rappresenta la triplice funzione dei <em>garanti metapsichici </em>e cioè: assicurare un&#8217;origine, stabilire una continuità, assicurare un posto nel gruppo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Tutto ciò non viene più garantito da nessuno, non esiste più un luogo sociale dove poter mettere ciò che troviamo. Cambiano perciò radicalmente le condizioni del contratto narcisistico (Aulagnier) che presiedevano il rapporto individuo/gruppo e individuo/società nelle società precedenti a questa.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Alla luce di quanto fin qui detto, questo ragazzino dodicenne contemporaneo, ci appare un individuo comunitario ancora troppo impreparato per cambiare il futuro del mondo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">C’è ancora molto lavoro da fare per tutti noi. Ma non disperiamo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><em>Tratto da: Luigi D’Elia  <strong><a href="https://www.amazon.it/Alienazioni-compiacenti-Stare-bene-societ%C3%A0-ebook/dp/B00Z3MRMBK" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Alienazioni Compiacenti, star bene fa male alla società</a>, 2015</strong></em></p>
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		<title>Mondi intrusivi</title>
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		<pubDate>Fri, 12 May 2017 06:56:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi D'Elia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Scenari Sociali]]></category>

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		<description><![CDATA[I mondi intrusivi sono quelli che abitiamo nell’epoca del mondo interconnesso e di un general intellect sciamante che permette compiacentemente di farsi scrutare e controllare con il proprio gioioso consenso. Se l’attuale sistema socio-economico è in grado di generare innumerevoli effetti dispercettivi è perché esso dispone di caratteristiche intrinsecamente introiettive e totalitarie tali da garantire, [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">I mondi intrusivi sono quelli che abitiamo nell’epoca del mondo interconnesso e di un general intellect sciamante che permette compiacentemente di farsi scrutare e controllare con il proprio gioioso consenso.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Se l’attuale sistema socio-economico è in grado di generare innumerevoli effetti dispercettivi è perché esso dispone di caratteristiche intrinsecamente introiettive e totalitarie tali da garantire, senza colpo ferire, l’autogestione del sistema lasciandola a carico di coloro che ne usufruiscono o, se vogliamo, lo subiscono. La partecipazione attiva dell’utente alla sopravvivenza e alla stabilità del sistema <em>panoptico-digitale</em> in cui vive è il sofisticatissimo punto di arrivo finale di un lungo itinerario ideologico che abbiamo provato a tracciare fin qui.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Il meccanismo dell’autosfruttamento compiacente sul quale si fonda l’attuale sistema sociale è l’oggetto dell’ultimo lavoro del filosofo <strong>Byung-Chul <em>Han, </em></strong><em>Psicopolitica<strong>, </strong>nel quale descrive con molta lucidità alcune coordinate del neoliberismo. </em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"><em>“Il </em><em>neoliberismo è un sistema molto efficace, anche intelligente, di sfruttamento della libertà. Si sfrutta tutto ciò che appartiene a pratiche e forme di libertà, come l&#8217;emozione, il gioco e la comunicazione”</em><strong>. </strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"><em>“Il capitalismo attuale è determinato da forme intangibili e immateriali di produzione. Non si producono oggetti fisici, ma o oggetti non-fisici come le informazioni e i programmi [&#8230;]. Per aumentare la produttività non si superano resistenze corporee, ma vengono ottimizzati i processi psicologici e mentali. La disciplina corporale cede all&#8217;ottimizzazione mentale”</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">A partire da queste caratteristiche, oggi assistiamo ad un vero e proprio salto di qualità determinato dal perfezionamento ingegneristico dell’uso di masse enormi di dati (digitali e non) sul comportamento (consumistico, politico, sociale, etc.) della popolazione mondiale interconnessa, i cosiddetti <strong>Big Data</strong>, attraverso cui il mondo del marketing ha affinato esponenzialmente le proprie armi. Attraverso lo sviluppo di nuove e più precise tecnologie e l’incrocio sempre più selettivo di variabili, oggi assistiamo al raffinamento delle tecniche di <em>push marketing</em> (spinta/imposizione) verso il consumatore. Il mondo-mente-mercato è ormai un dispositivo compenetrato sufficientemente in profondità da consentire tramite gli algoritmi e i modelli matematici di controllare, prevedere e programmare le nostre scelte di consumo, politiche e non solo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"><em>“È una conoscenza di dominio per intervenire nella psiche e condizionarla ad un livello pre-riflettente”. </em>Con i Big Data il <em> &#8220;futuro diventa prevedibile e controllabile”</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Più prevedibilità e domesticazione in un mondo che utilizza il piacere e le emozioni come surrogato della libertà reale. Chi sa mettere assieme scienze cognitive, marketing, neuropolitica e neuroeconomia, matematica, analisi del web, sapendo al contempo costruire modelli previsionali possiede un inusitato potere, mai posseduto prima da alcun uomo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"><em>“Acxiom sa di più sui cittadini degli Stati Uniti che l&#8217;FBI. In questa azienda, gli individui sono raggruppati in 70 categorie. Disponibili in catalogo come la merce”</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Forse non è un’informazione molto diffusa, ma il web non è propriamente <em>gratuito</em>. Ogni utente che accede alla rete attraverso i più comuni canali, diffonde i propri dati che hanno un valore persino stimabile in alcune decine di dollari l’anno e che confluiscono nella massa dei Big Data. Ma questi dati non sono “<em>confessioni estorte con la tortura”. </em>Piuttosto, dice Han,<em> “si verifica una spoliazione volontaria. Il Grande Fratello ha un aspetto amichevole. L&#8217;efficienza della sorveglianza risiede nella sua bontà”. </em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Il <a href="http://www.internazionale.it/notizie/2015/03/23/facebook-google-economia-tempo">tempo sul web</a> ad esempio tende a diventare maggioritario rispetto a tutto il resto. Così anche <a href="http://www.theatlantic.com/business/archive/2014/05/mobile-is-eating-the-worlds-attention-11-amazing-graphs-on-the-state-of-the-internet/371727/">l’attenzione è assorbita lì</a> prevalentemente.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignnone size-full wp-image-396" src="http://www.psicologoaurelio.it/wp-content/uploads/2017/05/tempo-sul-web.jpg" alt="" width="667" height="465" srcset="http://www.psicologoaurelio.it/wp-content/uploads/2017/05/tempo-sul-web.jpg 667w, http://www.psicologoaurelio.it/wp-content/uploads/2017/05/tempo-sul-web-300x209.jpg 300w" sizes="(max-width: 667px) 100vw, 667px" /></p>
<h1 style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 10pt;"><em>Internazionale, 23 Marzo 2015 “</em><a href="http://www.internazionale.it/notizie/2015/03/23/facebook-google-economia-tempo"><em>Come Facebook e Google guadagnano soldi con il nostro tempo</em></a><em>”</em></span></h1>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Ogni utente svolge perciò volontariamente e compiacentemente il proprio auto-monitoraggio:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"><em>“Master e slave sono la stessa persona. Anche la lotta di classe diventa una lotta interna con se stessi” </em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">e partecipa in tal modo, nella maniera più compiuta, alla costruzione di sé stesso come imprenditore (come profetizzato dall’ideologia neoliberista ) che aderisce ad una coscienza collettiva costruita con le trame di una “<em>emozionalizzazione</em>” favorita dall’accelerazione della comunicazione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"><em>“L&#8217;accelerazione della comunicazione favorisce la sua emozionalizzazione, dal momento che la razionalità è più lenta dell’emotività. La razionalità è, in un certo senso, senza velocità. Per questo l&#8217;impulso acceleratore conduce alla dittatura dell’emozione”. </em>E mentre<em> “gli oggetti non possono essere consumati all&#8217;infinito, le emozioni invece sì. Le emozioni sono dispiegate al di là del valore d&#8217;uso. Quindi si apre un nuovo campo di consumo con caratteristiche infinite”.</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Han infine coglie proprio questo punto a mio parere importante, anzi centrale, e cioè il fatto che la leva su cui tutto questo apparato globale fa gioco è quella del sistema delle emozioni.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"><em>Esse sono regolate dal sistema limbico, che è anche la sede di impulsi. Esse sono un livello pre-riflettente, semicosciente, l&#8217;azione corporea istintiva, di cui è a conoscenza in modo esplicito. La psicopolítica neoliberista usa le emozioni per influenzare le azioni su questo livello pre-riflettente</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Questa ultima osservazione sul sistema limbico e lo sgambetto alle nostre emozioni ci traghetta immediatamente in un altro tema direttamente collegato con questo dei Big Data appena trattato, per il tramite del significante “intrusione”, ed il tema della neuroeconomia. Vediamo di cosa si tratta.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">È da un po’ tempo ormai che vado pensando che economia e psicologia stiano ormai convergendo verso un‘unica scienza, se non altro perché alcune aree di punta di entrambe le discipline si occupano non a caso più o meno delle stesse tematiche. Se vuoi capire come funziona il comportamento economico e i suoi processi decisionali, ben al di là delle teorie economiche classiche, chiedi pure ad alcuni psicologi; e se vuoi capire la cifra esistenziale del soggetto contemporaneo e le sue più profonde determinazioni motivazionali, chiedi pure ad alcuni economisti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"><em>“La Neuroeconomia è un neonato settore della ricerca neuroscientifica di spiccato carattere interdisciplinare, volto a costruire un modello biologico dei processi decisionali.</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"><em>Essa si situa al crocevia tra discipline alquanto differenti per scopi, metodi, prospettive d’indagine, tra le quali, in particolare, l’economia cognitiva e sperimentale, le neuroscienze, la microeconomia, la psicologia, l’epistemologia e la filosofia della mente filosofia, ciascuna delle quali fornisce uno specifico contributo allo studio della decisione umana […]</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"><em>Integrando contributi e metodi da tutte queste discipline, è oggi possibile “osservare” l’attività neurale in tempo reale, “guardando dentro il cervello”, per esaminare quali regioni cerebrali sono maggiormente coinvolte nella presa di decisione, e come il loro funzionamento è influenzato dalle opzioni disponibili, dal contesto nel quale esse sono presentate, dai fattori emotivi, dalle interazioni con altri individui. […] </em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"><em>Come negli altri settori delle neuroscienze, l’esplorazione può procedere su diversi livelli di analisi, dallo studio dell’attività di singoli neuroni nella scimmia all’indagine su sistemi cerebrali complessi nell’uomo per mezzo delle metodiche di neuroimmagine, come tomografia a emissione di positroni (PET), risonanza magnetica funzionale (fMRI) e registrazione di potenziali evocati”. </em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"><em>(fonte: Matteo Motterlini, </em><a href="http://www.cresa.eu/neuroeconomia.html">http://www.cresa.eu/neuroeconomia.html</a>)</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Possiamo dunque osservare con i nostri stessi occhi, ad esempio, che le aree cerebrali che si “accendono” quando proviamo disgusto-paura e quando stiamo rischiando di perdere i nostri soldi siano proprio le stesse, insula e amigdala, e questo pare che offuschi significativamente la possibilità di decidere opportunamente e per il meglio. Allo stesso modo, quando stiamo euforicamente puntando una cifra per un investimento e quando assumiamo cocaina o giochiamo d’azzardo, sono proprio le stesse aree del cervello, in area limbica (<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Nucleus_accumbens">nucleo accumbes</a>), che si attivano, quelle relative alla ricompensa. Ed anche in questo caso i nostri processi decisionali ne verrebbero fortemente compromessi per via dell’anestesia delle emozioni antagoniste (con la differenza che il giocatore “ottimista” risulterebbe pulito al test antidroga, egli non ha bisogno della cocaina: è già sotto effetto).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Trovo straordinariamente suggestivo oltreché istruttivo riscontrare che le aree cerebrali che s’attivano in coincidenza delle più comuni e diffuse afflizioni psicologiche contemporanee siano le stesse che risuonano, che vibrano, pizzicate dalle dita invisibili delle angosce sorde che producono una gamma emotiva negativa che va dall’indignazione al sentimento di impotenza di chi si ritrova all’angolo, passando dal disgusto e paura; o viceversa delle fantasie grandiose e narcisistiche di ricchezza e potenza di chi rischia i suoi soldi sulla roulette della finanza. Trovo questo una magnifica dimostrazione, una magnifica chiusura del cerchio che rimanda ad un’insostenibilità dei cardini teorici sui quali si basano i nostri stili di vita più comuni.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Naturalmente non è in discussione la legittimità psico-biologica di ognuna di queste emozioni, piuttosto il punto sul quale occorre soffermarsi è che l’inflazione di ognuna di queste emozioni e lo squilibrio complessivo che tale predominanza procura al sistema cognitivo sia causa di fatto di una sua vulnerabilità che lo rende esposto ad <strong>errori sistematici e prevedibili</strong> e perciò a <strong>manipolazioni automatiche</strong>. In tutto ciò, infatti, le aree più evolute, quelle prefrontali, quelle del discernimento raziocinante, non sempre sono implicate e spesso sembrano abbastanza periferiche se non del tutto escluse. Dice infatti Motterlini<em>: “i</em> <em>soggetti più razionali  – cioè che non subiscono <strong>l’effetto incorniciamento</strong> ( l’effetto scoperto dallo psicologo premio nobel Kanheman, che dimostra l’incidenza emotiva della cornice, del contesto decisionale, ndr) – presentano una maggiore attivazione della corteccia orbitofrontale destra”. Tutti gli altri, cioè la stragrande maggioranza, seguono</em> il gregge.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Tutto ciò interroga sull’attuale stadio evolutivo della nostra specie, la sua difficoltà ad abitare un mondo resosi forse troppo complesso e per certi versi troppo manipolatorio, e dimostra, dal mio punto di vista, che manca (o entra troppo facilmente in crisi) la possibilità della nostra mente in determinate condizioni ambientali – mi riferisco agli stili di vita contemporanei – di poter funzionare in maniera “integrata” e funzionale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Certo, ora abbiamo un’area di ricerca nonché un’applicazione trasversale che ci aiuterà a capire meglio come decidiamo, per imparare a non cadere nei soliti errori, per difenderci dalle <a href="http://books.google.it/books?id=P_Jl1m3tDVUC&amp;printsec=frontcover&amp;dq=trappole+mentali&amp;source=bl&amp;ots=H05t_gJgSu&amp;sig=EVtm6x-KsRNfs-x-AmKzPHDV9t8&amp;hl=it&amp;sa=X&amp;ei=iBaBUKeSKPTR4QTq-IGoAg&amp;ved=0CDQQ6AEwAA">trappole mentali</a>, per marcare un confine tra la nostra soggettualità (il nostro libero arbitrio) ed i tentativi sempre maggiori del mondo che ci circonda di fagocitarci coi suoi meccanismi di omologazione. Grazie a queste scoperte saremo tutti più liberi e consapevoli, abbiamo finalmente <strong>l’antidoto al veleno</strong>, smaschereremo grazie agli strumenti di una scienza empirica “hard” quanto i nostri stili di vita ispirati da teologie turbo-capitalistiche ci stiano conducendo all’abdicazione di noi stessi riducendoci a soggetti sperimentali, a topini affannati nelle ruota del mondo-mercato. Topini un po’ angosciati e disgustati, un po’ eccitati, in proporzione <em>tanto quanto</em> necessaria a far girare il mondo in una certa direzione anziché in un’altra.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Ma stanno proprio così le cose? È sempre vero che l’ampliamento della conoscenza apporti sempre maggiore consapevolezza e “coscienza”? È sempre vero che la scoperta dell’antidoto riduca la diffusione e la perniciosità del veleno? Oppure anche questa storia dell’andamento progressivo delle conoscenze è una vuota ed indimostrata credenza?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Oppure, più banalmente, è essenziale capire in quali mani va a finire questo <em>antidoto?</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Per rispondere a questa ultima domanda, sembrerebbe che al momento queste area di ricerca per quanto <a href="http://matteomotterlini.blog.ilsole24ore.com/controvento/2012/10/neuroeconomia-mappe-dinterdisciplinarità.html">estremamente interdisciplinare</a> interessi prevalentemente docenti universitari e laboratori di ricerca, istituzioni e singoli soggetti del campo formativo economico e soprattutto riguardino il mondo degli investitori, dei trader, il mondo della finanza e degli affari.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Nessuno cioè che fino ad oggi abbia avuto il minimo interesse a trarre da queste ricerche le pur minime <strong>conseguenze politiche</strong>. Almeno fino ad oggi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Tratto da: Luigi D’Elia  <strong><a href="https://www.amazon.it/Alienazioni-compiacenti-Stare-bene-societ%C3%A0-ebook/dp/B00Z3MRMBK" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Alienazioni Compiacenti, star bene fa male alla società</a>, 2015</strong></em></p>
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		<title>La psicoterapia è efficace e accessibile?</title>
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		<pubDate>Tue, 09 May 2017 06:19:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi D'Elia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Formazione in Psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Scenari Sociali]]></category>

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		<description><![CDATA[Qualcuno si è mai preoccupato di verificare il rapporto che intercorre tra la demografia delle diverse professioni e le problematiche sociali che dovrebbero, da queste, essere non dico risolte, ma quanto meno attutite o gestite? Quale rapporto esiste tra il numero di avvocati e giudici e la giustizia di una nazione? Tra il numero di [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Qualcuno si è mai preoccupato di verificare il rapporto che intercorre tra la demografia delle diverse professioni e le problematiche sociali che dovrebbero, da queste, essere non dico risolte, ma quanto meno attutite o gestite?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Quale rapporto esiste tra il numero di avvocati e giudici e la giustizia di una nazione? Tra il numero di medici, infermieri e la domanda relativa alla salute di un paese? Tra il numero di psichiatri, psicologi e la salute mentale di un popolo? E ancora, tra il numero di giornalisti e l’informazione libera e di qualità?</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">  </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"> Semmai una ricerca del genere fosse stata già svolta, o si volesse svolgere, temo proprio che infrangerebbe molte delle nostre ingenue considerazioni che, normalmente, saremmo portati a svolgere correlando domanda e offerta di un dato servizio, bisogno o emergenza sociale in una proporzione equilibrata, o quanto meno coerente con flussi corrispondenti. Tipo: maggiore giustizia, molti avvocati; maggiore salute, più medici, e così via.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">No, probabilmente temo che scopriremmo qualcos’altro, e cioè che non c’è una correlazione coerente (o comunque non <em>sempre</em> coerente) tra demografia di una certa attività e problematica ad essa relativa nel corso del tempo. Anzi, che in certi casi il rapporto tra un’attività e la problematica ad essa connessa è inversamente proporzionale, come dimostrato dal filosofo<strong> Ivan Illich </strong>riguardo la medicina nel suo noto (per me leggendario) testo “<em>Nemesi Medica”</em><em> </em>e perfettamente espresso nel suo concetto di <a href="http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=6271">iatrogenesi.</a> Come accade in certe zone del sud Italia, dove il numero di incendi aumenta con il numero di agenti forestali o, ancora, laddove la burocrazia diviene più macchinosa in seguito all’aumento di impiegati degli enti locali.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">  </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"> E allora, come funziona la faccenda? Be’, a mio parere funziona più o meno come la nota <a href="http://forum.fuoriditesta.it/barzellette-e-testi-divertenti/35375-inverno-freddo.html">barzelletta dell’indiano e dell’inverno freddo, freddo, freddo</a>. Vale a dire, che il rapporto tra domanda e offerta è talora dipendente da fattori estrinseci e indiretti: niente di più facile che sia l’offerta a determinare l’aumento della domanda anche riguardo i bisogni essenziali, e non viceversa. Una sorta di escalation, sconnessa dalla realtà di quello specifico problema/bisogno, che riguarda invece bisogni <em>altri</em>, contigui, legati più ad equilibri e assestamenti sociali che ben poco hanno a che fare con l’oggetto di lavoro di quella data professione, anzi che a volte la riguardano in maniera inversa e paradossale (come nel caso della iatrogenesi appena citata). Bisogni <em>altri</em> spesso collegati, ad esempio, ad esigenze ed equilibri connessi a necessità di sopravvivenza di quella specifica popolazione professionale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Chi si volesse divertire a dare un’occhiata ai dati, basta che si faccia un giro su questo interessante <a href="http://vizhub.healthdata.org/gbd-compare/">sito che compara l’incidenza delle patologie</a> (comprese quelle mentali) in tutto il mondo per intuire che le logiche che distribuiscono qui e lì i numeri di professionisti e operatori non sono assolutamente afferrabili e congrue. Insomma, ne dovremmo dedurre che di certo, nel complesso, psichiatria e psicoterapia non hanno inciso molto, se non per niente, sullo stato della salute mentale delle popolazioni.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Ed allora quale senso conferire alle nostre professioni di cura se poi la cura si diluisce come una goccia in un oceano e le condizioni che producono o aumentano il malessere attengono essenzialmente a fattori socio-culturali e a errati stili di vita?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Appare evidente che la proliferazione di professionisti in questo settore non rappresenta in alcun modo una risposta al disagio psichico ma, casomai, ne sia piuttosto una sorta di <em>indicatore sintomatico</em>; quella demografia non risponde cioè, se non marginalmente, alle ragioni profonde di tale disagio, ma si limita ad affiancarsi ad esso. E in questo affiancamento esaurisce il suo scopo sociale. Ne dobbiamo ancora dedurre che l’ininfluenza di questa professione per le sorti della salute mentale è massima.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">  </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"> Identico discorso potremmo, probabilmente, fare per ogni altra professione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"><strong>Psicoterapia efficace, ma perché?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Che la psicoterapia sia un metodo efficace tanto da essere in grado di modificare significativamente il cervello è ormai cosa arcinota a clinici e ricercatori da molti anni. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Sul come e perché lo sia, la situazione si complica non poco. Basta dare uno sguardo a questa rassegna, di qualche anno fa che riporta tra le altre cose le ricerche della divisione Ricerca dell&#8217;APA, l&#8217;Associazione Americana degli Psicologi: <em>Quando la relazione psicoterapeutica funziona. Ricerche scientifiche a prova di evidenza, (</em>Sovera Edizioni, Roma, 2012), per capire che molto ancora c&#8217;è da fare per comprendere non certo<strong> SE</strong> la psicoterapia sia efficace, ma <strong>COME e PERCHE</strong>&#8216;.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Nella seguente tabella l&#8217;elenco delle variabili efficaci della psicoterapia:</span></p>
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<ol style="text-align: justify;">
<li class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Interazione 3%:</span></li>
<li class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Personalità del terapeuta 7%</span></li>
<li class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Tecniche specifiche 8%</span></li>
<li class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Relazione terapeutica 12%</span></li>
<li class="rtejustify"><span style="font-size: 14pt;"><strong><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Contributo del cliente 30%</span></strong></span></li>
<li class="rtejustify"><span style="font-size: 14pt;"><strong><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Varianza non spiegata (Fattori extraterapeutici) 40%</span></strong></span></li>
</ol>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Quindi sul 70% dell&#8217;efficacia c&#8217;è ancora da capire tanto&#8230;</span></p>
<div class="rtejustify"><span style="font-size: 14pt;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif;"> </span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Ricapitolando a grandi linee (e semplificando molto):</span></span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"> 1.  i modelli sono innumerevoli,</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"> 2. sembrerebbero tutti sostanzialmente equivalenti riguardo agli esiti,</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"> 3.  i fattori efficaci sono ancora in gran parte sconosciuti pur cominciando ad intravederne il complesso meccanismo ed intreccio.</span></div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
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</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">La <strong>psicoterapia, dunque, nel suo complesso pur dimostrando empiricamente la propria efficacia, ancora forse non sa bene perché lo sia</strong>. Essa è una modalità di prendersi cura del disagio psichico ancora molto lontana dalla propria cifra essenziale e, nel proliferare di modelli avvenuto nel primo secolo della sua breve vita, appare come una raccolta infinita di “narrazioni curanti” piuttosto che come una <em>cura</em> strictu sensu; un racconto della cura e non di per sé <em>la cura</em>. La cura, quando avviene (ed avviene), risiede piuttosto nel fortunato incontro tra le persone e i loro variegati &#8220;dispositivi&#8221;. Dispositivi antropologicamente determinati di volta in volta dal contesto culturale di riferimento e legati a quel particolare momento storico e a quel particolare incontro. La tendenza nefasta degli addetti ai lavori ad ipostatizzare tali racconti trasformandoli in realtà oggettivabili è poi la ciliegina sulla torta. Confondere <em>nuvole concettuali</em>, per quanto contingentemente efficaci, con l’efficacia in sé è la particolare tracotanza di psicologi e psichiatri che, quella sì, è ben lungi dall’essere curata.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">I vari racconti che hanno fatto le “n” psicoterapie diverse (450 e passa), fino ad oggi, altro non sono che un tentativo maldestro, parziale, schematico e riduttivistico di mettere nero su bianco quello strano e fortunato incontro, che sì <em>funziona</em> (detto alla Feyerabend), che sì è veicolato da quel particolare <em>racconto</em><em> </em>in quel particolare momento storico-culturale, da quella particolare tecnica, da quella particolare personalità terapeutica, ma che è ben lungi da una integrazione operabile laboratoristicamente con modalità di assemblaggio postmodernista, come appare in certi recenti tentativi, pur in parte condivisibili, di questi ultimi anni.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Non è ossessivizzandosi sulle proprie tecniche e non è nemmeno concentrandosi sulla misurabilità dei propri modelli (come se un <em>modello</em> si potesse mai misurare) che a mio parere la psicoterapia può cogliere la propria essenza antropologica e la propria intrinseca efficacia. Bensì piuttosto provando a cogliere i piani di sovrapposizione variabili e cangianti che si realizzano tra i contesti socio-antropologici degli attori della scena, i sistemi curanti, le metodologie, la comprensione degli specifici disagi, le politiche di intervento e le possibilità di risposte resilienti dei portatori di domanda di cura, i cosiddetti pazienti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"> Una prima, approssimativa, lettura del rapporto tra demografia professionale e risposta al bisogno sociale emerge da questa prima ricostruzione come forma di<em> </em><em>affiancamento</em> a quel bisogno, piuttosto che come risposta esaustiva vera e propria.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"><a href="http://www.psychiatryonline.it/node/5081">I dati della salute mentale relativi alla crisi</a>, sopra citati, ed in generale dell’assetto stesso della civiltà occidentale, ce lo confermano: l’aumento del numero di addetti ai lavori di un settore non è essenzialmente segno del miglioramento di qualità di vita che quella professione contribuisce ad aumentare, quanto piuttosto evento sintomatico che il disagio in quel dato settore della vita produce. Disagio che genera una domanda indifferenziata e confusa di cui quegli addetti ai lavori si assumono in qualche modo un ruolo di prima linea, di avanguardia potenzialmente esperta.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Ma, essendo disfunzionale l’organizzazione di vita della nostra civiltà nelle sue fondamenta, risulta che tale prima linea operi <em>a valle</em> per problemi che sono stati prodotti <em>a monte</em>, per cui si limita ad <em>affiancarsi</em><em> </em>variabilmente a tali problemi e a ridurre, laddove possibile, il danno, se non in talune derive addirittura a produrlo o cronicizzarlo per auto-sopravvivenza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;"> <strong>Ma la psicoterapia è davvero accessibilie?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Una recente ricerca sulla <em>effectiveness</em> svolta finalmente anche sul territorio nazionale (su ben 423 pazienti) ci racconta che:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">       <em>La possibilità di avere una risposta terapeutica alla psicoterapia, rispetto all’assenza di un trattamento di questo tipo, è del 73%. Un’altissima percentuale di tasso di risposta, se si considera che la percentuale di risposta terapeutica al trattamento nella prevenzione dell’infarto grazie all’assunzione di aspirina è del 52%, e che tale trattamento viene, per questa già molto alta percentuale di risposta, considerato irrinunciabile e salva vita;</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Purtroppo però “<em>solo una percentuale compresa tra il 10% e il 14% dei pazienti utilizza questo tipo di trattamento”</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">(L’efficacia si valuta con gli esiti della psicoterapia di Daniel de Wet e Marzia Fratti, in Sole 24ore Toscana Versione Pdf del supplemento al n. 3 anno XVII del 28 gen.-3 feb. 2014 www.regione.Toscana.it)</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Ne deduciamo che mentre aumenta l’impoverimento generale della popolazione italiana, ci scontriamo tutti con il fallimento storico delle politiche pubbliche sulla salute psicologica: l’assenza di una vera e propria strategia economico-sanitaria sulle emergenze in ambito psicopatologico (come avviene in altri paesi europei come documentato dall’iniziativa inglese <a href="http://www.iapt.nhs.uk/">IAPT</a> Improved Access to Psychological Therapies), e l’irraggiungibilità di fatto nella gran parte del territorio nazionale del servizio pubblico a causa delle lunghe liste di attesa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Da qui la mobilitazione della comunità degli psicologi e psicoterapeuti libero-professionisti che tenta, forse ancora confusamente e come al solito in ordine sparso, di superare la propria crisi interna dopo la fine ingloriosa della miserevole bolla speculativa sulla formazione – di base e specialistica – alle spalle degli psicologi e la relativa crisi economica delle scuole di specializzazione in psicoterapia (ricordiamo, l’unica specializzazione privata). Crisi assolutamente prevedibile già da molti anni e che segnala ancora una volta la totale assenza di una politica e di una programmazione della demografia professionale degli psicologi in accordo tra ordini e accademie.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Mancano però proposte di modelli unificanti riguardanti le coordinate di un servizio di psicoterapia accessibile/sostenibile in ambito privato-sociale, dove il sostantivo “sostenibile” non sia soltanto una medaglietta su un prodotto in svendita, o peggio ancora opportunisticamente propagandistico, per il quale sia richiesto come al solito il volontariato sacrificale degli psicologi (cosa debbano mai ancora espiare non l’ho compreso), ma dove la sostenibilità corrisponda ad una autentica sussidiarietà tra un mondo libero-professionale e la cittadinanza.</span></p>
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		<title>Il consumismo fa male alla mente</title>
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		<pubDate>Fri, 05 May 2017 16:02:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi D'Elia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Contemporanei e dolenti]]></category>
		<category><![CDATA[Scenari Sociali]]></category>

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		<description><![CDATA[“Il progresso non risponde ai bisogni, li crea” (J. F. Lyotard) Il consumismo giunge nella storia recente come elemento cardine intorno al quale gira anche l’economia psicologica oltre a quella finanziaria esso è diventato nel tempo strumento di veridizione, di costruzione psicologica e sociale della realtà. La mia riflessione sul consumismo non vuole essere in [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><span style="font-size: 14pt;"><em>“Il progresso non risponde ai bisogni, li crea”</em> <em>(J. F. Lyotard)</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Il consumismo giunge nella storia recente come elemento cardine intorno al quale gira anche l’economia psicologica oltre a quella finanziaria esso è diventato nel tempo strumento di <em>veridizione</em>, di costruzione psicologica e sociale della realtà.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">La mia riflessione sul consumismo non vuole essere in nessuno modo, come troppo spesso accade, il solito rimbrotto moraleggiante dei bei tempi che furono e che non sono più, bensì la notazione, sempre piuttosto attonita, di <strong>un’evidente disfunzione psichica che il consumismo produce </strong>ogni volta che esso diventa e si impone come mantra del vivere quotidiano e come aspetto identitario diffuso e profondo del nuovo tipo umano.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">È difficile, infatti, raccontare il consumismo senza incappare nella lettura moralista che oggi prevale tra coloro che lo criticano. Basti pensare alla chiesa cattolica, sempre più <em>a sinistra</em> nella condanna del consumismo come uno dei principali mali della nostra società, ma giungono severe critiche anche dalla galassia ecologista e da altri settori sociali di ogni tradizione politica quasi mai prive di una coloritura nostalgica, antimoderna e anche moralistica. Non ho nulla contro i moralisti o gli antimoderni, credo solo che un tale approccio rischi di creare inutili polarizzazioni e di indebolire la forza di un’idea o di una critica e ne riduca il suo potenziale trasformativo. Proverò quindi a sfuggire, per quanto mi è possibile, da questa strettoia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Volendo tracciare una storia <em>in pillole</em> del consumismo elencherò una serie di punti associati ad alcune date, scelte arbitrariamente nel mio archivio mentale, che segnano un altrettanto arbitrario e pretestuoso percorso che però spero risulti sufficientemente descrittivo di ciò che intendo illustrare.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">  </span></p>
<ul style="text-align: justify;">
<li><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">1836<strong> </strong>John Stuart Mill cita per la prima volta l’<em>homo oeconomicus</em>. Con questa definizione si vuole caratterizzare l’uomo nuovo emergente dalla rivoluzione industriale, capace di perseguire i propri interessi diventando “partner dello scambio” economico nel modo più razionale, pianificato, previsionale possibile, massimizzando il proprio tornaconto personale.</span></li>
</ul>
<ul style="text-align: justify;">
<li><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">1925 Primo accordo segreto a Genova tra le aziende costruttrici di lampadine sull’obsolescenza programmata<strong> </strong>dei loro prodotti. Le principali aziende del settore decidono di ridurre la consistenza del filamento di tungsteno poiché la tecnologia dell’epoca già consentiva la costruzione di lampadine praticamente eterne. Da allora in poi questa prassi che consente il ricambio rapido e lo smaltimento delle merci sarà comunemente applicata in ogni settore della produzione industriale. L’obsolescenza programmata diventa da qui in poi dei cardini della nostra civiltà, una delle pietre angolari della nostra vita che poi è diventata una vera e propria forma mentis del tutto interiorizzata, un meccanismo economico-industriale che riempie immediatamente le nostre più comuni abitudini di vita. <strong>Serge Latouche</strong> parla di tre meccanismi cardine della società dei consumi: <strong>la pubblicità, il credito e l’obsolescenza programmata</strong>, diremmo tre colonne che a loro volta si basano sul senso interiorizzato e cronicizzato dell’insoddisfazione<a href="http://luigidelia.it/insoddisfatto-dunque-sono/2011/05/"><strong> </strong>– anche essa – programmata</a><strong>, </strong>cifra esistenziale che di fatto da un secolo (e in particolare gli ultimi decenni) caratterizza l’animo umano.</span></li>
<li><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">1928<strong> </strong>Viene pubblicato il libro simbolo del primo spin doctor della storia, Edward Bernays (nipote americano di Freud), “<em>Propaganda</em>”, nel quale si sostiene che “una <em>manipolazione consapevole e </em><em>intelligente</em><em> </em><em>delle opinioni e delle abitudini delle masse, svolge un ruolo importante in una società democratica”. </em>L’anno dopo viene eletto in USA Herbert Hoover<em> “fu il primo presidente ad articolare l&#8217;idea che il consumismo avrebbe dovuto diventare il motore della vita americana. Dopo la sua elezione disse a un gruppo di pubblicitari e addetti alle pubbliche relazioni: ‘Voi avete accettato il compito di creare i desideri delle persone, e di trasformale in macchine della felicità che si muovono continuamente, macchine che sono diventate la chiave del progresso economico’. Quello che cominciava ad emergere negli anni venti era una nuova idea sul come gestire una democrazia di massa centrata sul &#8216;Sé consumatore&#8217;, che non solo faceva funzionare l&#8217;economia, ma era anche felice e docile, e così aiutava a costruire una società stabile”. (</em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Edward_Bernays"><em>http://it.wikipedia.org/wiki/Edward_Bernays</em></a><em>). </em>I libri di Bernays ispireranno direttamente il ministro della propaganda tedesco Goebbels che si riterrà un suo fedele allievo</span></li>
<li><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">1945<strong> </strong>Termina la seconda guerra mondiale che vincono gli angloamericani. La seconda guerra mondiale la vince l’efficienza del sistema produttivo capitalistico angloamericano contro un sistema economico ugualmente capitalista, ma centralista, burocratico e solo nominalmente anticapitalista. Anche la guerra fredda ha lo stesso esito, 44 anni dopo, seppure la supremazia in questo caso non fu giocata a suon di armi. Vince dunque il sistema di produzione più efficiente, e con esso si afferma il <em>way of</em><em> </em><em>life</em> La ripetuta vittoria della macchina produttiva del capitalismo e dell’ideologia liberale assume dunque una <strong>valenza salvifica per l’umanità</strong> che libera dall’oppressione dei totalitarismi del 900. Ma dopo la seconda guerra mondiale ci si rende presto conto che tale potenza produttiva necessitava da lì a poco di un nuovo ordine mondiale e di un approccio al consumo nuovo e più spregiudicato, tale da consentire alla macchina capitalistica di rinnovarsi e crescere, e con essa i valori e gli stili di vita da essa portati, in essa inclusi.</span></li>
<li><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">1955 Esce sulla rivista  <em>Journal of Retailing</em> l’articolo <em>The Real Meaning of</em><em> </em><em>Consumer Demand </em>dell’economista Victor Lebow. Srive Lebow (traduzione mia) <em>“La nostra economia enormemente produttiva richiede che facciamo del consumo il nostro stile di vita, che convertiamo l’acquisto e l’uso di merci in rituali, che cerchiamo la nostra soddisfazione spirituale, le nostre soddisfazioni egoiche, nei consumi. È il momento di cercare la misura del nostro stato sociale, dell’accettazione sociale, del prestigio, nei nostri modelli di consumo, il senso e il significato della nostra vita espresso in termini di consumo. Più grandi sono le pressioni sull’individuo a conformarsi alle norme di sicurezza e accettazione sociali, tanto più egli tende ad esprimere le sue aspirazioni e la sua individualità in termini di ciò che indossa, guida, mangia, la sua casa, la sua macchina, il suo modo di nutrirsi, il suo</em><em> </em><em>hobby</em><em>. Questi prodotti e servizi devono essere offerti ai consumatori con particolare urgenza. Non abbiamo bisogno solo di un consumo a “tappe forzate”, ma di un consumo costoso. Abbiamo bisogno di merci usate, bruciate, sostituite, e scartate a un ritmo sempre crescente. Abbiamo bisogno che le gente mangi, beva, vesta, guidi, viva, in modo sempre più complicato e, quindi, che renda i consumi costantemente più costosi”.</em></span></li>
<li><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">1965 esce su <em>Economic Journal</em>, l’articolo <em>A Theory of allocation of Time</em> dell’economista della scuola di Chicago Gary Becker (poi premio Nobel). Ripeto volutamente questa citazione già fatta nel paragrafo precedente in quanto centrale nel mio discorso: “<em>il consumatore, nella misura in cui consuma, è un produttore. E che cosa produce?</em> <em><strong>Produce, molto semplicemente, la propria soddisfazione</strong></em><em>. Si deve pertanto considerare il consumo come un’attività d’</em><em>impresa</em><em> </em><em>attraverso cui l’individuo, a partire dal capitale di cui dispone, produrrà qualcosa che sarà la propria soddisfazione”.</em></span></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Da quanto si può evincere da questa schematica ricostruzione, i prerequisiti ideologici e organizzativi dell’ideologia consumistica affondano le loro radici fin dagli inizi dello scorso secolo e filosoficamente anche nel secolo precedente. Non solo, anche le critiche più compiute e mature della cultura consumista sono state già svolte tra gli anni ’60 e ’70 (ricordiamo in Italia Pasolini come il principale critico del consumismo). Tutto, insomma, sembra essere già stato previsto.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Questo itinerario si ferma però volutamente alle soglie degli anni ’80, anni che notoriamente inaugurano l’esplosione del consumismo e la sua applicazione ottimizzata attraverso nuovi e più efficienti e pervasivi sistemi di diffusione globalizzata e di raffinamento di strategie comunicative. Nasce il capitalismo finanziario sempre più slegato dall’economia reale, si afferma in politica (Reagan e Thatcher) una forma di liberismo ancora più spregiudicato e cinico (ricordiamo su tutto l’icastica ed esplicativa frase della Thatcher <em>“La società non esiste, esistono solo gli individui”</em>), s’intensifica l’utilizzo dei media pubblicitari e televisivi e, dagli anni &#8217;90-2000 in poi, specie con la rivoluzione del web e dei social network, si diffonde capillarmente internet che renderà ancora più interiorizzata l’espansione delle informazioni e di conseguenza anche della cultura consumista. L’epoca tardo-capitalistica fondata sull’identità consumista è quella che tutt’oggi stiamo vivendo in una nuova fase espansiva ancora più euforica rispetto agli anni ’20 e poi agli anni ’50-’60.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Il processo psico-sociale che da Adam Smith e Stuart Mill giunge ai giorni nostri è un processo graduale e inesorabile di interiorizzazione del codice sorgente sociale. Detto in altri termini, i prerequisiti ideologici qui descritti sono diventati i materiali psichici con i quali ognuno di noi vive, pensa, desidera, agisce, lo strumentario elementare con il quale costruire la propria visione del mondo. Un processo di tipo identitario, inteso nel modo più strutturale possibile.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Difficile cioè oggi eludere intimamente i nessi profondi che legano l’attuale stare al mondo con i bisogni costitutivi dell’economia e le sue regole generali. Sarebbe come pretendere di non respirare l’aria che ci circonda. Oggi assistiamo alla chiusura del cerchio tra regole generali e regole intime soggettive, quindi ad un autocontrollo ottimizzato.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Senza cogliere questo compiuto <em><strong>passaggio introiettivo ed identitario</strong></em> che rappresenta la vera novità degli ultimi decenni e che è testimoniato dalla lunga incubazione ideologica qui descritta è impossibile comprendere tutto il resto.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">La rapidità (in termini di processi antropologico-sociali) con la quale la nuova identità consumistica s’è affermata nel mondo occidentale è davvero sorprendente. L’identità consumistica sembra affermarsi con una forza autonoma inedita nelle auto-rappresentazioni di se stessi. Difficile oggi autorappresentarsi ancora come <em>cittadini</em>, termine usato durante la rivoluzione francese, ma che qui uso nell’accezione di <em>appartenente ad una polis</em>, cioè ad una comunità organizzata intorno ad una <em>storia comune e a comuni sentimenti</em>. Non rimane che autorappresentarsi come <em>consumatori</em>: è questo che sostanzialmente il sociale si aspetta da un individuo, cosa ancor più triste, ciò che egli si aspetta da se stesso: appartenere alla comunità planetaria dei consumatori, al mondo-mercato, è questo ciò che indica la via verso la felicità e una vita migliore.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Il riconoscersi in un sistema politico, ideologico, teologico, in un ideale di società civile, oppure in modo più particolare in una famiglia, tribù, comunità, contrada, nazione, gruppo di amici, partito, associazione, club, tutto ciò appare bruscamente eclissato dall’identità consumista, la vera novità della recente storia umana. E dunque non più sudditi devoti di sovrani divinizzati a capo di città-stato ispirate e protette anch’esse da dèi; non più umili servi di Dio iscritti in un progetto cosmico; non più cittadini di repubbliche utopistiche, di <em>civitae</em> e società ordinate, democratiche e giuste; non più difensori degli inalienabili diritti dell’uomo e dei valori universali, ma semplicemente <em>consumatori:</em> è questo ciò che ci rimane.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Nel suo saggio edito in Italia col titolo: <em>Consumati: da cittadini a clienti,</em> Einaudi, 2010 (titolo originale ancora più esplicito: <em>Consumed: How Markets Corrupt Children, Infantilize Adults, and Swallow Citizens Whole), </em><strong>Benjamin Barber</strong> delinea, all’interno di una cornice storica, le significative trasformazioni di alcune caratteristiche umane a seguito dell’adattamento allo stile di vita dell’attuale fase del capitalismo che egli chiama appunto <em>capitalismo consumista</em>. Mentre nelle precedenti fasi del capitalismo, esso era ancora, secondo Barber, un sistema teso a rispondere ai bisogni reali della popolazione, con certi precisi valori di riferimento (chi non ricorda, ad esempio, il film Mary Poppins e la splendida parodia del banchiere inglese totalmente incastonato nei valori ascetici calvinisti di risparmio e sacrificio), oggi invece accade che s’è reso necessario plasmare le persone per il funzionamento della macchina economica. Sono le persone, il loro sistema di valori, i loro comportamenti, le loro abitudini, i loro pensieri a doversi modellare completamente alle esigenze del mercato, cosa che è avvenuta, aggiungo, incontrando ben poche resistenze, e tale docilità è a mio parere il frutto della società di massa <em>ottimizzata e tecnologizzata</em> degli ultimi decenni.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">In questo processo che è possibile definire di vera e propria <em>modificazione identitaria</em>, Barber individua l’<em>infantilismo</em> come il principale e distintivo carattere dell’uomo moderno occidentale, quello che maggiormente si conforma a <em>far girare</em> l’attuale economia. <em>Infantilizzazione</em> non significa solo una regressione infantilistica di abitudini, comportamenti, atteggiamenti e gusti di coloro che prima erano considerati adulti a tutti gli effetti, ma anche un abbassamento della soglia demografica del potere di acquisto: bambini e adolescenti che maneggiano sempre più denaro e che si fanno portatori di nuovi bisogni sempre più pressanti sui loro genitori (le catene di distribuzione di negozi e market sanno bene a quale altezza si devono collocare le merci negli scaffali per attirare l’attenzione dei bambini). Da un lato quello che fino a poco tempo fa era il <em>mondo adulto</em> (ci si sente adulti sempre più tardi a volte anche mai) sembra schiacciarsi su modalità infantili (impulsività, edonismo, egocentrismo, incontinenza, etc.), dall’altro i minori rappresentano i consumatori ideali, il bersaglio ideale di ogni campagna pubblicitaria. Risultato, la dinamica generazionale tende a collassare creando un miasma velenoso per il quale bambini e ragazzini sono fintamente adultizzati, nel senso che esprimono di fronte al <em>dio regolatore mercato</em> gli stessi diritti-doveri di un adulto, e gli adulti (o coloro che anagraficamente risulterebbero tali, ma non ci si sentono affatto) i quali invece si comportano come bambini impulsivi e capricciosi facendo di tutto pur di sentirsi idonei alle richieste del consumismo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Per queste ragioni, aggiunge Barber, devono cambiare (e sono cambiate) le <em>regole d’ingaggio</em> dell’educazione e delle relazioni familiari e sociali: i “<em>guardiani del cancello</em>”, quelli che erano gli adulti di una volta, devono allentare e depotenziare la loro autorità e la loro funzione regolatrice (anche degli impulsi) per consentire l’allentamento dei cordoni delle borse e permettere un più facile accesso al consumo da parte di tutte le <em>infantilità</em> in gioco: quelle appartenenti sia agli pseudo-adulti e quelle appartenenti ai minori veri e propri che, come detto, imperversano con le loro paghette e le innumerevoli regalie ottenute.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">L’autorità genitoriale e delle figure istituzionali deve perciò recedere fino a vanificarsi affinché bisogni fittizi e onnipotenti si avvicendino ad una velocità sempre maggiore. Aggiungo che, essendo un fenomeno sistemico, e dunque trasversale ed universale, non si tratta solo di un movimento generazionale, quindi <em>verticale</em>, ma anche di un movimento <em>orizzontale e circolare</em> per il quale anche l’assetto e le <em>regole d’ingaggio</em> tra pari hanno profondamente mutato i loro <em>codici identificativi</em>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Scrive a tal proposito il blogger filosofo <strong>Mario Domina</strong>: “L’<em>io voglio</em> ha sostituito l’antica figura dell’<em>io decido</em> (succedanei del cartesiano e kantiano <em>io penso</em>), accompagnandolo verso una inarrestabile <strong>deresponsabilizzazione</strong>. Il messaggio che arriva al soggetto è del seguente tenore: <em>tu limitati a consumare, che al resto ci pensiamo noi</em> (e il problema sta anche in quel “noi”, visto che sembra si tratti sempre più di forze impersonali – quasi un super-io imperscrutabile). Naturalmente l’altro lato – il lato oscuro, il risvolto della medaglia – non deve essere mostrato: <em>(produci) – </em>soprattutto ed imperativamente<em> consuma – (crepa)!</em> <em>Produrre</em> e <em>crepare</em> vengono messi tra parentesi quando non oscurati, il <em>prima</em> e il <em>dopo</em> diventano variabili fluttuanti ed inconsistenti. La causalità e la consequenzialità – tipiche dell’antico processo decisionale – poco importano, e passato e futuro si appiattiscono sull’<strong>eterno presente del consumo</strong>. <em>Consuma qui e ora, soddisfa qui e ora, tutto quello che desideri</em>.” (<a href="http://mariodomina.wordpress.com/2010/07/01/adolescenti-ii-lera-dellinfantilismo/">http://mariodomina.wordpress.com/2010/07/01/adolescenti-ii-lera-dellinfantilismo/</a> )</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Ulteriore conseguenza di queste trasformazioni indotte dai bisogni dell’attuale sistema socio-economico è perciò la retrocessione di ogni funzione civica, il disimpegno sempre maggiore nelle società occidentali da ogni questione inerente il bene comune e la cosa pubblica. Un processo di <em>deresponsabilizzazione </em>che investe ogni società occidentale. Questo processo è accompagnato da un altro fenomeno, ben descritto da Baudrillard in molte sue opere, e cioè quello della <em>derealizzazione </em>indotta sia dai meccanismi dell’economia, ma anche da quelli della comunicazione mediatica.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Anche <strong>Zigmunt Bauman</strong> non ha molti dubbi: l’identità consumista è di gran lunga quella dominante, quella che delinea il carattere dell’uomo contemporaneo (almeno occidentale), il paradigma che informa maggiormente di sé i suoi stili, pensieri, emozioni e comportamenti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Ma quali sono le caratteristiche perlopiù inedite (in relazione ad altre epoche storiche) della società dei consumatori e dei suoi membri?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">L’<em>homo consumens</em> che si muove sugli scenari tecno-sociali del capitalismo avanzato e della società consumens sembra orientarsi su un <em>campo piuttosto saturo di domande e risposte</em>, un campo di necessaria <em>alta prevedibilità</em>, ma anche di grande deresponsabilizzazione. Egli sembra aver posto l’<em>equivalenza tra il sentimento di libertà e quello di scelta</em>: scelta tra le diverse offerte del mercato che coincidono con altrettanti orientamenti pseudo-esistenziali, ed in tali pseudo-opzioni egli ha disciolto e neutralizzato la propria idea di libertà. Questa equazione tuttavia si mostra presto ingannevole ed effimera in quanto costringe a seguire la medesima tendenza invocata dal mercato stesso, cioè la tendenza all’obsolescenza degli oggetti “segnicamente” carichi, obsolescenza imprescindibile per la continuità del sistema economico. Lo stile di vita che ne consegue e che trae forma è quello, continua Bauman, della <em>continua rinascita, della riconfigurazione di sé</em>, del disprezzo del passato, della perenne insoddisfazione, dell’illusione di un controllo onnipotente sulla propria vita.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Il bisogno di controllo assume forme, diremmo noi psicologi ansiose, anticipatorie, occorre cioè “giocare d’anticipo” sulle tendenze del mercato in quanto solo così è possibile per l’homo consumens conservare una propria <em>continuità autobiografica</em> ed un senso di adeguatezza. Una certa urgenza ed emergenza prendono il sopravvento, accompagnate, osserva Bauman, dalla rapidità dei cambiamenti, ma soprattutto dalla necessità di obliare il prima possibile gli oggetti precedenti divenuti sorpassati (disinvestiti), ma anche, per estensione, le situazioni relazionali, le precedenti agglomerazioni identitarie. Tutto sembra funzionare per agglomerazioni temporanee che si succedono con una rapidità ed una quantità simile alla enorme mole d’informazioni e comunicazioni dei media, anch’essa tale da doversi necessariamente e drasticamente selezionare ed obliare.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">In tal fluido in cui noi tutti nuotiamo chi si ferma è perduto, è vietato cioè sfuggire alla tirannia del presente fermandosi in un’identità stabile, in stili di vita sobri, disimpegnati dalla corsa, pena l’esclusione certa da ogni processo sociale, e dunque da ogni criterio di idoneità sociale e personale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">La forma assunta dalla temporalità, come cioè viene declinato e vissuto il tempo dell’homo consumens, ci racconta del crollo della dimensione dell’attesa, della sospensione, del differimento (il tempo del pre-conscio, come direbbero gli psicoanalisti), per far posto ad una bassa tolleranza delle frustrazioni, ma anche dei conflitti che, come ci avverte Bauman, richiedono tempo e pazienza per essere affrontati. Tempo e pazienza non ce n’è più per nessuno.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Il flusso veloce del tempo corrisponde quindi al passaggio rapido degli oggetti, ma anche alla costante mobilità dei legami sociali e delle identità intercambiabili, ci si ritrova dunque a re-inventarsi dentro nuovi contenitori sociali, dentro nuovi amori, dentro nuovi stati mentali, dentro nuove rappresentazioni di sé.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Il mondo appare allora come un enorme<em> “contenitore di parti di ricambio” </em>dove rifornirsi di continuo per modellare e aggiustare la propria immagine, ideale, rappresentazione di sé e degli altri, per integrare il proprio bagaglio di gadgets ed umori.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Bauman sostiene che, nel processo di aggiornamento continuo delle parti da integrare e ricambiare, i sentimenti congiunti di onnipotenza e deresponsabilizzazione dettati dalla società dei consumi determinino diverse alterazioni del tessuto sociale nella direzione della <strong>disaggregazione e distruzione delle trame psicosociali e, di conseguenza, degli stati mentali degli uomini</strong>. Ci si disfa dei legami sociali e li si consuma e sostituisce, esattamente come accadrebbe con qualunque altro oggetto di consumo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Tratto da: Luigi D’Elia  <strong><a href="https://www.amazon.it/Alienazioni-compiacenti-Stare-bene-societ%C3%A0-ebook/dp/B00Z3MRMBK" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Alienazioni Compiacenti, star bene fa male alla società</a>, 2015</strong></em></p>
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		<title>Semplificarsi la vita volontariamente e avere meno ansia</title>
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		<pubDate>Wed, 03 May 2017 05:46:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi D'Elia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Contemporanei e dolenti]]></category>
		<category><![CDATA[Resilienze]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Vi racconto una vicenda paradigmatica dei nostri tempi. È la storia di un manager di una multinazionale che in preda ad una forte ansia, appena agli esordi, si reca da uno psicologo (nella fattispecie il sottoscritto): 5 sedute e l’ansia è sparita. Forse non c’era, forse si era sbagliato? No, l’ansia c’era eccome ed [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Vi racconto una vicenda paradigmatica dei nostri tempi. È la storia di un manager di una multinazionale che in preda ad una forte ansia, appena agli esordi, si reca da uno psicologo (nella fattispecie il sottoscritto): 5 sedute e l’ansia è sparita. Forse non c’era, forse si era sbagliato? No, l’ansia c’era eccome ed aveva tutte le caratteristiche di un’ansia panicosa, ma per fortuna perdurava, al momento dell’arrivo dallo psicologo, da soli 10 giorni.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Come è possibile, vi domanderete, una regressione così rapida del sintomo che spesso tende a permanere e strutturarsi?</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Semplice, il manager in questione ha preso sul serio il problema, ha rapidamente rinegoziato alcuni aspetti della sua vita, in particolare quella lavorativa, ha compreso la natura benigna (seppure dolorosa) dei suoi sintomi e soprattutto ne ha compreso senso e avvertimento.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">L’immagine che il signor Gianni – nome di fantasia – riferiva in seduta nel corso dei primi incontri, era quella di un viaggio in autostrada divenuto quasi impossibile: <i>“l’autostrada ti costringe ad andare veloce, a uscire dove decide lei, a fermarti solo sulle corsie di emergenza o autogrill. </i><span style="color: #c00000;"><i><span style="color: #00000a;">Diciamo che all&#8217;autostrada preferisco le stradine provinciali , ti fermi ed esci quando vuoi, ti godi il panorama, puoi tornare</span></i></span><i> indietro</i><i>”</i>.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Il signor Gianni non è in realtà un manager, ma un inventore, egli era stato promosso a manager di questa importante azienda multinazionale perché si era distinto per la sua creatività e inventiva in tutt’altro settore nel quale aveva contribuito con le proprie invenzioni a risolvere molte questioni pratiche. Per cui, nelle alte sfere avevano pensato bene, vista la sua efficienza, produttività e attaccamento aziendale, di affidargli un compito di coordinamento ad alto livello per dare slancio ad un determinato settore.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Ma fare il manager significa lavorare per macro obiettivi e soprattutto significa non avere più orari né autonomia. Significa in sostanza consegnare la tua vita, mani e piedi, al lavoro come unica fonte di senso e di identità, non avere altri interessi, non avere tempo per sé, per la famiglia, per gli amici, per nulla altro che non sia il lavoro. Essere manager significa consentire al lavoro di colonizzare, molto più di quanto si possa immaginare, ogni piega della tua esistenza e vivere per il progresso, il successo e la realizzazione degli obiettivi aziendali. La tua realizzazione coincide con l’aumento del fatturato aziendale.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Il signor Gianni ha avuto, ad un certo punto, già dalle prime due sedute, una chiara visione d’insieme e ha perfettamente compreso di trovarsi nella più grossa trappola che mai poteva immaginare, una trappola da lui stesso costruita, come se un ipotetico carceriere gli avesse consegnato le chiavi della sua cella e provvedesse egli stesso, da prigioniero, a chiudere con tre mandate la serratura riconsegnando poi le chiavi al suo carceriere.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Nelle due sedute successive, il signor Gianni rimette le cose al loro posto: telefona al suo diretto responsabile e in quattro e quattro otto rinegozia i termini del suo ingaggio in azienda definendo la chiusura della sua attuale mansione di lì a poco e concordando un rapido ritorno alla sua precedente attività. Nessuna spiegazione particolare o personale se non la decisione già presa, prendere o lasciare. Non si tratta nemmeno di un demansionamento, ma di un semplice spostamento a pari condizioni. Ma per Gianni anche un eventuale demansionamento era ammissibile a condizione di porre termine a questa ansia.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Effetto immediato: a conferma dell’esattezza dell’ipotesi di lavoro iniziale che supponeva l’intrappolamento nella appiccicosa rete lavorativa, l’ansia prima decresce, poi nell’arco di un mese scompare del tutto. Il signor Gianni, soddisfatto, dopo solo 5 sedute in tutto (e una modestissima spesa), chiede di interrompere il lavoro con me.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Certo, non tutti hanno la possibilità negoziale che il signor Gianni ha dimostrato di avere con la propria azienda, anzi, la maggior parte di coloro assediati dal proprio lavoro devono sudare le sette camicie per ottenere migliori condizioni lavorative, o il part-time, o spostamenti, o altro genere di cambiamenti migliorativi, che quasi mai ottengono. Per altri ancora è addirittura un miraggio immaginare di poterlo svolgere un lavoro, figuriamoci poterlo negoziare.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">La storia di Gianni evidenzia da un lato l’eccessiva rilevanza che la vita lavorativa ha sulla nostra salute psicologica e sulla definizione della nostra identità, dall’altro lato mostra la possibilità, ancora intatta per ciascuno di noi, di incidere sulla sfera lavorativa, che spesso viene vissuta come un’area ineluttabile e immodificabile.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">I nostri attuali stili di vita determinano infatti uno strano fenomeno di incapsulamento, di intrappolamento in abitudini, consuetudini, routine, che riguardano soprattutto i tempi e i modi lavorativi, vissuti fatalisticamente, e quindi passivamente, come immodificabili e ingovernabili.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">A quanto pare questa storia ci dimostra il contrario, che non sempre va a finire nello stesso modo e che ampi margini di revisione e rinegoziazione con la sfera lavorativa sono ancora possibili, naturalmente a partire dalla possibilità per ciascuno di noi di immaginare e realizzare una reale e vantaggiosa <i>semplificazione volontaria della propria vita</i> (nel mondo anglosassone la parola che indica questo concetto è <i><b>downshifting</b></i>), una concreta ri-assegnazione interna delle priorità e della scala di valori della propria vita. Una riconfigurazione delle condizioni di vita che, come prova questa storia, ha persino il potere di destrutturare i sintomi psicologici, di togliere immediatamente ossigeno all’ambiente di coltura del malessere psichico e di smontare il sintomo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Ma quanti di noi possono testimoniare storie di semplificazione e “liberazione” simili a questa del signor Gianni? E quanti di noi viceversa vivono una soggezione verso le proprie consuetudini lavorative?</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Certo parlare di negoziazione con le logiche del mondo lavorativo proprio oggi nel mentre si assottigliano sempre più le garanzie lavorative e mentre la temporalità lavorativa ha prima frammentato e poi di fatto fagocitato l’esistenza di molti nostri contemporanei rendendo loro la vita più incerta e insicura e sottraendo all’esistenza stabilità e continuità, appare quanto meno in controtendenza se non esplicitamente dissonante (Vedi a tal proposito:<i> <a href="http://www.ordinepsicologilazio.it/blog/passaggi-resilienti/psicologo-lavoro-e-frammentazione-identita-sociale/">Lo psicologo, il mercato del lavoro e la frammentazione dell’identità</a></i>). Ma, si sa, ciò che governa una buona vita da un punto di vista psicologico non sempre (direi quasi mai) coincide con le principali regole di vita di una determinata fase storica, per cui affermare il semplice buon senso o stare dalla parte della buona vita, come dicevo in prefazione, diventa di fatto un atto rivoluzionario nella sua linearità e semplicità.</span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY"><em>Tratto da: Luigi D’Elia  <strong><a href="https://www.amazon.it/Alienazioni-compiacenti-Stare-bene-societ%C3%A0-ebook/dp/B00Z3MRMBK" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Alienazioni Compiacenti, star bene fa male alla società</a>, 2015</strong></em></p>
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		<title>L&#8217;anonima solitudine di massa</title>
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		<pubDate>Tue, 02 May 2017 18:25:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi D'Elia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Contemporanei e dolenti]]></category>
		<category><![CDATA[Scenari Sociali]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; &#8220;Routine keeps me in line Helps me pass the time Concentrates my mind Helps me to sleep Steven Wilson, dal brano “Routine” tratto da “Hand. Cannot. Erase.” 2015 Il compositore e musicista inglese Steven Wilson dedica uno straordinario e malinconico concept album alla inquietante vicenda di Joyce Carol Vincent, giovane donna trasferitasi dalla provincia [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p align="RIGHT"><span lang="en-US"><i>&#8220;Routine keeps me in line</i></span></p>
<p align="RIGHT"><span lang="en-US"><i>Helps me pass the time</i></span></p>
<p align="RIGHT"><span lang="en-US"><i>Concentrates my mind</i></span></p>
<p align="RIGHT"><span lang="en-US"><i>Helps me to sleep</i></span></p>
<p align="RIGHT"><span lang="en-US">Steven Wilson, dal brano “Routine” </span></p>
<p align="RIGHT">tratto da <i><b>“</b></i><i>Hand. Cannot. Erase.</i><i><b>” </b></i>2015</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Il compositore e musicista inglese Steven Wilson dedica uno straordinario e malinconico <i>concept album</i> alla inquietante vicenda di Joyce Carol Vincent, giovane donna trasferitasi dalla provincia in un quartiere periferico di Londra e ritrovata morta nel gennaio 2006, dopo quasi 3 anni, e mai cercata in questo enorme lasso di tempo da amici, parenti e vicini di casa, pur presenti. La vicenda fece discutere molto i media inglesi che vi dedicarono un documentario,<i> Dreams of Life</i>, uscito nel 2011.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Quello che stupisce di questa vicenda è che si trattava di una donna ancora giovane, con famigliari e degli amici, che ad un certo punto, trasferitasi nella grande metropoli, decide di scomparire dentro casa e ci riesce talmente bene da essere dimenticata da tutti.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">“<i>Estroversa e carina, trentotto anni, aveva alcune sorelle, compagni, ex colleghi ed ex fidanzati. Le persone appartenenti a quelle cerchie sociali apparentemente l’hanno persa di vista. Il monolocale fa parte di un complesso residenziale sopra l&#8217;enorme centro commerciale a Wood Green, a nord di Londra, con migliaia di persone che gli brulicano intorno. Ma nessuno dei vicini ha riferito nulla di strano” (</i><a href="http://www.marcofocchi.com/di-cosa-si-parla/la-solitudine-come-problema-sociale-psicologico-e-come-rischio-per-la-salute">Aditya Chakrabortty,</a> <i>The Guardian, lunedì 21. 10. 2013, in ).</i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Farsi cancellare dalla memoria del prossimo e rendersi invisibili è diventata oggi operazione possibile anche solo rimanendo dentro casa con la tv o il pc acceso, senza la necessità di scomparire in terre lontane. Una vicenda che ci raggiunge direttamente come un pugno nella pancia dicendoci che anche i modi possibili della solitudine e le sue fenomenologie appaiono piuttosto mutati negli ultimi decenni e quando non sono più gli anziani pensionati, soli e senza famiglie attorno, che muoiono in casa lasciandoci accorgere di questo evento solo dall’insopportabile odore che invade i condomini, ma sono giovani donne o giovani uomini che si lasciano spegnere nel fosso senza fine della solitudine e nell’indifferenza, forse ci dice qualcosa dell’organizzazione sociale e del modo in cui il tipo umano, specie metropolitano, è di fatto disaggregato, disconnesso dal suo prossimo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Da un vertice psicodinamico, lo sappiamo, la vera solitudine è il radicato sentimento di inaccoglienza nella mente dell’altro, di chiunque altro, l’idea cioè di dissolversi con facilità, è l’impermanenza nei pensieri e affetti altrui, sentimento che si matura a seguito di reiterate esperienze di sradicamento affettivo causato da innumerevoli ragioni: traumaticità di varia natura, distacchi familiari, lutti e dispiaceri, trasferimenti. Quando la convinzione di non essere ricordati e pensati dall’altro diventa realtà e si salda ad un effettivo isolamento sociale, ad un atteggiamento depressivo o evitante o eccessivamente timoroso, accompagnato da sentimento di inadeguatezza, ecco che la solitudine diventa un mostro inattaccabile che può portare a conseguenze estreme. Il neuroscienziato John Cacioppo, “<i>che per decenni ha studiato l&#8217;isolamento sociale, ha mostrato quanto gravi siano i danni che ne derivano per quanto riguarda i più comuni rischi per la salute. L&#8217;inquinamento atmosferico aumenta le probabilità di morte precoce del 5%; l’obesità del 20%. La solitudine fa crescere le probabilità di morte precoce del 45 %</i><i>” (ibidem).</i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Wilson fa dire alla “sua” Joyce Carol Vincent, nel testo della canzone citata in apertura, che la routine casalinga le riempie il tempo, la tiene in linea, le permette di concentrarsi, di dormire meglio, ma il canto ripetitivo sottolineato da un delicato arpeggio, diventa ad un certo punto un grido disperato di aiuto, inascoltato. La routine quotidiana sembra inizialmente proteggere e mettere in sicurezza da un sentimento eccessivamente angoscioso, ma il silenzio attorno diventa assordante, insopportabile, schiacciante.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Se penso, ad esempio, alla mia osservazione personale, come quella di un osservatore qualunque, abito da circa due anni in un piccolo condominio di 6 mini appartamenti di un quartiere semiperiferico di Roma, un tempo una borgata povera (Pasolini girò proprio sotto casa mia il suo primo film, Accattone), oggi periferia dignitosa, e se non fosse che la mia dirimpettaia, Gisella (è lì dagli anni 50), vedova arzilla e intraprendente, non mi avesse chiesto di farmi le pulizie a casa e stirare le camicie in cambio di un giusto compenso, e se non fosse che la signora Pinuccia, col suo tignoso cagnolino e la sua stridula parlata abruzzese, non mi bussasse ogni mese per le spese del condominio, <b>io non saprei nulla di nulla di chi abita intorno a me</b>. Al piano terra una ragazza ha preso in affitto poco dopo di me quel rumorosissimo monolocale che affaccia sulla strada, sguscia ad ogni sguardo e saluto, non è mai in compagnia di nessuno. Di fronte alla ragazza solitaria, un appartamento vuoto. Al primo piano, di fronte a Pinuccia, una coppia di sessantenni, obesi e visibilmente depressi e isolati, di cui non so nulla di nulla, anche loro a malapena rispondono al saluto se incrociati per le scale.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Questo scenario in una grande città è la norma, anzi in certe situazioni può essere decisamente peggiore e più alienante di questo, spesso alimentato da condomini affollati e litigiosi.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Anche il lavoro clinico mi fornisce innumerevoli spunti osservativi e storie di solitudine interiore. Penso a Giovanni, 47 enne che abita da solo poco lontano da me, il quale ha progressivamente eroso tutte le relazioni lavorative, amicali e soprattutto famigliari dopo la morte del padre e dopo una delle tante banali liti con la madre che non gli ha mai riconosciuto la sua dignità di persona e di figlio. Penso a Salvo, il quale dopo 5 anni in una comunità terapeutica per una forte depressione, la famiglia che lo vuole riprendere indietro senza alcun progetto, è riuscito ad inventarsi un lavoro come cuoco, ma ormai lontano dalla sua regione di origine, vive come un esiliato con un altro ex paziente schizofrenico (anche egli solo), e non riesce a immaginare di vivere da solo né di avere alcuna vita sociale al di fuori del lavoro che gli assorbe il 99% delle sue energie. Penso a Flavia, bellissima, che vive nel suo appartamento al 6° piano di un comprensorio appena costruito in estrema periferia, faticosamente guadagnato, una vita come figlia e segretaria perfetta, ma una vita sentimentale arida e spenta. Penso a Filippo, impiegato comunale di livello, che a 35 anni riesce a liberarsi dal giogo dispotico di un padre totalitario e paranoico per andare a vivere da solo, ma si rende conto di non avere alcuna competenza sociale né esperienza per avventurarsi nel mondo e si arrocca in una penosa routine di casa e lavoro. Penso a Carolina, con un passato familiare da far tremare i polsi, la quale decide di trasferirsi in una casa di 20 metri quadrati in un paesino dell’interland romano, senza legami e amicizie, dopo che la madre, mentalmente disturbata, decide di trasferirsi in estremo oriente, luogo di origine della sua famiglia, lasciando che la figlia maggiore, sorella di Carolina, la cacci di casa in malo modo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">In tutti questi casi, come in molti altri, non necessariamente presenti nell’agenda di psicoterapeuti, la solitudine è un macigno inamovibile dal petto. Questa tipologia di solitudine, che definirei più come una sorta di <b>esilio forzato</b>, è l’esito di una <b>progressiva spoliazione</b>, interna e esterna, di legami e contesti affettivi-aggregativi. Una <b>desertificazione di territorialità psichiche e sociali</b>, uno spopolamento interiore accompagnato da carestia e da vissuti di immeritevolezza. Quello che personalmente e abbastanza sistematicamente osservo è proprio uno <b>sfaldarsi progressivo</b> e inesorabile dei legami forti famigliari, agevolati spesso da una precedente tendenza delle culture famigliari ad isolarsi di per sé (spesso sono già le famiglie intere, già i genitori, ad essere soli, senza legami precedenti, senza amicizie, come molte storie di lacerazioni precedenti spesso confermano e testimoniano), accompagnato da un’assenza di una cultura aggregativa, sociale, comunitaria che permetta la valorizzazione dei cosiddetti legami deboli (che deboli non sarebbero) e che compensi in qualche misura, se non del tutto, tale <b>matrice famigliare satura</b> tendente all’isolamento, all’autoreferenzialità mesta, alla chiusura a riccio. In genere le ultime generazioni si ritrovano nel solco di tali abitudini famigliari a dissipare e lasciar cadere legami, amicizie, affetti, e nell’impossibilità o incapacità a costruirne di nuovi.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">La solitudine aumenta negli ultimi decenni, sta diventando una <b>solitudine di massa</b>,<i> </i>ad esempio <i>“la Gran Bretagna ha visto crescere il numero di persone che vivono sole dal 17% sul totale dei nuclei famigliari nel 1971 al 31 %” (ibidem)</i>.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">In Italia <i>“C</i><i>rescono le nuove forme familiari: sono 6 milioni 866 mila i single non vedovi, i monogenitori non vedovi, le coppie non coniugate e le famiglie ricostituite coniugate. Vivono in queste famiglie 12 milioni di persone, il 20% della popolazione, dato quasi raddoppiato rispetto al 1998. I single non vedovi sono soprattutto uomini (55,3%), mentre i monogenitori sono in gran parte donne (86,1%). Le nuove forme familiari sono cresciute per l&#8217;aumento di separazioni e divorzi.”</i> (<a href="http://www.istat.it/it/archivio/38613"><i>dati ISTAT</i></a>)</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Questi fenomeni si verificano sia a causa del protrarsi dell’età avanzata, ma anche per una tendenza sociale a frammentare i legami precedenti spesso, come appena detto, senza un <i>paracadute</i> che ammortizzi tale tendenza. Cresce anche la povertà legata alla solitudine e con essa il disagio connesso: i single, si sa, sono un target privilegiato della società dei consumi: sono cronicamente insoddisfatti, spendono di più e in maniera compensativa, spesso compulsiva, si rifugiano, annidandosi, nei loro oggetti, abitudini, cibi, manie.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 14pt;">Ci si ritrova perciò ad abitare, come inquilini alienati e pallidi, territori psichici interni, ma anche esterni, svuotati e spopolati accompagnati dal sentimento di sopravvissuti ad una catastrofe e con la consapevolezza che solo rinnovate e reinventate competenze sociali possano essere in grado di rispondere a questi bisogni, così come si presentano, in una cornice del tutto nuova, come in questi ultimi anni.</span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY"><em><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Tratto da: Luigi D&#8217;Elia  <strong><a href="https://www.amazon.it/Alienazioni-compiacenti-Stare-bene-societ%C3%A0-ebook/dp/B00Z3MRMBK" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Alienazioni Compiacenti, star bene fa male alla società</a>, 2015</strong></span></em></p>
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		<title>L’esistenza ferma: l’inaccessibilità all’autonomia dei venti-trentenni “NEET”</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Mar 2017 10:35:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi D'Elia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Contemporanei e dolenti]]></category>

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		<description><![CDATA[Adulto? Chissà cosa significava un tempo questa parola oggi sconosciuta? Lo svuotamento della parola nonché della condizione di “adulto”, già argomentata dal sottoscritto in questo recente articolo: La scomparsa dell’età adulta, trova sponda nella rivoluzione (qualcuno sostiene la scomparsa) avvenuta gli ultimi decenni di quelli che un tempo in psicologia (con tanto di relative cattedre) [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>Adulto? Chissà cosa significava un tempo questa parola oggi sconosciuta?</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Lo svuotamento della parola nonché della condizione di “adulto”, già argomentata dal sottoscritto in questo recente articolo: <a href="http://www.psicologoaurelio.it/la-scomparsa-delleta-adulta/" target="_blank"><strong><em>La scomparsa dell’età adulta</em></strong></a>, trova sponda nella rivoluzione (qualcuno sostiene la scomparsa) avvenuta gli ultimi decenni di quelli che un tempo in psicologia (con tanto di relative cattedre) chiamavamo <strong>cicli vitali</strong>. Intendiamoci, non che oggi non si riesca più a distinguere un bambino da un trentenne, naturalmente i cicli vitali continuano ad esistere dal punto di vista biologico e in gran parte anche psicologico, ma l’attuale cultura, specie occidentale, ha prodotto un rimescolamento così profondo delle coordinate precedentemente fondanti le caratteristiche salienti di ciascun ciclo vitale da rendere a volte illeggibile con le categorie precedenti un testo che andrebbe di fatto ri-tradotto alla luce dei cambiamenti attuali.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Noi del settore psy ci ostiniamo invece ad utilizzare nostalgicamente terminologie quali “<em>modalità adolescenziali</em>” riguardo ai nostri contemporanei <em>anagraficamente-adulti</em> laddove dovremmo rassegnarci ad abbandonare le vecchie mappe sulle quali ci orientavamo fino a pochi anni fa e deciderci a ridisegnarle aggiornate.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Mi occupo di questo tema perché la fascia demografica con la quale mi capita più spesso di lavorare come psicologo-psicoterapeuta è proprio quella che va dai 18 ai 40 anni con una concentrazione maggiore nella sotto-fascia 25-35. Mi capita perciò di avere una frequentazione assidua di tale fetta di popolazione e ne comincio ad osservare longitudinalmente, nel corso di generazioni giovanili limitrofe, alcune caratteristiche differenziali che cominciano ad essere piuttosto ricorrenti (e preoccupanti).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ebbene, mi arrivano a studio sempre più frequentemente giovani 20-30enni che non si pongono minimamente il problema della dipendenza dalla propria famiglia e quindi di converso dell’autonomia, economica, psicologica, affettiva e che già dai 20, ma anche arrivati alle soglie dei 30 anni e a volte anche oltre, non si sono <strong>mai</strong> preoccupati di cercare un lavoro, di perseguire un’autosufficienza economica, di perseguire obiettivi formativi, insomma di <em>mettere su cantieri</em> ovverosia progettualità esistenziali e, da ultimo, di praticare con costrutto una vita di condivisione sentimentale e a volte di non avvicinarsi nemmeno ad immaginarla. In breve, nel loro <em>ordine del giorno esistenziale</em> non compaiono tutti quei punti che puntavano all’autodeterminazione che caratterizzavano prevalentemente le generazioni precedenti. Un sistema di motivazioni totalmente sovvertito.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Naturalmente i motivi scatenanti per i quali questi giovani raggiungono la mia stanza (panico, ansia, depressioni reattive, delusioni sentimentali, quando va bene) sono del tutto secondari e accessori rispetto alla macroscopica evidenza di un’<em>esistenza ferma</em> proprio nel momento della vita che in genere corrisponde alla fase di massima intrapresa. Proprio come un corridore sulla linea di partenza di una pista di atletica il quale, sentito lo sparo dello starter, invece di partire, apre placidamente e lentamente una sedia a sdraio, si accomoda, prende il telecomando e comincia a fare zapping.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Costoro, contrariamente a quanto si potrebbe superficialmente obiettare, non rappresentano solo perché frequentatori di uno psicologo fasce svantaggiate o sociologicamente differenziate. No, sono oramai una parte consistente della popolazione, più di due milioni (<a href="http://dati.istat.it/Index.aspx?DataSetCode=DCCV_NEET#" target="_blank">guarda i dati Istat</a>), definiti “<strong>Neet</strong>” o “<strong>Generazione né-né</strong>” (<i>Not (engaged) in Education, Employment or Training)</i>, cioè che non studiano, non lavorano e non sembrano granché interessati a fare nulla.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Lungi da me l’idea di schiacciare questo fenomeno biblico in categorie onnicomprensive e quindi semplicistiche di tipo psicologico-psicoanalitico, sociologiche o di altro genere. Troppe variabili vi intervengono, e la tentazione da parte degli addetti ai lavori di derubricare questi nostri contemporanei nell’alveo delle psicopatologie dipendenti-affettive o depressivo-ansiose o ad etiologia familiare o restringere il tutto al mammismo italiota, è talmente forte da realizzare un effetto di vero e proprio accecamento riduttivistico. Mi limito perciò semplicemente a riportare le mie osservazioni parziali anche per domandarmi umilmente se sia più utile per costoro un lavoro psicoterapeutico o piuttosto un agenzia di lavoro con tutoring (o la combinazione di entrambe le cose) o invece un altro genere di <em>rivoluzione</em>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Intanto, se volessi provare a tracciare con poche pennellate – necessariamente superficiali vista la limitatezza del mio campione e la settorialità del mio sguardo – alcune caratteristiche salienti e ricorrenti dei <em>Neet</em> che attraversano la soglia del mio studio direi che:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>&#8211;</strong>1.       spesso non mostrano disagio consapevole e diretto per la loro condizione di mancanza di autonomia e di progettualità esistenziale (e naturalmente non connettono i loro sintomi psicogeni con questa condizione più generale che proprio in virtù di tale scotoma tendono a non arretrare)</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>&#8211;</strong>2.       spesso vivono in famiglie che, ugualmente, non avvertono disagio per l’immobilità del loro membro o, se l’avvertono, appaiono sguarnite o inefficaci nell’affrontare il problema</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>&#8211;</strong>3.       le condizioni economiche familiari non sembrano influire più di tanto sul problema di fondo, se non, in caso di insufficienza economica, accentuando gli aspetti depressivi secondari (cioè la povertà non appare un deterrente alla dipendenza, né viceversa uno stimolo alla progettualità e emancipazione)</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>&#8211;</strong>4.       spesso la componente affettiva mima fedelmente la dinamica generale posizionandosi su un funzionamento dipendente e a volte controdipendente</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>&#8211;</strong>5.       spesso la socialità di queste persone appare ristretta ed immobile, la loro rete di relazioni chiusa e autoreferenziale a volte dominata dalle relazioni familiari e pochissimi &#8220;<em>legami deboli</em>”</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>&#8211;</strong>6.       gli ambiti di interessi dichiarati e coltivati sono ristretti e a volte prossimi allo zero, elemento questo che farebbe (erroneamente) pensare ad un deficit di soggettualità o a una situazione culturale carenziale. Cosa che in genere viene smentita subito dopo l’inizio di un lavoro psicoterapeutico.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">In generale si potrebbe affermare da queste prime sommarie osservazioni che i Neet esprimono un <strong>bisogno inderogabile di restringimento dell’esploratività</strong> proprio laddove il mondo là fuori chiede a <em>qualcuno che sta diventando adulto</em> (che è poi l’etimo della parola adolescente) di sgomitare e di farsi largo dentro una crisi di sistema che non accenna a terminare e che viceversa impone l’attivarsi di strategie di ambientamento/disambientamento sempre nuove.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Un tale bisogno così espresso può essere inteso come disadattamento, difficoltà, disagio e in alcuni casi (in cui ad esempio sintomi psicogeni vanno a suggellare lo stigma sociale) disinteresse e vulnerabilità individuale e familiare s’incrociano e finisce per diventarlo. Ma da qui a pensare che lo <em>sciopero bianco</em> che viene messo in opera da più di due milioni di giovani sia solo un problema di adattamento o di psicopatologia ce ne passa e sarebbe totalmente fuorviante pensarlo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il bisogno di restringimento delle <em>territorialità psichiche</em> è dal mio punto di vista soprattutto un dato antropologico e mostra piuttosto uno scollamento tra matrici culturali (in genere famigliari) che per varie ragioni retrocedono su posizioni meno incerte e su una complessità dello stile di vita drasticamente minore e matrici culturali che propongono un continuo innalzamento della posta in gioco e un continuo gioco di discontinuità tra le generazioni, attraverso passaggi storico-sociali quali il precarismo lavorativo e tutto quanto ad esso concatenato.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ma allo stesso modo in cui non mi accontento di leggere l’indifferenza dei Neet come un disadattamento psicologico, non mi basta assolutamente pensare che questo fenomeno sia spiegabile solo con chiavi di lettura sociologiche o politiche.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Una nota conclusiva: il lavoro psicoterapeutico focalizzato sul progetto esistenziale più che sul sintomo, nella mia esperienza, migliora (talora definitivamente) non solo il quadro clinico laddove presente, ma anche la prospettiva di vita di questi giovani. Ed in genere si tratta di un lavoro non lunghissimo.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Qualcosa vorrà dire… forse che l’istituzione curante psy (anche solo <em>attraverso</em> un singolo professionista) che si ponga come un <em>sociale simbolopoietico di sostegno</em>, coerente con il tessuto socio-antropologico del giovane o in grado di dialogare con esso, può essere in grado di aprire porte destinate a rimanere sbarrate?</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 10pt;">Articolo pubblicato su psychiatryonline.it il 20 settembre 2013 <a href="http://www.psychiatryonline.it/node/4538">http://www.psychiatryonline.it/node/4538</a></span></p>
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		<title>L&#8217;epoca dell&#8217;amore esitante</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Mar 2017 23:49:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi D'Elia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Contemporanei e dolenti]]></category>

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		<description><![CDATA[Luigi D&#8217;Elia da http://www.psychiatryonline.it/node/6153 Nulla come la professione di psicoterapeuta consente di affondare lo sguardo nello spirito del tempo e di cogliere o di isolare come fenomeni a se stanti, aspetti della contemporaneità in fieri afferrandone in anteprima elementi salienti e distintivi. In questa rubrica ho provato a svolgere in molte occasioni questo compito focalizzandomi sull’osservazione [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 10pt;">Luigi D&#8217;Elia da <a href="http://www.psychiatryonline.it/node/6153" target="_blank">http://www.psychiatryonline.it/node/6153</a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Nulla come la professione di psicoterapeuta consente di affondare lo sguardo nello spirito del tempo e di cogliere o di isolare come fenomeni a se stanti, aspetti della contemporaneità in fieri afferrandone in anteprima elementi salienti e distintivi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">In questa rubrica ho provato a svolgere in molte occasioni questo compito focalizzandomi sull’osservazione dei nostri tempi e approfittando un po’ del privilegio del <em>raccoglitore di storie</em> o se vogliamo dell’<em>estrattore di nuove forme di vita</em>, stupendomi talvolta delle sensibili differenze tra quanto accade oggi e quanto accadeva solo pochi anni fa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Testimone, spesso attonito, di questo scarto tra epoche contigue e vicinissime, spero non stordito dalla rapidità dei cambiamenti, mi cimento in descrizioni tentando semplificazioni a volte ambiziose, a volte impossibili.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">È il caso del tema scelto per questo breve articolo, <strong>l’amore</strong>, le cui traiettorie il mio psico-sguardo intercetta quotidianamente in moltissime sedute, direi in quasi tutte, connotando a volte intere giornate di lavoro con pazienti diversi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Dire qualcosa di<em> invariante </em>dell’amore è per me operazione impossibile che lascio volentieri a poeti e artisti, che molto meglio di me possono raccontarci ciò che muove il firmamento interiore dei sentimenti. Da osservatore sociale mi limito a cogliere invece le <em>variazioni </em>sul tema, o se vogliamo le <em>varianti</em> epocali, specialmente quelle culturalmente e socialmente determinate.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Una di queste varianti recenti che mi è capitato di osservare riguarda l’inedita <strong>cautela </strong>con la quale le ultime generazioni si approcciano alla vita sentimentale: si tratta per lo più di giovani adulti (ma anche non più giovani) che raccontano di non essersi <strong>mai innamorati</strong> o di aver conosciuto l’amore in rarissime e <strong>lontane esperienze</strong> giovanili o adolescenziali mai più ripetute, collezionando per il resto del tempo, quando non si tratti talvolta di vite vicine all’ascetismo o all’asessualità, di esperienze che definirei “para-sentimentali” quasi sempre <strong>brevi o medio-brevi</strong> per le quali non solo il piano progettuale della coppia non appare mai all’ordine del giorno, ma dove l’impegno reciproco in coppia è diventato <em>misurato</em> e dove il coinvolgimento emotivo è deludente e flebile. Talvolta ci si incontra ancora con una certa quota di passione iniziale che si sa già dapprima essere transitoria e fugace e ci si lascia presto senza troppi sussulti emotivi alla prima difficoltà o idiosincrasia caratteriale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Spesso la vita amorosa viene vissuta come uno spauracchio da maneggiare con estrema cura districandosi tra ferite e cicatrici del passato, soglie al dolore psicologico e alla frustrazione bassissime, aspettative di fregature ricorrenti più che auto-profetiche, ed un sentimento diffuso di inadeguatezza alle vicende amorose come se la vita sentimentale fosse diventata una bella grana di cui si farebbe volentieri a meno.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Si giunge, per le donne in particolare, ma anche per gli uomini, ben oltre la soglia di una fertilità sufficiente con l’idea semidelirante che tanto ci sarà sempre tempo per pensare alla genitorialità. Questo essenzialmente a causa dello scarto, sempre maggiore in questa epoca, creatosi tra percezione di adultità e vita biologica: adultità sine die a fronte di una vita biologica certamente prolungata di alcuni anni, ma pur sempre con un limite. Sensazioni/percezioni senza limite e corpo con un limite. Questo è lo scarto incolmabile dell’oggi; vita psichica immaginifica (alimentata da codici sempre più immaginifici veicolati dai nuovi media) e vita biologica di fatto inalterata.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> Non è raro incontrare ultraquarantenni con il progetto futuro di un figlio, vissuto incongruamente come un qualcosa di là da venire, ma del tutto privi/e di minime coordinate emotive e sentimentali per l’incontro con l’altro e completamente impreparati/e ad una vera condivisione della vita di coppia (che come sappiamo bene richiede autosuperamento e fiducia).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">E se per i 30-40enni questa impreparazione appena descritta è già frequente, per le generazioni ancora precedenti la frequenza con la quale si intercettano giovani del tutto analfabeti (e quindi anche demotivati) rispetto alla vita sentimentale e di coppia è molto maggiore.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Difficoltà di capire le coordinate delle scelte di partnership dovuta ad una prevalenza di modalità proiettive su criteri fondati sulla verifica e l’esperienza. Difficoltà a leggersi dentro emotivamente, a leggere anche i segnali del corpo, ad integrarli ad una vita psichica affettivamente composita, parti di sé mantenute scisse, specie quelle relative alla sessualità ed impossibilità di utilizzare la sessualità come forma evoluta di conoscenza di sé e dell’altro e quindi impossibilità a capire con chi si ha a che fare e chi si ha veramente di fronte a sé.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Si pensava fino a poco tempo fa che gli innamorati fossero in grado di spostare le montagne, che l’amore che sboccia liberi quantità di energie psichiche inaspettate che fondano e fertilizzano la mente e il corpo. Dobbiamo revisionare questo immaginario dell’amore se non proprio archiviarlo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Oggi la scena che troviamo di fronte a noi appare del tutto cambiata. L’amore (eros, sentimento e spirito) non è più esperienza così accessibile e non fertilizza più il tessuto sociale come non fertilizza più i corpi e le menti dei giovani con la sua componente trasformativa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Gli amori esitanti stanno sorpassando di numero quelli coraggiosi e fondativi. Quale tipo umano ci riserva il futuro a partire da queste premesse?</span></p>
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		<title>Ti controllo! Ossessioni comuni nell&#8217;epoca dei social media</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Mar 2017 23:44:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi D'Elia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Contemporanei e dolenti]]></category>

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		<description><![CDATA[Il seguente articolo è tratto dalla Rivista &#8220;Psichie Arte e Società&#8221; n° 4 Anno III &#8211; Aprile 2016 &#8220;Psicologia e Giornalismo&#8221; L’arrivo del web ha reso la vita umana più interconnessa, più trasparente, più sovraesposta e di conseguenza più paranoidea. Nonostante il titolo del presente lavoro possa alludere all’inaffidabilità dei nuovi media, non mi iscrivo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="rteright" style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il seguente articolo è tratto dalla Rivista &#8220;Psichie Arte e Società&#8221; n° 4 Anno III &#8211; Aprile 2016 &#8220;Psicologia e Giornalismo&#8221;</span></div>
<div class="rtejustify" style="text-align: justify;">
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">L’arrivo del web ha reso la vita umana più interconnessa, più trasparente, più sovraesposta e di conseguenza più paranoidea. Nonostante il titolo del presente lavoro possa alludere all’inaffidabilità dei nuovi media, non mi iscrivo certo tra le schiere degli apocalittici, di coloro che disprezzano questa mutazione umana a causa di questo ultimo “effetto collaterale”, le conseguenze paranoidee del web appunto, ma vorrei mantenermi sul piano del comprendere prima che del giudicare.<a title="" href="http://www.psychiatryonline.it/node/6190#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a></span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Intendiamoci, chiunque è libero di non comparire sul web, di non lasciare tracce o se vogliamo anche di scomparire e disperdere le proprie tracce qualora già comparso, suo malgrado o meno. Si è liberi di non acquistare mai un computer, uno smartphone o un tablet, di non stipulare alcun contratto con aziende telefoniche per ottenere mai una connessione wifi o altro tipo di collegamento. Si è liberi, insomma, di non esistere e di rimanere anonimi e opachi per il mondo del web.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La libertà di autodeterminazione deve, ancora oggi, poter essere considerata una prerogativa dell’uomo, seppur solo teorica, nonostante l’iperconnettività di questa parte ricca del pianeta, nonostante le regole implicite che governano l’infosfera che vorrebbero rendere tutto e tutti ubiquitariamente trasparenti senza possibilità di divieti di accesso né dal basso né dall’alto.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ma chi abita la rete è viceversa destinato ad illudersi della propria opacità e della propria irrintracciabilità ancora per poco. A lungo andare giocare a nascondino abitando con continuità la rete è praticamente impossibile.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Siamo lontani dall’esilarante caso, collocato però in epoca televisiva e ancora pre-internet, di Chance Giardiniere, il surreale personaggio del film <em>Oltre il giardino</em>, il quale, per una serie di fortuite ragioni, era rimasto del tutto isolato dal mondo reale e rinchiuso tutta la vita in una casa padronale nella quale faceva il giardiniere. L’unico suo contatto con il mondo esterno era la TV di cui usufruiva ininterrottamente e compulsivamente in ogni momento della giornata ed in ogni stanza della grande casa.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Morto il padrone, Chance è costretto ad uscire suo malgrado di casa e, a seguito di alcune rocambolesche vicende, si ritrova a diventare, grazie all’inconsapevole uso sibillino del linguaggio televisivo di cui era infarcito, un influente e ascoltato consigliere del presidente degli Stati Uniti. In realtà era solo una persona deprivata, un fatuo idiota adattato al linguaggio piatto e ripetitivo della TV. Ma quando il presidente incarica i servizi segreti di indagare sulla sua vita, nulla essi riescono a scoprire di lui: nessun passato, nessuna carta di credito, nessun conto, nessuna carta di identità, nessun parente, nessun amico, i suoi vestiti erano vecchi e costosi regali del padrone, era comparso in quella casa dal nulla. Nessuna traccia, nulla che facesse comprendere da quale passato provenisse costui, presumibile che fosse dunque un vero genio rimasto nascosto allo sguardo del sistema. Ma se sfuggi all’occhio lungo del sistema mediatico o sei un genio o sei un emarginato totale. Naturalmente nessuno aveva immaginato che Chance fosse un idiota. L’importante – si svelerà nel finale del film – era che egli si prestasse ad essere un <em>utile idiota</em>.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La storia di Chance Giardiniere ci suggerisce che il rapporto con i media pervasivi non possa essere “intermedio”, o si è dei geni conoscitori dei trucchi più fini per sfuggire al controllo o si deve essere degli idioti mai comparsi, o più probabilmente dei comunissimi <em>utili idioti</em>.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Essere dei comuni e utili idioti nel web è esperienza di massa e non è esperienza che oggi debba suscitare scandalo o scalpore e nemmeno riprovazione morale, è semplicemente ciò che ci è dovuto in un mondo che necessita della nostra intima collaborazione per condividere nostre informazioni sensibili per affinare <em>i consigli per gli acquisti</em> verso di noi. Le innumerevoli novità relazionali, identitarie, sociali e politiche che il web ha introdotto e continua ad introdurre con tutte le innovazioni tecniche che si affastellano in pochi anni, sono ancora molto al di là dell’essere esplorate, specie riguardo le ricadute sulla mente e sulla tipologia umana contemporanee.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Prendiamo in considerazione, ad esempio, la rivoluzione che ha comportato Facebook nella vita di tutti i giorni, tra le persone e, in particolare, nella <strong>sfera sentimentale</strong>, affettiva, amicale.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Facebook è il social network che per le sue caratteristiche di sintesi (immagini, chat, video, scrittura, lettura, diario di vita, memoria recente e remota sempre disponibile, interconnettività estrema col resto del web) compendia e supera, al momento, tutti gli altri social network e quindi lo utilizzo qui come attuale piattaforma mutagena dalla quale muovere una riflessione.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Si pensi ad esempio alla possibilità che esiste tra due contatti che non abbiano messo particolari vincoli di riservatezza:</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span></p>
</div>
<ul style="text-align: justify;">
<li class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">di controllare presenza online dell’altro, anche con quale dispositivo tecnico, quindi anche sapere presumibilmente se l’altro è in casa sul pc o è sullo smartphone,</span></li>
<li class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">di controllare l’attività attuale (e pregressa prossima) tramite il flusso di news</span></li>
<li class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">di verificare se e quando l’altro legge i messaggi da te inviati sulla chat privata</span></li>
<li class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">di monitorare, attraverso l’attivazione delle notifiche, i movimenti e i commenti di qualunque post</span></li>
<li class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">di controllare la frequenza di “like” di qualcuno sulle bacheche altrui, o degli altri sulla bacheca di qualcuno</span></li>
<li class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">di controllare persino gli amici degli amici che non sono diretti contatti che non abbiano impostato particolari restrizioni di privacy</span></li>
<li class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">di esplorare a fondo nelle bacheche altrui foto, preferenze, attitudini, cambiamenti significativi di umore, di emozioni</span></li>
<li class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">di esplorare nelle bacheche altrui settimane, mesi ed anni precedenti della vita di qualcuno attraverso, post, foto, discussioni, commenti, like, etc.</span></li>
<li class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">di sapere a volte con molta precisione cosa fa e dove si trova una persona (in alcuni casi anche cosa mangia)</span></li>
<li class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">di verificare l’arrivo di nuovi contatti o, facendo semplici incroci, di verificare la fine di un contatto altrui</span></li>
<li class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">di sapere talora, se segnalata, la geolocalizzazione precisa della persona dalla quale scrive il proprio post</span></li>
<li class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">etc.</span></li>
</ul>
<div class="rtejustify" style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">S’immagini dunque cosa comporti questa enorme e dettagliata massa di informazioni quotidiane, niente affatto neutrali, solo pochi anni fa inaccessibile, nella vita, ad esempio, di due amanti/fidanzati recenti o datati, di due ex amanti/compagni/coniugi, o di due aspiranti amanti. Un flusso di informazioni che spesso genera preoccupazioni, sospetti, ansie, se non proprio ossessioni e paranoie conclamate.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Nella mia pratica clinica più e più volte mi è capitato di incontrare pazienti che vivevano il loro abitare Facebook con una quota di angoscia anche piuttosto significativa, qualcuno passava gran parte del suo tempo a controllare la bacheca e le attività del/la suo/a ex a curiosare chi mette i “like” sui post, chi e cosa si commenta, qualcuno che aveva deciso per lo stesso motivo di cancellarsi, salvo poi ritornarvi e fare capolino, qualcun altro che attendeva anelante responsi e risposte dal proprio amato o ex amato, qualcun altro ancora che inseguiva interminabili chat o discussioni accese con un eccessivo sentimento di tragicità. Ciò che si dice e che avviene in chat viene di fatto assimilato e scambiato con una conversazione reale e si perde di vista l’aspetto virtuale e soprattutto autoreferenziale dovuto alla mancanza di un corpo e di un’alterità incarnata.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La pensa allo stesso modo il filosofo coreano, ma di cultura europea, studioso della contemporaneità, <strong>Byung-Chul Han</strong> quando afferma nel suo <em>La Società della Trasparenza<a title="" href="http://www.psychiatryonline.it/node/6190#_ftn2" name="_ftnref2"><strong>[2]</strong></a></em> che</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">“<em>La massa di informazioni e di immagini è un accumulo nel quale si rende percepibile il vuoto. Un semplice aumento di informazioni e di comunicazione (e Facebook ne è l’artefice principale, ndr) non rischiara il mondo. Neppure l’evidenza agisce rischiarando. La massa di informazioni non produce alcune verità. Più informazioni vengono liberate, meno intellegibile diviene il mondo. L’iper-informazione e l’iper-comunicazione non gettano alcuna luce nella tenebra”</em></span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La quantità di informazioni, decisamente eccessiva, che finisce per simulare la realtà, cambia dunque le carte in tavola, gli individui finiscono talvolta per confondere i contesti e estendere ed applicare le regole di un contesto ad un altro. Ciò che accade nella vita reale, negli incontri reali, con tutto il corredo di comunicazione non verbale, corporea, sensoriale, può venire quindi erroneamente trasposto, o per meglio dire, rigidamente traslato, nella realtà di una conversazione o di una situazione relazionale su Facebook, dove lo scambio in chat o uno scambio di commenti su un post diventano <em>più reali della realtà</em> in quanto i processi di verifica attingono a criteri autoreferenziali e talvolta autosuggestivi, .</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>“Il medium digitale porta alla progressiva scomparsa della controparte reale, la percepisce come un ostacolo. In questo modo la comunicazione digitale diviene sempre più priva di corpo e di volto […] dischiude uno spazio narcisistico, una sfera dell’Immaginario nella quale rinchiudermi. Attraverso lo smartphone non parla l’Altro”.</em></span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Han</strong> ha dedicato molto spazio della sua recente ricerca agli aspetti mutageni dei nuovi media e alle ricedute sulla vita umana e sociale e anche mentale. Dopo la <em>Società</em> <em>della Trasparenza</em>, <strong>Han </strong>dedica altri due testi organici all’homo digitalis, <em>Nello Sciame. Visioni del digitale<a title="" href="http://www.psychiatryonline.it/node/6190#_ftn3" name="_ftnref3"><strong>[3]</strong></a>,</em> e <em>Psicopolitica<a title="" href="http://www.psychiatryonline.it/node/6190#_ftn4" name="_ftnref4"><strong>[4]</strong></a></em> (non ancora tradotto in italiano).</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Facebook è diventato in pochi anni dal suo avvento una protesi identitaria insostituibile, esistere e agire su Facebook ha assunto quel carattere di doverosità e urgenza che solo l’appartenenza a gruppi sociali reali possiede.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Informare il proprio mondo sociale su Facebook di come stai, cosa fai, cosa pensi di questo o di quello, di che umore sei, e così via, per moltissimi utenti è diventato altrettanto doveroso quanto telefonare alla propria mamma o al proprio fidanzato.</span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La differenza però è che queste comunicazioni private-personali che prima non oltrepassavano il confine del famigliare o del ristretto network amicale, oggi sono estese a gruppalità molto più vaste, anche dell’ordine delle migliaia di persone. Per fare un parallelismo storico, è come se in un paese di 3-4000 persone del secolo scorso fossero esistiti più luoghi pubblici accessibili a tutti dove ognuno avesse potuto affiggere di continuo manifesti di ogni tipo nei quali avesse potuto descrivere il proprio stato d’animo o il proprio pensiero di quel preciso momento. Probabile che una cosa del genere un tempo non tanto remoto (solo fino a 15 anni fa) non sarebbe mai potuta accadere.</span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">In buona sostanza molto (non tutto) di ciò che fino a pochi anni fa atteneva al <em>privato-personale</em> oggi si è esteso al piano del <em>privato-socializzabile</em>. Una delle tante rivoluzioni silenziose del web nella nostra vita.</span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Le domande che ci facciamo oggi sono dunque le seguenti: come mai oggi tutto ciò, dopo solo un decennio di “coltivazione web”, è diventato più naturale di bere un bicchiere d’acqua?</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Facebook ha scoperto un bisogno sopito dell’uomo di comunicare e mostrarsi? Lo ha reso pensabile e possibile? Lo ha costruito e indotto? Lo ha artatamente gonfiato?</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ma se sul piano dell’<em>identità individuale </em>la protesi estensiva identitaria di Facebook rappresenta un nuovo dispositivo esistenziale che descrive un nuovo assetto sulla privatezza ed un nuovo rapporto individuo-sociale, anche sul piano dell’<em>identità collettiva</em>, Facebook istituisce nuove forme identitarie, che però risultano molto distanti da quelle descritte da Gustave Le Bon un secolo prima, laddove l’aggregato sociale “folla”, massa, seguiva un agire collettivo orientato, seppure irrazionalmente, seppure secondo “condensati”.</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Secondo <strong>Byung-Chul Han </strong>l’aggregazione sociale che si forma su Facebook è di tipo “sciamante”, segue cioè forme occasionali e temporanee e non riesce mai a strutturarsi in una vera e propria “moltitudine” stabile, politicamente significativa. Segue piuttosto onde emotive, sensoriali, sentimentali particolarmente effimere e estemporanee tali da risultare politicamente irrilevanti e particolarmente manipolabili. Nessuna vera rivoluzione è prevista grazie a Facebook anche se molte onde sciamanti che risentono dei cambiamenti sociali passano ineludibilmente da qui inducendo l’illusione che la cassa di risonanza, quella sì enorme, prodotta da Facebook costituisca di per sé strumento di cambiamento efficiente.</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Han</strong> sostiene che l’homo digitalis, piegato inconsapevolmente dalle ferree leggi psicopolitiche dei big data, è diventato atrofizzato anche nel suo modo di giocare ed agire sul web, un gioco ed un agire che lo alienano dalla consapevolezza del proprio essere strumentalizzato da una sorta di <em>idealizzazione antropologica </em>della propria nuova frontiera creativa rappresentata dall’allargamento della coscienza e delle possibilità tecniche e sociali del web.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La dispercezione euforica costituita da questa dilatazione dell’esperienza umana lascia sullo sfondo al momento il reale controllo mentale costituito dalla manipolazione attiva dei big data, laddove sono il nostro mondo emotivo, impulsivo, sensoriale ciò che interessa maggiormente a chi vuole piazzarci l’ultimo modello di led tv o l’ultimo last minute per Berlino.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Dice <strong>Han</strong> in un’intervista comparsa su Repubblica<a title="" href="http://www.psychiatryonline.it/node/6190#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>:</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>“Il potere alla base del neoliberismo non è repressivo, ma ammaliante. E soprattutto, a differenza del passato, invisibile. Quindi non c&#8217;è un nemico concreto che limita la nostra libertà. Le figure di lavoratore sfruttato e libero imprenditore spesso coincidono. Ognuno è padrone e servo di se stesso. Anche la lotta di classe è diventata una lotta contro se stessi. Il neoliberismo fa sì che la libertà si esaurisca da sola: la società della prestazione prepone la produttività alla repressione proprio grazie a un eccesso di libertà, che viene sfruttata in tutte le sue forme ed espressioni, dalle emozioni alla comunicazione. Oggi la libertà è una costrizione. Il compito del futuro sarà proprio quello di trovare una nuova libertà”.</em></span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Controllabilità, prevedibilità e manipolatività ammaliante, una sorta di <em>compiacente alienazione</em>, sono i nuovi paradigmi della nuova forma di esistenza digitale in questa nuova fase del neoliberismo.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Seguendo il pensiero del filosofo tedesco-coreano nelle sue grandi linee, dapprima abbiamo reso fruibile, massiccia e trasparente l’informazione e la comunicazione; dopodiché abbiamo reso il web il luogo dello sciame danzante e giocoso, ma di un tipo di gioco solo apparentemente libero e creativo; ed infine abbiamo spostato sul mentale il controllo delle masse e del loro comportamento politico-economico grazie alla nuova frontiera dei big data.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ma torniamo alla coppia di amanti, o coniugi, o aspiranti amanti che avevamo lasciato prima alle prese con i like, con l’orario di collegamento e con le geolocalizzazioni del proprio amato-controllato.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Se devo immaginare, da clinico, e quindi da <em>lettore di senso</em>, a quale economia del mentale <em>serva</em> questo gigantesco apparato difensivo in una qualunque relazione, specie se amorosa e sentimentale, non posso non pensare che una persona che utilizzi gran parte delle sue energie psichiche e talora del suo tempo a monitorare pagine Facebook, stia dirottando sciaguratamente la propria libido in direzioni contrarie al cambiamento, alla consapevolezza, alla creatività, alla genitalità.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Tale marchiana perdita del proprio tempo a chi giova?</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Certo, forse giova a qualcuno nel prendersi il tempo di realizzare, in certe particolari fasi della propria vita, alcuni passaggi interiori, alcuni cambiamenti difficili e laboriosi. Perdere tempo su Facebook diventa perciò come temporeggiare, come sfuggire strategicamente all’appuntamento con se stessi e i propri desideri in attesa di tempi migliori.</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Se però temporeggiare diventa l’unica forma di <em>esercizio di libertà</em> e modalità di esistenza rispetto ai propri sentimenti forse allora occorre farsi qualche domanda in più.</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Occorre innanzitutto domandarsi come mai questa società fornisce a tutti a buon prezzo e così accessibile questo autosabotante <em>lusso</em> di ammalarsi di paranoie affettive o, meno gravemente, di fornire  nutrimento ai propri timori emotivi.</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Poi occorre domandarsi, sul piano del soggetto, quali siano gli appuntamenti mancati che il temporeggiare su Facebook o sul web in genere, colleziona. Osservando questi appuntamenti mancati (ferite affettive, compiti maturativi, integrazioni psichiche, revisioni interiori, etc.) forse cominceremmo ad avere una mappa precisa di cosa teniamo inconsciamente a distanza da noi allontanandoci dalla possibilità di salti evolutivi interiori e poi anche nelle nostre decisioni e scelte di vita migliorative.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">L’avvento del web nelle nostre vite ci induce a ripensare l’idea stessa di libertà e del suo esercizio in forme che non siamo ancora abituati a immaginare.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Se esercitare la propria autodeterminazione, libertà e creatività consiste nel potere ampliare a dismisura il bacino di potenziali nostri fans o potenziali nostri compagni affettivi nella probabilistica speranza di imbroccare quello giusto, salvo poi indugiare all’infinito in innumerevoli, inutili, evitabili, tentativi intermedi, storie parallele et similia, allora il web non è altro che un raffinatissimo strumento di immobilismo, una <em>protesi per perditempo</em> elevata a potenza, a stile di vita.</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Se invece l’esercizio della propria libertà e creatività passa dal web utilizzandolo con maggiore coscienza, maggiore corporeità e maggiore conoscenza, il controllo che il web fa inevitabilmente su di noi diminuisce verticalmente e in qualche momento s’inverte la gerarchia del controllo: siamo noi che usiamo il web e non viceversa.</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ma perché avvenga ciò è necessario sapere molto bene quali siano diventate le coordinate ecologiche in cui ci stiamo muovendo, occorre ciò un’opera di ri-soggettualizzazione che investa gli ambienti web e riformuli criticamente il rapporto individuo-social web in termini di conoscenza e scelta consapevole.</span></p>
</div>
<div>
<p>&nbsp;</p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div id="ftn1" style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 10pt;"><a title="" href="http://www.psychiatryonline.it/node/6190#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> D’Elia, L., <em>Alienazioni Compiacenti. Star bene fa male alla società</em>. Amazon. 2015. <a href="http://www.amazon.com/Alienazioni-compiacenti-societ%C3%A0-Italian-Edition-ebook/dp/B00Z3MRMBK" target="_blank">http://www.amazon.com/Alienazioni-compiacenti-societ%C3%A0-Italian-Edition-ebook/dp/B00Z3MRMBK</a></span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 10pt;"> </span></div>
<div id="ftn2" style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 10pt;"><a title="" href="http://www.psychiatryonline.it/node/6190#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Byung-Chul Han, <em>La società della trasparenza</em>, Nottetempo, Roma, 2014</span></div>
<div id="ftn3" style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 10pt;"><a title="" href="http://www.psychiatryonline.it/node/6190#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Byung-Chul Han <em>Nello sciame. Visioni del digitale</em>, Nottetempo, Roma,  2015</span></div>
<div id="ftn4" style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 10pt;"><a title="" href="http://www.psychiatryonline.it/node/6190#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Byung-Chul Han <em>Psicopolítica</em>. Barcelona, Herder Editorial, 2014</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 10pt;"> </span></div>
<div id="ftn5" style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 10pt;"><a title="" href="http://www.psychiatryonline.it/node/6190#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> La Repubblica. <em>Byung-Chul Han: &#8220;Io, apocalittico contro gli integrati di Internet</em><strong>&#8220;</strong> 22/04/2015. di Antonello Guerrera</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span></div>
</div>
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		<title>Il tempo con i figli</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Mar 2017 23:35:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi D'Elia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Contemporanei e dolenti]]></category>

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		<description><![CDATA[È di questi giorni una notizia che ha particolarmente colpito la mia attenzione, la storia di Mohamed El-Erian, guru degli investimenti finanziari, il quale decide di dimettersi a seguito di una lettera della figlia di 11 anni che in ben 22 punti, e per iscritto, gli ricorda tutte le occasioni mancate di presenza e condivisione [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">È di questi giorni una notizia che ha particolarmente colpito la mia attenzione, la storia di Mohamed El-Erian, guru degli investimenti finanziari, il quale decide di dimettersi a seguito di una lettera della figlia di 11 anni che in ben 22 punti, e per iscritto, gli ricorda tutte le occasioni mancate di presenza e condivisione nella sua vita. <a href="http://www.worth.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=6722:father-and-daughter-reunion&amp;catid=4:live" target="_blank">Qui</a> potete trovare la sua diretta testimonianza (e <a href="http://www.corriere.it/economia/14_settembre_24/ex-manager-pimco-lettera-figlia-che-ha-spinto-dimissioni-59d59a8e-4405-11e4-bbc2-282fa2f68a02.shtml" target="_blank">qui</a> riportato dal Corriere della Sera).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">El-Erian racconta di aver deciso di ridurre il proprio impegno e di lavorare part-time per poter passare del tempo con la figlia. Aggiunge di sentirsi molto felice per questa decisione, ma anche molto fortunato perché pensa di essere un privilegiato per essere riuscito a strutturare il proprio tempo in modo da dedicarsi alla famiglia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ma la vera notizia, dal mio punto di vista, è che una storia del genere sia diventata una notizia. Ciò che dovrebbe essere l’esperienza più comune del mondo è diventata nel nostro stile di vita qualcosa di epico, che comporta rinunce eroiche, ristrutturazioni, revisioni valoriali radicali.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Per quale motivo siamo giunti a tale sovvertimento degli scopi personali e sociali tanto da dichiararci fortunati perché riusciamo a trovare il tempo di fare colazione con nostra figlia e di portarla a scuola?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ricordo, a proposito di insostenibilità di stili di vita, un <em>caso precursore</em> di alcuni anni fa, di una arrembante dirigente di una azienda telefonica giunta suo malgrado in uno studio di psicoterapia prima portando la sua figlia maggiore adolescente, piuttosto stordita e provata da una vita solitaria nonché conflittuale con sua madre, e poi provando a portare se stessa e il suo inconciliabile stile di vita rispetto ad una parvenza di vita famigliare. La giovane signora aveva avuto la prima figlia dall’ex marito dal quale non sapeva perché si era separata (questo è quanto riferiva) e poi un secondo figlio di un anno da un giovane compagno che viveva in una città del nord il quale le proponeva, nei rari momenti di vacanza, costosi viaggi dai quali erano esclusi i figli. Di fatto la signora, totalmente rapita dalla sua carriera e da relazioni a distanza, non incontrava quasi mai i suoi figli se non nei ritagli di tempo serali, spesso connotati da nervosismo e stanchezza, e nonostante ciò era l’unica e solitaria loro responsabile, responsabilità condivisa con incostanti e problematiche baby sitter.  Una famiglia costruita su bisogni tanto legittimi quanto falsati e falsificanti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Di fronte alla palese evidenza dell’insostenibilità della propria vita (testimoniata dal malessere-allarme della figlia adolescente), la signora, pur immaginando cambiamenti e correttivi durante il breve lavoro con me, non fu in grado in nessun modo di reimpostare alcunché le permettesse di avvicinarsi ai propri figli pur dichiarando questo lo scopo principale della sua vita. La sensazione forte ricevuta fu quella di un vero e proprio <strong>sequestro del tempo e degli obiettivi di vita</strong> ad opera di esigenze sociali che hanno però un carattere anonimo e impersonale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ricordo questo vecchio caso soprattutto come uno dei miei drop-out (la signora lasciò presto il mio studio) che però mi insegnò tantissimo per quanto riguarda tutte le situazioni simili incontrare successivamente.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Vivere con i figli è diventato ormai più una fatica che un piacere</strong>. La figlia di El-Erian ha dovuto prendere carta e penna e comunicare con suo padre utilizzando i suoi codici (un report con 22 punti!), ma quanti bambini e ragazzi hanno la possibilità/capacità/lucidità di raccontare il proprio disagio? E quanti genitori hanno la possibilità di ascoltare e soprattutto di raccogliere concretamente questo messaggio in bottiglia? Più spesso è la rassegnazione che vince e più spesso si è abituati a pensare, come El-Erian, che la ri-organizzazione del proprio tempo lavorativo sia una specie di lusso destinato a pochi eletti come lui. Il mantra contemporaneo dice che per ritagliarsi tempo da passare con i figli o devi essere disoccupato o super-ricco; se sei invece qualcuno che lavora, il tuo tempo non ti appartiene e non appartiene alla tua famiglia e in generale alle tue relazioni.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ma questo, per fortuna, è vero fino a prova contraria. Prova contraria che ho imparato ad osservare in molte situazioni cliniche (naturalmente successive a quella signora con la famiglia sparpagliata di cui ho detto sopra). L’importante è, dal versante terapeutico, imparare a individuare il problema del <strong>tempo e il piacere degli affetti </strong>come uno dei nodi centrali della nostra esistenza contemporanea.</span></p>
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		<title>La Psicoterapia come il Kintzugi</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Mar 2017 23:28:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi D'Elia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Resilienze]]></category>

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		<description><![CDATA[Se vi trovate in Giappone e un vostro vasellame, prezioso o affettivamente significativo si rompe, non temete, esiste il kintsugi, una tecnica di riparazione molto particolare che anziché nascondere le linee di frattura dell’oggetto con una incollaggio perfetto e coprente, segue tutt’altro criterio, le stesse linee le rimarca con una riparazione particolare: vengono usati oro [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Se vi trovate in Giappone e un vostro vasellame, prezioso o affettivamente significativo si rompe, non temete, esiste il kintsugi, una tecnica di riparazione molto particolare che anziché nascondere le linee di frattura dell’oggetto con una incollaggio perfetto e coprente, segue tutt’altro criterio, le stesse linee le rimarca con una riparazione particolare: vengono usati oro o argento fuso che sottolineano il motivo frastagliato della lesione trasformando l’oggetto in una nuova opera, ma che non snatura la forma precedente, solo regala all’oggetto una cicatrice luminosa in più (vedi la foto).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il principio del kintsugi appare evidentemente opposto a quello che anima tutti noi allorquando avviene una qualunque rottura: pena, dolore, colpa, vergogna, fallimento, rovina, angoscia, perdita, lutto.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La riparatrice kintsugi invece dice:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">“La vita è integrità e rottura insieme. La tua zuccheriera ora ha una storia ed è più bella. Il dolore ti insegna che sei viva, il solco che lascia deve essere valorizzato” (<a href="http://www.larivistaintelligente.it/letterature/racconti/kintsugi-il-dolore-si-ripara-con-loro" target="_blank">http://www.larivistaintelligente.it/letterature/racconti/kintsugi-il-dolore-si-ripara-con-loro</a>)</span></p>
<div>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Mostrare orgogliosamente le cicatrici sembra una modalità proveniente da epoche passate, fa pensare a certi rituali d’iniziazione delle tribù precolte. Fa pensare alternativamente a forme autopunitive o a forme esibizionistiche. Fa pensare, ad esempio, alla fierezza con la quale gli aborigeni australiani mostrano ai giovani iniziati l’orribile cicatrice sul proprio pene (Géza Roheim, “Gli eterni del sogno”). Insomma roba d’altri tempi oramai seppellita nella nostra memoria collettiva e lì destinata a rimanere. Assieme a ciò che è destinato ad essere sepolto dal tempo rischiamo quindi di seppellire anche le nostre capacità reattive o meglio le nostre possibilità <a href="http://www.psychiatryonline.it/node/4617">resilienti</a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Oggi piuttosto vulnerabilità o fragilità personali, per non dire di problematiche di salute più serie e invalidanti, ci iscrivono d’ufficio nelle categorie dei “diversamente qualcosa”, ci escludono in automatico dal market delle opportunità e della vita vissuta. L’esilio da pratica sociale è diventata pratica mentale diffusa e introiettata.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il kintsugi ci indica viceversa che ogni storia, anche la più travagliata, è fonte di bellezza e che ogni cicatrice è la cosa più preziosa che abbiamo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Cosa c’entra la psicoterapia in questo discorso?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">C’entra eccome. Non riesco a trovare metafora più precisa e pregnante del kintzugi per descrivere il lavoro che quotidianamente svolge uno psicoterapeuta con i suoi pazienti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Lo psicoterapeuta però non è quasi mai colui che esercita direttamente il kintzugi, casomai è colui che lo rende possibile, che lo mostra, solo in alcuni momenti e situazioni lo esercita direttamente. Lo psicoterapeuta è il manuale vivente di kintzugi, colui che mostra l’accessibilità all’oro fuso. Il kintzugi è al tempo stesso pratica artigianale, ma rimane comunque il modello filosofico di riferimento sullo sfondo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il kintzugi non è solo metafora di ri-storificazione e valorizzazione dell’esperienza, nonché metafora di cambiamento non-catastrofico, ma è anche metafora di articolazione delle parti col tutto, di trasformazione creativa della vita a partire dalla perdita di alcuni frammenti che non possono più essere reintegrati, di accettazione positiva di tale trasformazione che concepisce l’identità mobile e continua allo stesso tempo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La zuccheriera di prima non c’è più, ce n’è una nuova che ricorda molto la precedente, che è fatta al 90% della stessa materia, ma ricombinata in un modo differente a partire dalla caduta. La vera differenza sta nel fatto che questa nuova zuccheriera è però un’opera d’arte.</span></p>
</div>
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		<title>Le giovani famiglie e le loro specifiche fatiche</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Mar 2017 23:11:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi D'Elia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Contemporanei e dolenti]]></category>

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		<description><![CDATA[Nicole ha l’aria stanca, spossata, tesa. Il suo volto sarebbe dolce e gentile in altre condizioni. Lei lo sa, dottore, che io e Massimo non ci incrociamo quasi mai? I nostri lavori non ce lo consentono. Io lavoro quasi tutti i pomeriggi e anche i week end sono a volte a lavoro; Massimo è un [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Nicole ha l’aria stanca, spossata, tesa. Il suo volto sarebbe dolce e gentile in altre condizioni.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>Lei lo sa, dottore, che io e Massimo non ci incrociamo quasi mai? I nostri lavori non ce lo consentono. Io lavoro quasi tutti i pomeriggi e anche i week end sono a volte a lavoro; Massimo è un giornalista freelance e lavora anche la domenica e quando ha un’inchiesta per le mani sta sul pc fino a tardi e dobbiamo avere la babysitter anche quando lui è a casa. Quando io torno a volte trovo la bimba che già dorme, a volte la trovo che mi aspetta e mi rimane il tempo di stare con lei un’oretta prima di addormentarsi. Quando alle 23-23,30 vado a letto sono stravolta, mi accascio sul letto e crollo, trovo Massimo che lavora oppure sta già dormendo o se è sveglio è sempre nervoso. Non andiamo al cinema da due anni. Quando capita che miracolosamente siamo liberi dal lavoro entrambi, qualche domenica, non riusciamo a parlarci, ad incontrarci, siamo nervosi, frustrati, recriminatori l’una con l’altro, litighiamo spesso. Lui perde facilmente la pazienza, è permaloso, ha spesso scatti d’ira, mi sembra che si comporti come un altro figlio e non come un compagno. Io dal canto mio sono sempre lamentosa e accusatoria. E continuo a pensare che non ce la faccio, che ho sbagliato tutto, che non avrei dovuto sposarmi e avere una figlia, perdo troppo spesso la speranza per il futuro.</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Questo frammento di seduta non è un racconto per nulla eccezionale, bensì del tutto comune, dentro e fuori la stanza dello psicoterapeuta. Anzi, Nicole, che ha 35 anni, si considera anche fortunata: ha un lavoro fisso, una casa, una figlia bellissima, molti amici. Ha anche la forza di chiedere aiuto per superare i suoi momenti critici. In fondo lei è una privilegiata, possiede ancora molte capacità umane per rispondere alle difficoltà. Non accade lo stesso per chi non ha un lavoro o ha lavoretti precari, in quel caso non ci sono né compagni, né figli, né casa, e la precarietà assume forme ancora più solide. Ma la precarietà esistenziale oggi non si ferma certo di fronte ad un posto a tempo indeterminato. È una condizione pervasiva.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La domanda che mi pongo è però la seguente: quanto ancora sono in grado di reggere le milioni di Nicole che come la mia paziente si sentono al lumicino con le forze e con la sopportazione? Quanto potranno ancora portarsi avanti con questa specifica durezza della vita fatta di isolamento, di intasamento, di frammentazione, di attacco alla relazione (per parafrasare Bion)? Credo poco.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">L’incorporazione dei codici precarizzanti l’esistenza degli ultimi anni da parte delle nuove generazioni (complice la legislazione italiana sulla flessibilità del mercato del lavoro – dopo 11 anni dalla legge Biagi i risultati sono sotto gli occhi di tutti &#8211; ) attiene strettamente alla costruzione di una temporalità frammentaria e quindi alla formazione di una coscienza frammentata, ma anche di un’identità personale e sociale altrettanto frammentate. Il tipo umano che emerge in questa fase storica sembra proprio immaginato e costruito a tavolino da qualche esperto di marketing, esso non prevede la perdita di tempo a chiacchierare con figli, mariti e mogli; non prevede una suddivisione netta tra temporalità private e temporalità lavorative; non prevede ozio, socialità effimera, piacere, corpo, sensualità, intimità condivisa, lettura, riflessione, sonno, sogno. Prevede piuttosto cronica insoddisfazione e proporzionale cronica anestesia dell’angoscia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">In questo contesto, i trentenni che osino avventurarsi in progetti familiari, come Nicole, si ritrovano presto a pentirsene e a ritrovarsi con mille dubbi e mille minacce sul proprio progetto. Lo spazio di pensiero della psicoterapia può contrastare e talvolta arginare il movimento dissipativo qui descritto, ma non ci si illuda, non è una risposta sufficiente.</span></p>
</blockquote>
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		<title>Ansia e panico visti da uno psicologo sociale</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Mar 2017 11:44:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi D'Elia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Contemporanei e dolenti]]></category>

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		<description><![CDATA[Tratto da Luigi D&#8217;Elia, &#8220;Ansia: le nuove regole d&#8217;ingaggio sociali e la riduzione delle territorialità psichiche&#8221; in &#8220;Ansia che fare. Prevenzione, farmacoterapia e psicoterapia&#8221; a cura di Lucio Demetrio Regazzo, Cleup 2010. Scardinare i copioni di riferimento dentro i quali i sintomi psicologici si sono allignati e sviluppati è per lo psicologo clinico uno dei compiti [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right; padding-left: 330px;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 10pt;">Tratto da Luigi D&#8217;Elia, &#8220;Ansia: le nuove <em>regole d&#8217;ingaggio</em> sociali e la riduzione delle territorialità psichiche&#8221; in &#8220;Ansia che fare. Prevenzione, farmacoterapia e psicoterapia&#8221; a cura di Lucio Demetrio Regazzo, Cleup 2010.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Scardinare i copioni di riferimento dentro i quali i sintomi psicologici si sono allignati e sviluppati è per lo psicologo clinico uno dei compiti principali. I sintomi, si sa, <em>per mestiere </em>vorrebbero invadere ed occupare tutto il campo mentale (anche del terapeuta), e in particolare i sintomi dei Disturbi d’Ansia. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Occuparsi della dimensione soggettiva, interpersonale e comunicativa dei sintomi<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">1</a>, più che di “entità nosologiche” che, in quanto tali, spesso si propongono come <em>inseità </em>astratte e poco utili clinicamente, rimane opzione primaria.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">I fenomeni della vita mentale, quali sono i sintomi ansiosi, sono dunque incarnati in persone, radicati in storie personali e familiari, in medium sociali e culturali, in stili di vita.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Vorrei provare ad articolare un discorso psicodinamico e gruppoanalitico allargando l&#8217;orizzonte di esplorazione e concependo le variabili in gioco come <em>campi di possibilità</em> delle fenomenologie ansiose, in ordine alle matrici personali, familiari e sociali (sinteticamente definite come “<em>campi socio-psichici</em>”, D&#8217;Elia L., 2006) che concorrono all&#8217;instaurarsi,  all&#8217;aumento e al mantenimento di queste forme di sofferenza psicologica.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Non v&#8217;è dubbio che i fenomeni dell&#8217;ansia oltre ad essere in netta ascesa negli ultimi decenni nel mondo occidentale, hanno diversificato ed in parte mutato le loro forme fenomeniche nel corso degli ultimi anni, modellandosi sulle condizioni di vita attuali e coerentemente coi mutamenti socio-culturali, oggetto di impressionante accelerazione. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">I fenomeni ansiosi, assieme a quelli dipendenti, depressivi e compulsivi, sono forse quelli che più di altri rappresentano la contemporaneità e i suoi stili di vita, ne traggono linfa, costruzioni narrative, copioni ispiratori. Il modo di essere ansioso corrisponde ad un “ingorgo libidico”, come avrebbe detto Freud, oppure alla presenza interna/esterna di sempre nuove minacce al nostro apparato psichico. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Da curioso del rapporto tra mente e campo sociale m&#8217;interrogo su quali siano le variabili in gioco, a partire ovviamente dal vertice osservativo della clinica gruppoanalitica e del lavoro psicoterapeutico quotidiano.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">L&#8217;analisi che qui conduco, sul confine delle variabili individuali, familiari e storico-culturali, nel suo essere necessariamente parziale, non vuole essere affatto esaustiva, ma complementare ad altri possibili vertici osservativi e ad altri modelli terapeutici, a partire in particolare da quello cognitivista dal quale ogni psicoterapeuta non può prescindere nella gestione di queste problematiche. La prospettiva che qui introduco è dunque integrante e non in contrasto con altre.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Impegni maturativi, cicli di vita e ansia</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ogni passaggio maturativo, dall&#8217;inizio alla fine della vita, comporta profonde riconfigurazioni di sé, di sé con l&#8217;altro, di sé con i propri compiti personali e sociali.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Gli psicologi clinici hanno imparato ad osservare e riconoscere le impellenze relative ad ogni momento maturativo personale. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">In età evolutiva tali tappe di sviluppo appaiono più rapide in concomitanza di numerosi fattori, bio-psico-sociali. Occorre però imparare a riconoscere anche tutti quegli altri passaggi legati a snodi del ciclo vitale che sono successivi a quelli “dell&#8217;età evolutiva” propriamente detti, che riguardano:</span></p>
<table>
<tbody>
<tr>
<td width="304"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">1.      l&#8217;adolescenza </span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">2.      la tardo-adolescenza </span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">3.      l&#8217;età giovanile</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">4.      la “maturità” </span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">5.      la maturità avanzata </span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">6.      la terza età  </span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">7.      la terza età avanzata</span></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Mai come in questa epoca ed in questa parte del mondo, è diventato più complesso per l&#8217;individuo transitare tra questi passaggi del ciclo vitale, modificando mete interne, scopi espliciti, obiettivi sociali, autorappresentazioni e appartenenze identitarie, non potendo più contare su “bussole certe” come avveniva fino a poche generazioni fa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Non si tratta di confini cronologicamente netti e precisi quelli ai quali mi riferisco, quanto piuttosto di assetti mentali legati a dinamiche psicologiche che rimangono anacronisticamente attuali anche in fasi successive del ciclo vitale. Non è affatto raro ritrovarsi con retaggi psicologici para-adolescenziali anche in fasi successive.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Non mi soffermo su ogni “strumentario” psico-sociale relativo ad ogni passaggio (richiederebbe ben altro spazio), mi limito ad esplorare a grandi linee alcuni passaggi critici di questa sequenza che costituiscono l&#8217;humus delle sintomatologie ansiose.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Nella mia osservazione ed esperienza clinica, due in particolare le aree critiche che cimentano gli individui della postmodernità nei passaggi tra la tardo-adolescenza e la maturità passando per l&#8217;età giovanile (punti 2, 3 e 4): </span></p>
<ul style="text-align: justify;">
<li><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">l&#8217;area affettiva (relazioni sociali, familiari, sentimentali, sessuali) <em>[vedi paragrafo successivo]</em> </span></li>
<li><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">l&#8217;area socio-lavorativa (impegni formativi, lavorativi, sociali, progettualità personali).</span></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">In questi frangenti i fenomeni ansiosi rappresentano l&#8217;immancabile espressione delle forti preoccupazioni che accompagnano la vita di tardo-adolescenti, giovani adulti e adulti maturi, nella loro progettazione esistenziale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>Il sintomo è pensabile come segno di linee di frattura delle tappe di evoluzione della singola persona (&#8230;) Le linee di frattura denotano l’esistenza di una “realtà non pensabili” ed indicano la topologia dei buchi rispetto ai contenuti tematici culturali nelle strutture stesse del  pensiero.(</em>Pontalti C., Menarini R., 1985)</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Le sfide maturative appaiono per molti <em>contemporanei</em> davvero troppo alte. Si giunge talora alla vigilia di certi passaggi epocali senza l&#8217;armamentario sufficiente ad affrontare – lo punteggio in una sequenza standard che ha solo valore descrittivo &#8211; una storia sentimentale impegnativa; o una responsabilità maggiore nell&#8217;ordine di una coniugalità più compiuta; o scelte progettuali di coppia meno transitorie; o una riformulazione delle relazioni con la propria famiglia di origine, per quanto riguarda l&#8217;area affettiva. Ed ancora: l&#8217;affrontare la chiusura di un ciclo scolastico e formativo; intraprendere impegni professionalizzanti; affrontare dislocazioni sociali legate a nuovi interessi e nuovi impegni; entrare (o provare ad entrare) nel mondo del lavoro con i suoi tempi disumani, le sue regole talvolta crudeli e alienanti, le sue gruppalità incentrate sulla competitività ed il cinismo – questo per quanto attiene all&#8217;area socio-lavorativa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Negli ultimi decenni le <em>regole d&#8217;ingaggio<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">2</a></em> che riguardano gli impegni maturativi degli individui sono cambiate:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>“I passaggi che fino a una/due generazioni fa erano generalmente regolati silenziosamente da impliciti sincronizzatori socio-culturali sia per le modalità di transito, sia per le specifiche funzioni di ciascun passaggio (&#8230;), oggi sono stati delegati al singolo individuo il quale è costretto a gestirsi da solo un carico simbolico-procedurale immane, dovendosi di volta in volta &#8220;inventare&#8221; ciò che attiene ogni passaggio e ad ogni funzione, senza il conforto di riferimenti chiari”</em>(D&#8217;Elia L., op. cit. 2006).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Sentimenti di inidoneità si accavallano a vissuti di impotenza e a franchi vissuti di paura legata alla percezione di inadeguatezza verso questa miriade travolgente d&#8217;impegni, declinati spesso come imprese titaniche, spesso all&#8217;insegna dell&#8217;ipercomplessità, in uno scarto sempre incolmabile tra modelli comportamentali idealizzati (spesso ipercodificati da modelli sociali e mediatici) e reali o percepite possibilità personali.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">In relazione agli snodi maturativi, l&#8217;ingorgo libidico di freudiana memoria può senz&#8217;altro essere esteso e ri-tradotto come ingolfo di compiti maturativi, accumulo non smaltibile di incombenze personali e relazionali, intasamento di responsabilità legate ad attese alte e talora confuse.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">I campi familiari dell&#8217;ansia</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Proprio a partire dai cambiamenti degli assetti del mentale collegati all&#8217;ansia, non si può non soffermarsi sui poderosi mutamenti che riguardano le nuove<em> regole d&#8217;ingaggio </em>del <em>famigliare</em> negli ultimi decenni. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La letteratura descrive sovente sia una “familiarità” dell&#8217;ansia, sia una più specifica radice familiare per quanto riguarda la mancata elaborazione di traumi o lutti transgenerazionali.  Queste prospettive <em>genetiche</em> o traumatiche, pur essendo spesso riscontrabili nella pratica clinica, non sono le uniche, e non sono ancora sufficienti, secondo la mia opinione, per comprendere il ruolo dei campi psichici familiari nella formazione dei sintomi ansiosi in una prospettiva gruppoanalitica.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Strutture, organizzazioni, ruoli, funzioni, aspettative e simbologie nelle famiglie odierne hanno subito stravolgimenti radicali senza però che tali cambiamenti siano stati sufficientemente metabolizzati e “aggiornati” dagli individui.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">I campi familiari sono il crocevia tra identità personale (autorappresentazione della propria individualità) e identità di appartenenza (autorappresentazione delle gruppalità  riunite attorno ad operatori simbolici accomunati, Pontalti C., 1999).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>“L’unità minima di riferimento per rintracciare le trame di significazione della patologia  non è quindi l’individuo ma lo scenario intrecciato tra storia, ambientazione, affresco familiare” </em>(Pontalti C., 2006)<em>.</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">L&#8217;osservatorio privilegiato dello psicoterapeuta consente di esplorare i campi familiari e le inedite faticosità inerenti il transito tra la dimensione filiale, quella coniugale, fino al diventare nonni nell&#8217;età avanzata, nella negoziazione incessante con le matrici familiari reali e internalizzate.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Occorre interpolare questo piano osservativo con il precedente, relativo alle tappe maturative individuali e scorgervi le trame che s&#8217;aggrovigliano nel corso delle attuali esistenze andando a selezionare e rendere prevalente il sintomo ansioso, proprio sotto-forma del <em>groviglio familiare</em>, spesso portatore di suoi segreti, non detti, aree criptate, storie secluse a livello transgenerazionale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">L&#8217;esplorazione <em>tramite genogrammi e sociogrammi </em>(<em>Schutzenberger A. A.,  2004)</em> consente di rintracciare in alcuni sviluppi delle storie familiari, alcuni inciampi ricorrenti incorsi sulle linee paterne o materne che funzionano da indicatori significativi di quelle “pratiche inevase” lasciate alle incombenze delle ultime generazioni.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Questa esplorazione clinica richiede però una pratica ed un <em>orecchio </em>particolarmente allenato sui campi storici familiari, che non sempre lo psicoterapeuta possiede o, semplicemente, è addestrato a concepire ed utilizzare.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Qui ci riferiamo soprattutto a quella specifica area del campo storico familiare che attiene alle fenomenologie ansiose e ai suoi tipici correlati di riduzione delle territorialità psichiche.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il riferimento principe per comprendere la riduzione della territorialità e della pulsione esplorativa è l&#8217;articolo di Corrado Pontalti <em>“<strong>Disturbi di Personalità e Campi Mentali Familiari. Disturbo dipendente e contesto</strong>”</em> (Pontalti C., 1999)</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Uno degli esiti delle fenomenologie ansiose (specie quelle parossistiche) riguarda proprio la riduzione drastica delle territorialità psichiche (e non) e la coartazione del mondo emotivo e sensoriale. Secondo Pontalti questa riduzione del campo psichico può incanalarsi in due strade o in due tipologie:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>“Le due tipologie sono enucleabili valutando il grado di espressività della funzione esplorativa.</em></span><em style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Vi è quindi una prima tipologia caratterizzata da itinerari evolutivi di vita con progressiva autolimitazione delle territorialità abitabili. Si tratta di persone che lavorano, si sposano, hanno figli. Piano piano gli eventi della vita, che impegnano nuovi apprendimenti al confine di situazioni non familiarizzabili dai saperi precedenti, evocano un senso soggettivo di grande <u>faticosità e stato di allarme</u>. La funzione esplorativa sembra impallidire per carenza di codici di mediazione al confine delle nuove evoluzioni.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>La seconda tipologia è caratterizzata dall’arresto della funzione esplorativa. Progressivamente la vita si arresta e la persona-paziente abita una territorialità ridottissima che quasi sempre coincide con la sua casa e spesso, in quello che definiamo autismo, abita solo parte della propria mente. Ogni tentativo di stimolare un ampliamento territoriale provoca angoscia e contrapposizione più o meno violenta. </em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>La semeiotica differenziale tra le due tipologie è ancorata alle seguenti caratteristiche.</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>Nel primo caso la dipendenza è dipendenza da un territorio simbolico, da codici familiari e comunitari. I referenti di senso sembrano abitare il mondo interno della persona, ma di fatto sono la riduplicazione di matrici comunitarie che non sono trasformabili al confine di nuove esperienze e di nuove incombenze mentali di vita. </em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>Nel secondo caso la dipendenza è dipendenza da un territorio fisico che non può nemmeno essere simboleggiato: i codici di senso vivono nel territorio fisico e la persona può abitare solo quella territorialità, nel significato più concreto del termine. Ancora una volta noi siamo confrontati con le caratteristiche di protezione che la persona deve frapporre tra il sentimento di Sé e l’Altro. Nella dipendenza, bloccata entro una territorialità fisica, le relazioni familiari sono immediatamente rappresentate al di là del confine e quindi esse stesse sono causa di allarme, angoscia, persecutorietà. Non i fantasmi abitano il paziente, ma le relazioni attuali sono i fantasmi”</em> (Pontalti C., op.cit. 1999).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Se è vero che gli esiti concreti dei sintomi rimandano in parte alle loro finalità inconsce, dobbiamo immaginare che la riduzione della territorialità psichica che avviene in molte forme di disturbi ansiosi risponde ad aspetti auto-coercitivi necessari al mantenimento di equilibri “protettivi” di apparati psichici evidentemente sotto forte minaccia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>“In presenza di un eccesso d&#8217;incertezza la psiche umana si difende legittimamente proteggendo ciò che ha già come acquisito e, si arrocca recedendo su posizioni meno fluttuanti: la famiglia di origine o in alternativa la coppia stabile non generativa (ma potrebbe essere anche il lavoro), che diventano  immediatamente territori psichici di rifugio (almeno nell&#8217;immaginario)” </em>(D&#8217;Elia L., op. cit., 2006 ).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il <em>recinto</em> familiare rappresenta perciò l&#8217;inerziale campo gravitazionale dove ricadere e rifugiarsi in presenza di condizioni assolutamente incerte, irraggiungibili e dunque ansiogene. Ma diventa al contempo l&#8217;area claustrofilica e narcotizzante che tende a spegnere ogni movimento esplorativo e maturativo dell&#8217;individuo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Questa doppia funzione (protettiva e narcotica) dei territori familiari rinforza direttamente e indirettamente la sintomatologia ansiosa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La riduzione dei territori psichici riverbera immediatamente sullo sviluppo e sull&#8217;articolazione dei ruoli/funzioni familiari.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Qui di seguito i transiti tra aspetti identitari legati alle appartenenza a ruoli/funzioni familiari:</span></p>
<table>
<tbody>
<tr>
<td width="304"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">1.      figli piccoli/giovani</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">2.      figli adulti</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">3.      fidanzati/compagni</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">4.      coniugi</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">5.      genitori</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">6.      nonni</span></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><br />
Ogni transito pone problemi difficili e complessi nel declinare i codici attinenti il proprio specifico identitario e operativo. Ebbene, mentre tali transiti, caratterizzati da corollari e modalità comportamentali, rappresentazionali, procedurali, nel recente passato erano scanditi da specifiche <em>ritualità e processi simbolopoietici comunitari</em> ed avvenivano dunque con minore ansia personale, oggi questo <em>carico simbolico-procedurale </em>ricade in maniera incombente sui singoli individui (o sulle coppie), i quali ovviamente se ne sentono schiacciati o oltremodo oberati in quanto oggettivamente impossibilitati a declinare solitariamente il senso di ciò che atteneva (ed attiene) a gruppi familiari, comunità, tradizioni culturali.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il singolo non può svolgere il lavoro psichico appartenente da sempre a <em>gruppi con storia</em>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ed allora, la prima competenza che cede o si riduce drasticamente è la capacità degli individui di tenere assieme situazioni complesse, di organizzare piani complessi riguardo le proprie appartenenze identitarie e familiari. Ogni passaggio successivo è vissuto come dispersione, annullamento, cessazione del precedente, e non come articolazione di ruoli e funzioni familiari su scenari più complessi: un coniuge non cessa di essere figlio, un genitore non cessa di essere coniuge e figlio, e così via, e tuttavia è quanto comunemente viene vissuto nelle ultime generazioni.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">I campi storico-culturali e sociali dell&#8217;ansia.</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>“Nel 1947, dopo Hiroshima, Daniel Halévy ci poneva deliberatamente nella prospettiva di un&#8217;accelerazione della storia. Circa sessant&#8217;anni dopo, ci troviamo, questa volta, nella prospettiva dromologica, quella cioè di un&#8217;improvvisa accelerazione della realtà, in cui le nostre scoperte tecnologiche si rivoltano contro di noi e in cui certe menti deliranti tentano di provocare a ogni costo l&#8217; incidente del reale, questo urto [télescopage] che renderebbe indiscernibili verità e realtà fallaci &#8211; in altre parole, mettendo in opera l&#8217;arsenale completo della DEREALIZZAZIONE”</em>(Virilio P., 2004) .</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Basti pensare all&#8217;assenza dei cosiddetti disturbi di panico fino a pochi anni fa e balza agli occhi di chiunque quanto sia indispensabile interrogare la recente storia per comprenderne alcuni aspetti essenziali.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Le ricerche internazionali rilevano sia l&#8217;aumento vertiginoso delle fenomenologie ansiose (nelle varie forme) negli ultimi anni, sia i costi sociali altissimi relativi a quest&#8217;ordine di problematiche, tanto da registrarne il primato sia tra le psicopatologie, sia in relazione all'(ab)uso di farmacoterapie connesse (categorie farmaceutiche al top dei bilanci delle industrie produttrici).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Queste evidenze, da sole, devono far riflettere su come i piani socio-economico-culturali s&#8217;intersechino con quelli individuali e familiari, e su come l&#8217;infosfera e l&#8217;organizzazione socio-economica siano diventatate, coi loro effetti di “derealizzazione”, non tanto una causa efficiente e lineare, quanto piuttosto il bacino di utilizzo dei copioni ansiogeni (come dei copioni compulsivi, bulimici, psicopatici, etc.).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Per una rassegna del rapporto circolare tra ansia, infosfera e sistema socio-economico, consiglio l&#8217;imperdibile <em>“Raccontar guai: che cosa ci minaccia, che cosa ci preoccupa”,</em> di Graziella Priulla (Priulla G. 2004).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Viene dunque da domandarsi, potendo confrontarci con le generazioni e le epoche storiche appena precedenti, quali siano state quelle trasformazioni degli stili di vita che abbiano determinato l&#8217;impennata dell&#8217;ansia (nella fattispecie).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">L&#8217;aspetto che l&#8217;esperienza clinica evidenzia più di tutti riguarda i vistosi cambiamenti nella gestione del tempo della quotidianità negli ultimi anni.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Su questo versante assistiamo a modifiche radicali degli stili di vita di individui e famiglie sulle quali gli psicologi hanno svolto poche riflessioni organiche.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ciò che emerge chiaramente dai nuovi stili di vita in relazione alla gestione del tempo è:</span></p>
<ol style="text-align: justify;">
<li><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">la drammatica contrazione del tempo libero &#8211; nella accezione dell&#8217;<em>otium</em> latino – (<em>torno a casa, sono stravolto dalla stanchezza e ho voglia solo di dormire</em>)</span></li>
<li><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">l&#8217;assimilazione/indistinzione dei tempi lavorativi a quelli privati; sovra-codifica dei <em>valori</em> lavorativi e colonizzazione dei <em>valori</em> personali e sociali (<em>non si stacca mai dal lavoro; il lavoro è ciò che definisce maggiormente la mia identità personale</em>)</span></li>
<li><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">la mancata assegnazione di tempi riguardo le priorità personali e la sensazione che tale assegnazione non sia gestibile in prima persona (<em>non trovo il tempo per pensare a me e a parlare con i miei cari; non riconosco più cosa è importante per me</em>)</span></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La realtà, o solo la sensazione, di non aver più tempo, ma soprattutto di non avere più un <em>tempo dedicabile</em> a sé e ai propri cari, in quanto non previsto, non concepibile, non assegnabile, annulla la possibilità di coltivare il proprio mondo interiore.  </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ad una contrazione dei territori psichici segnalati nel paragrafo sui campi familiari, si associa quindi una contrazione del tempo che tende ad annullare il contatto con i propri mondi sensoriali, emotivi ed affettivi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Un secondo aspetto, legato al precedente, che marca una differenza vistosa con le generazioni e le epoche precedenti è il mutato rapporto con l&#8217;infosfera, e le tecnologie connesse.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Scrive Virilio: <em>“Ormai, con la rivoluzione della comunicazione audiovisiva, assistiamo (in diretta) ai disturbi della percezione stroboscopia dell’informazione; di qui la confusione non solo delle nostre immagini oculari, ma soprattutto delle nostre immagini mentali”</em>(Virilio P., op. cit.) <em> </em><em>. </em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Un terzo aspetto riguarda le mutate regole d&#8217;ingaggio della socialità e la frammentazione delle comunità (Bauman Z. 2001). Qui assistiamo alla progressiva erosione dei territori sociali, al loro disinvestimento. Aumenta dunque il deficit di appartenenza degli individui che non riescono più ad individuare nella dimensione pubblica una valida possibilità di declinare processi simbolopoietici necessari ai propri passaggi e i propri compiti maturativi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">A tal proposito essenziale il testo di Franco Fasolo <em>“Sviluppi della soggettualità nelle reti sociali. Psicoterapie di gruppo e carte di rete in psichiatria di comunità”</em> (Fasolo F., 2005) e la sua elaborazione sui cosiddetti “legami deboli”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Una vignetta clinica</span></p>
<p style="text-align: justify;">(omissis)</p>
<p style="text-align: justify;">[&#8230;]</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Conclusioni: la prospettiva gruppoanalitica per la terapia dell&#8217;ansia.</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La prospettiva gruppoanalitica allarga il campo di possibilità euristiche del progetto terapeutico con la persona sofferente di disturbi di ansia, potendo esplorare i copioni personali, familiari e sociali nei quali la modalità ansiosa si è andata formandosi, ma potendoli pure disarticolare.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">L&#8217;ansia, correlato biologico e psicologico di un organismo realmente minacciato, è diventata nella postmodernità la risposta parossistica all&#8217;aggrovigliamento delle regole d&#8217;ingaggio sui piani maturativi personali, sui piani dei ruoli/funzioni identitari familiari, sui piani della pervasività dell&#8217;infosfera, dell&#8217;<em>accelerazione della realtà, </em>dell&#8217;esproprio del tempo, della frantumazione delle comunità sociali di riferimento.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il copione ansioso si sviluppa all&#8217;interno di transiti maturativi personali, di matrici familiari caratterizzate da limitate possibilità esplorative, di campi socio-culturali divenuti sempre più restrittivi, neganti la vita interiore e di relazione, indisponibili all&#8217;elaborazione simbolica comunitaria dei passaggi e delle appartenenze.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La prospettiva gruppoanalitica contempla l&#8217;esplorazione di quelle dimensioni della vita mentale fin qui descritte che le nuove e complicate <em>regole d&#8217;ingaggio</em> tendono a criptare. Infatti, la ridotta capacità di procedure complesse, che qui abbiamo descritto, attinenti al pensiero, agli snodi maturativi, alle articolazioni delle funzioni familiari, all&#8217;inondazione tecno-comunicativa, alle nuove difficoltà socio-lavorative, alla gestione impossibile del tempo e dei nuovi stili di vita, tutto ciò è circolarmente motivo ed esito delle fenomenologie ansiose. Potremmo dire in sostanza che<em> l&#8217;ansia è una forma di mimesi della contemporaneità.</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il gruppo terapeutico, in quanto contesto neo-culturale, riapre i giochi che erano chiusi, rimescola le carte e ripropone uno scenario comunitario. Esso offre uno spazio psichico sia di sospensione che di esplorazione di possibilità che, nel suo essere plurale, risponde al bisogno antropologico di metabolizzare in un&#8217;ambientazione comunitaria quelle <em>procedure simboliche</em> che sono alla base della vita psichica di ogni persona.</span></p>
<h2 style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>Bibliografia</em></span></h2>
<h2 style="text-align: justify;"><em><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Bauman Z., 2001“Voglia di comunità”, Laterza, Roma-Bari 2001 </span></em></h2>
<h2 style="text-align: justify;"><em><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Caporali M. e Bombetti F., 1995, “<a href="http://books.google.it/books?id=HTdGrORV1ygC&amp;pg=PA101&amp;lpg=PA101&amp;dq=La+terapia+dei+disturbi+d'ansia+in+gruppoanalisi,+di+Manlio+Caporali+e+Francesco+Bombetti&amp;source=bl&amp;ots=SAvY4gKZCD&amp;sig=aqaCKNFMTgyZVIFMnOPMhvsOV4c&amp;hl=it&amp;ei=IH0CSrnVMZGlsAaNsIn0Dg&amp;sa=X&amp;oi=book_result&amp;ct=result&amp;resnum=2#PPA101,M1">La terapia dei disturbi d&#8217;ansia in gruppoanalisi”,</a> in Manuale di Gruppoanalisi. Oltre l&#8217;individuo: teoria, tecnica e indicazioni della psicoanalisi &#8220;attraverso il gruppo&#8221; Marco Zanasi, Nicola Ciani, Franco Angeli Editore.</span></em></h2>
<h2 style="text-align: justify;"><em><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">D&#8217;Elia L., 2006, <a href="http://www.altrapsicologia.it/content/anmviewer.asp?a=1725&amp;z=103">La mission sociale della psicoterapia. Parte 2 Fasi vitali, coppie e famiglie: istruzioni per l&#8217;uso</a> in AltraPsicologia.it</span></em></h2>
<h2 style="text-align: justify;"><em><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Fasolo F., 2005,“Sviluppi della soggettualità nelle reti sociali. Psicoterapie di gruppo e carte di rete in psichiatria di comunità” Cleup, 2005</span></em></h2>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>Freud S., 1915 Introduzione alla psicoanalisi, trad.it. in Opere, vol.VIII, Boringhieri, Torino, 1976</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>Pontalti C., Menarini R., 1985: “Le matrici gruppali in psicoterapia familiare” Terapia Familiare 19/1985 </em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>Pontalti C., 1999, “Disturbi di Personalità e Campi Mentali Familiari. Disturbo dipendente e contesto” Rivista di Psicoterapia Familiare, Fascicolo 9, Franco Angeli Editore, 1999.</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>Pontalti C., 2006,“Prospettiva Multipersonale in Psicoterapia. Connessione o lacerazione dei contesti di vita”. In Lo Coco, G. – Lo Verso, G. “La Cura Relazionale”, Raffaello Cortina Editore, Milano 2006 </em></span></p>
<h2 style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>Priulla G., 2005,“Raccontar guai: che cosa ci minaccia, che cosa ci preoccupa”,, Rubbettino Editore, 2005</em></span></h2>
<h2 style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>Schutzenberger A. A.,  2004 “La Sindrome degli Antenati”, Di Renzo Editore, 2004</em></span></h2>
<h2 style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>Virilio P., 2004 “Città panico. L&#8217;altrove comincia qui”, Raffaello Cortina, 2004</em></span></h2>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">1</a>               “<em>Noi non vogliamo semplicemente descrivere e classificare i fenomeni, ma concepirli come indizi di un gioco di forze che si svolge nella psiche, come espressione di tendenze orientate verso un fine che operano insieme o l’una contro l’altra. Ciò che ci sforziamo di raggiungere è una concezione dinamica dei fenomeni”. (Freud S., 1915). </em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">2</a>    Utilizzo una terminologia d&#8217;uso militare (ad enfatizzare l&#8217;imperio dei mandati interni/esterni nei percorsi maturativi), ma che origina dal latino <em>in-vadiàre</em>, metter pegno, promessa, impegnare. Ogni im-pegno esistenziale comporta una contropartita e regole di scambio che sono variabili a seconda delle coordinate culturali in atto. Sembrerebbe che il <em>pegno</em> che oggi si paghi sui compiti maturativi sia divenuto incomparabile in relazione alla contropartita, divenuta invece meno chiara.</span></p>
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		<title>La scomparsa dell&#8217;età adulta</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Mar 2017 07:42:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi D'Elia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Contemporanei e dolenti]]></category>

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		<description><![CDATA[L’argomento di questo lavoro, la scomparsa dell’età adulta, è tema che nasce innanzitutto dall’osservazione clinica a partire dal mio lavoro di psicoterapeuta, ma non solo, è anche osservazione più diffusa e comune intorno a me, nella società. Si tratta di un curioso e relativamente recente fenomeno che riguarda l’attuale mutazione dei cicli vitali, proverò dunque [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">L’argomento di questo lavoro, la scomparsa dell’età adulta, è tema che nasce innanzitutto dall’osservazione clinica a partire dal mio lavoro di psicoterapeuta, ma non solo, è anche osservazione più diffusa e comune intorno a me, nella società. Si tratta di un curioso e relativamente recente fenomeno che riguarda l’attuale mutazione dei cicli vitali, proverò dunque a spiegare cosa ho osservato e ad argomentare ciò che ne penso.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Cominciamo col dire che uno dei migliori criteri per comprendere l’impatto mutageno dei più recenti stili di vita sulla nostra psiche è probabilmente quello di confrontare i cicli di vita degli attuali contemporanei con quelli delle generazioni appena precedenti: genitori e nonni. Cosa faceva e cosa aveva già fatto mio nonno/a o mio padre/madre alla stessa mia età? Come rappresentava se stesso/a e la sua età/condizione in quell’epoca rispetto a me?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">E qui scopriremmo subito, non senza un certo imbarazzo, alcune vistose differenze: ad esempio quasi sempre i nostri immediati predecessori a 25-30 anni avevano già compiutamente realizzato tutti gli obiettivi che comunemente oggi attribuiamo ad una persona adulta (famiglia, figli, lavoro, casa, responsabilizzazione, impegno, etc.), evidenza questa che immediatamente ci spiegheremmo, non senza una buona dose di razionalizzazione, con l’argomento dirimente della grande differenza che passa tra la loro epoca e la nostra, a cominciare dall’allungamento dell’aspettativa di vita, passando dalle mutate condizioni socio-lavorative, fino alla maggiore normatività delle società del passato rispetto all’attuale, e così via. È come se parlassimo di epoche molto lontane seppure il tempo storico effettivamente passato è solo di una o due generazioni, cioè quasi nulla. L’imbarazzo, ahinoi, rimane però ancora alto.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Per cicli di vita non s’intende una successione o classificazione meramente anagrafica delle età, ma l’intricato gioco di rappresentazioni che individuo e società svolgono a carico dei compiti, impliciti ed espliciti, inerenti ciascuna fase del ciclo vitale, rappresentazioni che di fatto incidono significativamente su quanto ogni individuo considera coerente, attinente o meno con la propria età. Diciamo che il ciclo vitale recepisce di fatto l’insieme che i codici sociali di volta in volta confezionano per esso e che l’individuo assume ed esegue, interpretandone in qualche modo lo spirito del tempo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Facciamo un esempio pratico. Se oggi, nei primi decenni del XXI secolo, hai tra i 25 e i 60 anni circa e provi a chiudere gli occhi e a pensare a te stesso, o provi a definire in quale fase del tuo ciclo vitale ti trovi, molto probabilmente non vedrai o troverai un uomo o una donna adulta, ma vedrai e troverai un ragazzo o una ragazza. Certo, se hai 25-35 anni questa percezione di te per quanto opinabile è ormai talmente diffusa da essere diventata del tutto ordinaria, meno scontato è se la tua età è tra i 35 e i 60 anni e la percezione è più o meno la stessa di quando ne avevi 25!</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Questa autopercezione non è però una semplice “percezione”, essa si declina in una serie di visioni del mondo e comportamenti che sono coerenti con essa. Quindi stiamo parlando di qualcosa che ha effetti estremamente concreti nella vita di ognuno di noi. È inoltre convalidata sia dalla moda che dagli stili di vita connessi che tendono ad omologare verso una marcata giovanilizzazione le rappresentazioni e le abitudini di tutti (sono adultizzati i bambini e adolescentizzati i signori e le signore di ogni età) e che restituiscono un fermo-immagine appiattito sull’età ritenuta oggi più importante, l’età giovanile.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Sembrerebbe dunque che l’attuale spirito del tempo ammetta quasi esclusivamente le caratteristiche di chi è ragazzo, o comunque giovane e consideri più o meno implicitamente un disvalore le caratteristiche di età più mature. Una vistosa conseguenza di ciò è che tra le età giovanili e la terza età non troviamo più nulla, o meglio troviamo un enorme buco, per cui ci capita con sgomento di osservare che il passaggio tra l’essere ragazzi ed essere vecchi è diventato oramai brusco e discontinuo; ci si guarda ad un certo punto allo specchio e non si può più evitare di osservare i segni dell’età che avanza e all’improvviso si osserva, non senza una certa angoscia e/o tristezza, un signore o una signora di mezza età, irriconoscibile (fatto questo, tra l’altro che giustifica l’uso massiccio del botox per coprire le bugie nascoste). In buona sostanza non esiste più quell’età che fino a pochi decenni fa si collocava grosso modo tra la terza e la sesta decade (20-60) e che era corposamente riempita di contenuti specifici, che oggi risultano evidentemente spogliati, dispersi. Se pensiamo che tale percezione, spostandoci ad epoche limitrofe distanti solo 3-4 decine di anni fa, sarebbe stata assolutamente impensabile, dobbiamo interrogarci su cosa abbia prodotto questa scomparsa e questa imponente differenza di codificazione sulle rappresentazione dei nostri cicli vitali talmente marcata e dissonante rispetto al passato e soprattutto perché.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ciò che i nostri genitori/nonni da giovanissimi vivevano con sospirata attesa e che addirittura provavano maldestramente ad imitare, almeno nell’aspetto (provando a travestirsi e ad atteggiarsi da adulti), già prima del reale raggiungimento delle attinenti prerogative, e cioè l’età adulta, oggi è vissuto semplicemente come invecchiamento e perdita dei vantaggi/privilegi dell’età giovanile, l’unica che secondo il mantra della nostra epoca valga la pena di essere vissuta. L’età giovanile è divenuta implicitamente la pietra angolare per descrivere quelle successive che vengono quindi definite per sottrazione e non per affermazione. Un signore di 50-60 anni è diventato quindi un “ex ragazzo”, un “non più giovane” o ironicamente diremmo un “diversamente giovane”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Dobbiamo pensare dunque che a livello di rappresentazione sociale i contenuti reali dell’essere una persona adulta e matura, un uomo o una donna “compiuti”, siano stati scambiati, o modificati, o semplicemente cancellati dall’agenda delle nostre vite da una mano invisibile che si è divertita a cambiare le regole del gioco mentre era in corso la partita.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Le conseguenze di questa sostituzione di regole di ingaggio riguardo i nostri cicli vitali sono innumerevoli e, a mio parere, particolarmente sciagurate. Ma andiamo con ordine.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Breve apologia dell’età adulta</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Cosa c’era fino a poco tempo fa dentro l’idea di età adulta o matura che oggi è stato scippato dalla storia ed è diventato svantaggioso o un disvalore per i contemporanei? E da cosa è stato soppiantato?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Proviamo innanzitutto a descrivere a grandi linee ed in positivo le caratteristiche di un individuo adulto utilizzando tre principali direttrici dell’identità personale: identità soggettiva, identità familiare e identità sociale e civica.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Sul piano dell’identità soggettiva, l’adulto si distingue dal ragazzo e ancor più dal bambino in quanto si autopercepisce come autonomo, autodeterminato ed autogestito; egli però tale autonomia non l’ha conquistata sciogliendo dentro di sé gordianamente il nodo della dipendenza relazionale con le proprie figure di attaccamento originarie, casomai le ha trasformate, ha cioè risolto la dialettica dipendenza-indipendenza elaborandone una propria originale soluzione ottimale (ad esempio attraverso il concetto di interdipendenza tra pari). L’adulto è, inoltre, colui che ha tradotto la responsabilità in libertà ed è disposto a pagare il prezzo della propria libertà attraverso la propria responsabilità. Ma non come fardello che grava minaccioso sulla testa delle attuali generazioni di adulti, come comunemente il concetto di responsabilità viene declinato oggi, bensì nel suo significato stretto, etimologico, e cioè quello di poter rispondere (responsus, respòndere = rispondere, essere garanti di ciò che si fa) specialmente a se stessi di ciò che si sente, si pensa, si dice e si fa. L’adulto, diversamente dal ragazzo sente, pensa, dice e fa apertamente e con un certo orgoglio e sicurezza ed anche con una certa autocoscienza/consapevolezza derivante dall’esperienza di vita, facoltà questa necessaria per poter esercitare la propria posizione interiore. Non apprezza perciò la confusione e l’indeterminatezza pur ammettendo il dubbio, ma autorizza dei punti fermi nella propria vita e talora la loro irreversibilità e tratta se stesso senza molta indulgenza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Sul piano dell’identità familiare l’adulto è colui che, diversamente dal ragazzo (il quale si sente particolarmente legato e talora incollato alle proprie matrici), si vive e si percepisce positivamente, direi trepidantemente, in transito, come punto di passaggio, tra la propria famiglia di origine e la propria nuova famiglia, sia intesa come nuova famiglia effettiva, sia intesa come famiglia relazionale acquisita come nuova rete ristretta di relazioni affettive stabili non familiari. L’adulto è dunque colui che sente la propria realizzazione personale attraverso la fondazione di una propria realtà familiare ed in tal senso vive la propria autodeterminazione come l’esito di tali atti fondativi. Egli dunque si colloca dialetticamente tra il proprio passato familiare ed il proprio futuro attraversando, senza volersi mai sottrarre, tutte le possibili crisi evolutive che la ri-fondazione, talora dolorosa e gravosa, della propria identità familiare comporta.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Sul piano della propria identità sociale e civica, l’adulto, diversamente dal ragazzo, percepisce se stesso come avente una posizione nel mondo, intendendo con questo non già un presunto ruolo pre-scritto (tra l’altro divenuto oggi nell’era del precarismo esistenziale sempre meno plausibile e attendibile), bensì una propria missione o più missioni da svolgere al servizio altrui. Sentirsi al servizio ed utili ad una comunità, ad altri non-familiari, attraverso la propria opera (il proprio lavoro ad esempio, ma non solo), è una delle prerogative dello scambio sociale che caratterizza e distingue la posizione adulta. Ovviamente, nell’ottica dello scambio sociale, l’adulto è colui che prende posizione (prende parola nell’assemblea) e non rimane neutrale rispetto alla realizzazione del bene comune (il bene della propria comunità) che percepisce altrettanto importante e comunque complementare e interconnesso al bene soggettivo e del proprio stretto entourage. L’adulto sente dunque una sua specifica responsabilità all’interno della propria comunità allargata dove esercita il proprio impegno.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Perché è avvenuta la scomparsa dell’età adulta?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ciò che ho appena descritto in questa pur sintetica (e largamente incompleta) esposizione delle prerogative dell’età adulta, non rappresenta più per i nostri contemporanei (tranne naturalmente alcune eccezioni), alcun privilegio o vantaggio nello scorrere della propria età e delle proprie fasi vitali, tutt’altro. Molteplici le cause di questo nuovo fenomeno che il mondo socio-psy in genere legge come difficoltà di accesso all’età adulta. Ma già questa lettura sottende un implicito: l’esistenza o sopravvivenza di una ipotetica, iperuranica, età adulta (alla quale non si riesce ad accedere appunto) che invece qui supponiamo in qualche misura scomparsa, evaporata, cancellata (casomai andrebbe riformulata, rifondata).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Occorre anche precisare che non è certo la prima volta che nella storia dell’uomo i cicli vitali subiscono delle profonde trasformazioni a causa dei cambiamenti storico-antropologici e per potersi adattare ad essi, specialmente nell’era moderna (negli ultimi 3 secoli), basti pensare a come sia cambiata radicalmente l’infanzia e l’adolescenza dai romanzi di Dickens ad oggi, o solo dall’ultimo dopoguerra, ma il depotenziamento radicale dell’età adulta al quale assistiamo probabilmente legato alle impellenze sociali, forse non ha precedenti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Una prima ipotesi interlocutoria concernente le cause di questa rapida trasformazione me la fornisce indirettamente Diego Fusaro con il suo importante “Essere senza tempo” dove spiega molto bene come negli ultimi tempi si sia verificata una rapida accelerazione della storia, e con essa una velocizzazione del vissuto del tempo testimoniata dalla fretta che contraddistingue le esistenze di ognuno di noi, assieme ad una acquisizione sempre più profonda e radicata dell’idea del progresso secondo la cui sagittalità collochiamo tutto ciò che conta in un futuro sempre più dislocato e spostato in avanti, vanificando in tal modo fino ad annullare il vissuto del presente.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ma se tutto ciò che conta avverrà in un domani, per lo più idealizzato ed astratto, che si sposta sempre in avanti e che sfugge continuamente all’esperienza, come si concilia questo con la parabola temporale decrescente dei nostri cicli vitali e con la consapevolezza che nel domani di ciascuno di noi troveremo decadimento, una presumibile lunga vecchiaia e infine la morte? Due vettori – uno della speranza del progresso che si autoperpetua ed un altro della nostra naturale ciclicità esistenziale – che esprimono curvature e forme decisamente divergenti, che viaggiano in direzioni opposte e che giungono infine a cozzare rovinosamente. È evidente che una tale aporia portata alle estreme conseguenze non può che produrre esiti deliranti diffusi e indurre tutti noi a denegare semplicemente non solo il presente, ma anche lo scorrere dei nostri cicli vitali, eternando l’unica fase della nostra vita nella quale per definizione il futuro esprime il massimo di sé e viene esaltato e cioè l’età giovanile.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La fragilità che questa posizione comporta è testimoniata, oltre che dal senso di irrealtà che questa collisione produce, anche dal rimbalzo psicologico (la realtà chiede poi il suo conto, quasi sempre salato) che tutti noi osserviamo nelle nuove generazioni, illuse nel loro eternarsi e derubate di fatto del loro futuro, anche a livello di rappresentazione, vissuto, investimento libidico, e dunque un effetto paradossale per il quale la storia ci crea aspettative particolarmente infondate che poi si pagano con gli interessi in un secondo momento.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Una seconda ipotesi, anch’essa interlocutoria, me la procura il saggio di Benjamin Barber (Barber B. R., Consumati. Da cittadini a clienti. Einaudi, Milano 2010) nel quale l’autore porta numerose prove a favore della tesi di fondo secondo la quale a presiedere a questa sostituzione di prerogative a favore dell’infantilizzazione dell’uomo contemporaneo (occidentale) vi siano dei precisi meccanismi sociali ed economico-politici che di fatto coincidono con le più attuali applicazioni globalizzate delle dottrine neoliberiste di questo tardocapitalismo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Come in tutte le operazioni di marketing in grande stile ciò che viene venduto non è semplicemente l’ingannevole prodotto giovinezza-sine-die, ma la visione del mondo che quel prodotto veicola, ed ovviamente l’abbondante fumo che lo avvolge e lo indora. In questo caso è il soggetto-consumatore stesso a diventare il prodotto che a sua volta consuma se stesso, una matrice di senso che fa circolare un’ideologia coincidente con l’età giovanile ritenuta, a torto o a ragione, la più felice, quella della formazione, della scoperta, della forma fisica e mentale, dell’infinita possibilità di esistenze.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">E dunque una serie di recenti fattori concomitanti di ordine storico-antropologico, economico e psicologico hanno concorso a ridefinire/resettare il soggetto contemporaneo dovendo al contempo svuotare di senso l’età adulta e i contenuti ad essa connessi, così come precedentemente definiti, e sostituendo alle precedenti caratteristiche un ideale performativo di tipo giovanilistico.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">In realtà questa ormai lunga e quasi infinita epoca della nostra vita, l’età giovanile, è proprio come tutte le altre portatrice di aspetti positivi e negativi, vantaggi e svantaggi, solo che nel bilancio che i contemporanei svolgono la valutazione dei vantaggi e dei valori intrinseci di questa età è massima e viceversa è debolissima la valutazione degli svantaggi. Allo stesso tempo si tende a considerare poco i vantaggi delle età successive o semplicemente non si conoscono affatto (privando di una prospettica la vita stessa). Senza contare che questo innaturale prolungamento all’infinito delle prerogative giovanili porta con sé una serie di penose conseguenze di cui, altrettanto, si tende a non considerare. Come ad esempio il senso di incompiutezza, o peggio il senso di impotenza o di fallimento, dovuti ad una mancanza cronica di “cittadinanza” e di titolarità ad essere e fare che la condizione giovanile anacronistica porta con sé.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Una sorta di cecità selettiva colpisce i nostri contemporanei i quali nei loro bilanci interni sembrerebbero preferire rimanere giovani, forti e baldanzosi, ma del tutto sospesi nel limbo, piuttosto che autenticamente sicuri di sé. Sembra proprio che abbiamo barattato una libertà (che ha più il sapore inconsistente del limbo) con una sorta di precarietà o incertezza esistenziale, che s’associa e si concatena con la precarizzazione esistenziale rappresentata dal movimento globale della stessa società e di cui le famiglie si fanno inerziali casse di risonanza. In questa nuova scala dei valori interni vengono quotate come positive le condizioni di apertura, di movimento e di possibilità e svalutate le condizioni di rassicurazione, di stabilità di irreversibilità.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Inoltre, il prolungamento della giovinezza e della perenne età formativa dilata a volte all’infinito i transiti tra i cicli vitali e le relative scelte rendendoli di fatto vani.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">“Questi momenti di passaggio appaiono oggi sempre più denormativizzati; se un tempo esisteva uno scadenzario sociale che prescriveva chiaramente tempi e modalità delle cambiamento, i percorsi delle transizioni paiono oggi determinati in maniera autonoma dai soggetti coinvolti, che decidono quando e come effettuare il passaggio ad una nuova struttura di vita. L’indebolirsi della componente normativa sembra avere prodotto un deciso ridimensionamento dei ruoli della collettività e ritualità nelle transizioni. Proprio il passaggio all’età adulta costituisce in questo senso forse l’esempio più eloquente” (Marco Farina)</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> Aggiunge, sempre a tal proposito, il sociologo Alessandro Bosi “stiamo forse assistendo allo sgretolamento di quell’adulto cresciuto e compiuto che le nostre tradizioni classica e moderna ci hanno tramandato. Al suo posto si sta delineando una nuova figura e una nuova epoca di vita, caratterizzata non più dal compimento e dalla staticità, ma anch’essa, come quelle che la precedono, e che la seguono, dalla crescita, l’evoluzione e il cambiamento. Una tappa non più di interruzione, di eterogeneità, di arresto: una tappa omogenea e in continuità rispetto a tutte le altre tappe della vita. Un’età dove si continua a crescere, con tutte le gioie ma anche con tutti i dolori e le fatiche che il crescere comporta.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Qualche pennellata dall’esperienza clinica</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La conferma della scomparsa dell’età adulta, seppure il sospetto ce l’avessi già precedentemente, la devo soprattutto ai miei pazienti dai quali imparo continuamente cose nuove e ai quali perciò va tutta la mia gratitudine. La prima che mi “suggerì” questa intuizione è stata Caroline, una ventinovenne asiatica (nata e vissuta in Italia), la quale nel descrivere i propri “gusti” in fatto di uomini, giustificava la preferenza di ragazzi anche molto più giovani di lei riferendo che secondo lei a 30 anni un uomo è già “vecchio”. Inutile provare ad interloquire con questa credenza, era davvero incrollabile. La sensazione trasmessami da Caroline (oltre a quella di farmi sentire un’anticaglia), fu quella della comparsa di un enorme buco dovuto alla difficoltà d’identificare una propria possibile adultità, cioè una propria possibile modalità di transitare nella famiglia di origine, nel lavoro, nelle relazioni, verso un’idea di sé diversa da quella giovanile dei manga, di cui lei era una sfegatata cultrice.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Allo stesso modo, assisto a tutti gli altri racconti di molti altri miei pazienti, sempre vagamente angosciati, soprattutto dal lato femminile, riguardanti i loro partners considerati del tutto immaturi, emotivamente e affettivamente. Scorrendo gli innumerevoli racconti in seduta, troviamo fidanzati e conviventi trenta-quarantenni che utilizzano in loro tempo libero giocando tutto il tempo con la playstation, o che fumano canne per tutto il giorno soggiogati da stili di vita annoiati, compulsivi, vacui, o che spaccano suppellettili in preda a crisi di ira per semplici frustrazioni e difficoltà di comunicazione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">In una vicenda particolarmente emblematica, un tal fidanzato di una paziente comincia ad accusare attacchi panico associati esplicitamente alla presenza della fidanzata, evidentemente in riferimento al procedere verso una maggiore definizione della loro relazione. Attacchi di panico improvvisamente cessati nel momento in cui costui decide di recidere d’un colpo la relazione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ed ancora, fughe improvvise dalle relazioni stabili, ma anche inopinati auto-licenziamenti o viceversa inghiottimenti nei gorghi di lavori totalizzanti come fughe da se stessi, improvvisi isolamenti sociali, ed ancora tradimenti seriali, ritorni alle case paterne a più di 40 anni. E così via.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">In questo itinerario non incontriamo solo “fidanzati/e” o aspiranti tali, ma troviamo anche giovani adulti, ben più avanti con gli anni, talora mariti e mogli con figli, ben motivati a voler diventare compiutamente uomini e donne i quali però in assenza di un ancoraggio ad una rappresentazione sociale più solida anche essi s’incartano, s’aggrovigliano, si confondono nelle loro fragilità giovanilistiche, nei loro infiniti dubbi sulla esattezza o meno dei loro progetti di vita, sempre più schiantati dalle fatiche di portare avanti le loro indaffaratissime esistenze.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Possiamo fare a meno dell’età adulta?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Al di là di questa aneddotica, colorita in verità da una certa tristezza, occorre valutare con più attenzione l’impatto della scomparsa dell’età adulta, per comprendere meglio le conseguenze che tale trasformazione, unita a tutte le numerose altre della nostra contemporaneità, ha avuto e continua ad avere sulla vita di tutti noi e della società in genere.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Riguardo a ciò mi sono in parte già soffermato nel corso di questo lavoro specie quando ho descritto il senso di irrealtà, di sospensione, di limbo, prodotto dall’espansione illimitata dell’età giovanile, o quando ho accennato alla mancanza di progettualità, di prospettica, di soggettività, di titolarità, di sicurezza, unita ad una precarietà esistenziale e incompiutezza in ogni ambito, a cominciare da quello relazionale-affettivo per finire al sentimento di disimpegno civico, di fatalismo e anestesia politica diffusa (basti pensare alle percentuali di astenuti dal voto sempre maggiori nelle società occidentali progredite).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Già valutando questi macro-fenomeni ci rendiamo conto di quale “polpetta avvelenata” si stia trattando, ma se scendiamo nella vita quotidiana di un giovanotto di 30-60 anni, possiamo valutare ancora meglio gli svantaggi tangibili di questa condizione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il primo tra gli svantaggi che mi viene in mente riguarda il protrarsi, talora penoso, della dipendenza sia emotivo-affettiva, sia economica, quindi potremmo dire “esistenziale” a 360°, nei confronti delle famiglie di origine. Spessissimo, e molto più di quanto si possa immaginare, l’economia sia psichica che finanziaria (le due economie finiscono per combaciare) di questa fascia di età è fortemente debitrice, fino alla dipendenza vera e propria, dalle generazioni precedenti. Mi si obietterà che ciò dipende dalle congiunture economico-sociali, dalla disoccupazione crescente, dalla condizione di crisi economica globale, dall’annichilimento del welfare (che ha di fatto creato una sorta di welfare dei nonni come prodotto secondario e invisibile, ma ben tangibile!), etc. Certo, non c’è dubbio che esiste una congiuntura sfavorevole, ma sarebbe fin troppo facile leggere in senso lineare questa serie di fenomenologie: la precarietà economica e la precarietà psicologia giovanilistica. Dobbiamo piuttosto domandarci un po’ più profondamente cosa significhi il protrarsi, anzi l’accentuarsi, di una congiuntura sfavorevole su tutti i piani, sia marco che micro. Da psicologi siamo obbligati a pensare in maniera più complessa e ad immaginare una circolarità oltre che una stratificazione dei fenomeni. In termini di concatenazioni un fenomeno appartiene all’altro e ne condivide, possiamo dire così, il paradigma. Ne condivide cioè i codici sorgenti. Dobbiamo quindi immaginare un paradigma giovanilistico di irrisolutezza, di incompiutezza, di dipendenza, di insoddisfazione, di insicurezza che funziona come codice sorgente su tutti i piani.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Una seconda conseguenza piuttosto svantaggiosa, se vogliamo corollario della prima, riguarda il sentimento di insufficienza e di inconsistenza che consegue alla verifica della mancanza di autonomia. Possiamo descrivere una dinamica circolare tra mancanza di autonomia e senso d’impotenza di proporzioni a volte notevoli. Questo concorrerebbe a spiegare ad esempio l’aumento negli ultimi decenni delle personalità narcisistiche (come compensazione ipertrofica di una carenza strutturale ed incolmabile fino agli eccessi di cui la cronaca purtroppo è sempre più piena dove soprattutto uomini adulti si scoprono del tutto impreparati ad affrontare separazioni, cambiamenti, nella propria vita), così come l’aumento delle patologie sessuali (impotenza anche in età giovanili), ed ancora le patologie depressive, notoriamente in aumento vertiginoso. Non affermo certo che la scomparsa dell’età adulta e del deficit di autonomia connesso sia l’unica causa di tali impennate, ma che esista una concatenazione tra un certo movimento della storia che tende a depotenziare/annullare le prerogative dell’individuo maturo e compiutamente soggettualizzato e queste nuove forme di sofferenza anche sociale non credo vi sia dubbio.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">E dunque l’uomo contemporaneo giovanilizzato ed espropriato dell’età adulta occupa la scena della propria vita senza esserne mai protagonista, talora non entrando mai in scena e rimanendo dietro le quinte a sospirare per una presenza mai realizzata, per tutte le occasioni mancate che mai più torneranno. L’irrequietezza che lo caratterizza non è riconducibile all’atteggiamento plastico, adattivo ed esplorativo del modello originario di uomo occidentale (si pensi ad esempio al multiforme Ulisse, come icona e mito fondativo del tipo d’uomo occidentale), questa irrequietezza non ha alle proprie spalle valenze civilizzatrici, tutto al contrario, sembra piuttosto ispirata da modelli di vita dissipativi, consumistici, convulsi, dove l’insoddisfazione è una cifra esistenziale assoluta, cioè non modificabile e non correlabile ad alcunché, in quanto codice necessario al mantenimento dei poteri sociali costituiti. Un’irrequietezza che è il prodotto diretto di una difesa conservatrice della società, che perciò paradossalmente non produce né conoscenza né cambiamento, un’irrequietezza fondata sul vuoto piuttosto che sulla mancanza, come direbbe Recalcati.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Tutto ciò ci fa intuire che la scomparsa dell’età adulta non è propriamente una bella notizia e che è al contrario un segno tangibilissimo di decadenza della nostra civiltà a cui non si riesce a trovare fino a questo momento risposta e rimedio.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Come sarà l’adulto del futuro?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Non potendo all’oggi ancorarci ad un sufficientemente solido nonché condiviso paradigma sociale del tipo umano adulto, ma essendo costretti a riferirci a quelli dell’immediato passato, dobbiamo sperare che prima o poi compaia una nuova rappresentazione dell’adultità che possa sostituire la precedente e ne aggiorni le caratteristiche. Forse sta già avvenendo questo processo sotto i nostri occhi senza che ce ne possiamo ancora accorgere dal momento che è in itinere? Non possiamo dirlo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ciò che possiamo augurarci è che l’adulto del futuro si riprenda quanto meno l’orgoglio delle proprie rughe e delle proprie cicatrici frutto delle fatiche specifiche della sua generazione e su di esse possa ricominciare a costruirsi come soggetto dignitoso. Il deficit di soggettualità che colpisce le generazioni dell’era neoliberistica avanzata potrà probabilmente essere compensato nel momento in cui esse riusciranno a riconoscersi per le loro specificità e per le loro particolari narrazioni.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Penso ad esempio alle fatiche talora inenarrabili che alcuni adulti contemporanei fanno per sopravvivere ai movimenti dissolutivi tipici di questa nostra epoca storica, a cominciare dalla fatica di far quadrare i conti, i tempi del lavoro, della famiglia (quando c’è), del tempo libero.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Penso anche alle sfide epocali che già da oggi stanno affrontando e sempre più intensamente affronteranno domani le nuove generazioni di adulti alle prese con la riformulazione delle strutture sociali elementari e complesse attualmente in crisi irreversibile (forme-famiglia, ruoli familiari e intergenerazionali, ospitalità, socialità e legami sociali, rapporto col tempo, con il lavoro, con la polis), ai problemi della convivenza civile che una società multietnica obbliga, alla necessaria riformulazione dei modelli economico-politici che un pianeta limitato impone.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Stiamo dunque parlando di un ventaglio di posizioni che va dal micro a macro, dalla quotidianità alle opinioni politiche, che richiede su ogni piano una nuova, direi urgente, responsabilizzazione di un nuovo soggetto pienamente adulto in grado di prendere parola e pozione, senza troppi tentennamenti. Questo nuovo soggetto va aiutato ad emergere e a costruirsi.</span></p>
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		<title>Io NON ti salverò</title>
		<link>http://www.psicologoaurelio.it/344-2/</link>
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		<pubDate>Sun, 12 Mar 2017 06:49:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi D'Elia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Coppia]]></category>

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		<description><![CDATA[Luigi D&#8217;Elia tratto da http://www.psychiatryonline.it/node/5053 Amicizie e amori serbano spesso in sé alcuni presupposti ingenui. Ingenuità e amore vanno, almeno inizialmente, a braccetto. Sembrerebbe proprio che senza concedersi all’ingenuità l’amore non possa mai sbocciare. L’idealizzazione dell’altro e il poterlo collocare nella propria vita con una funzione specifica di “oggetto d’amore” è il presupposto di ogni innamoramento. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 10pt;">Luigi D&#8217;Elia tratto da<strong> <a href="http://www.psychiatryonline.it/node/5053" target="_blank">http://www.psychiatryonline.it/node/5053</a></strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Amicizie e amori serbano spesso in sé alcuni presupposti ingenui. Ingenuità e amore vanno, almeno inizialmente, a braccetto. Sembrerebbe proprio che senza concedersi all’ingenuità l’amore non possa mai sbocciare. L’idealizzazione dell’altro e il poterlo collocare nella propria vita con una funzione specifica di “oggetto d’amore” è il presupposto di ogni innamoramento. E pur tuttavia l’ingenuità ben presto diventa ostacolo per la prosecuzione di un amore. Perché l’altro è sempre in un altrove irraggiungibile e l’amore viene messo alla prova definitiva riguardo la possibilità di incamminarsi verso quell’altrove. Ci si ritrova perciò nel paradosso per il quale ciò che fa nascere l’amore è anche ciò che lo ostacola nello sviluppo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">All’inizio dunque l’innamorato si abbandona necessariamente all’ingenua aspettativa dell’amore che altrimenti non nasce, e poi deve rapidamente e violentemente abbandonarla pena l’impossibilità di quell’amore di evolvere in una relazione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Molte le situazioni che giungono in terapia (ma le stesse cose riguardano le nostre stesse vite) che sembrano contraddistinte da un certa ingenuità necessaria e alla quale assistiamo impotenti come spettatori muti di uno spettacolo autonomo (“copionale”) che deve giungere al proprio epilogo e che nessuno può fermare prima. Non c’è momento della mia vita professionale nella quale non affronto in contemporanea deliqui amorosi e drammi estremi in almeno 3-4 pazienti alla volta.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Uomini visti come forti, affettuosi, affidabili e gentili, donne viste come dolci, amorevoli e accoglienti che nella virtualità parallela dell’ingenuità s’incrociano come se s’incontrassero su altri mondi e che all’improvviso si ritrovano spogli e delusi su questa terra.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Lo psicologo taglia corto su questo: il motivo di questo inghippo risiede nel fatto che si cerca nell’amore ciò che è mancato nelle nostre relazioni oggettuali primarie. Se le tue relazioni oggettuali sono state caratterizzate da carenze, instabilità, traumaticità o problematiche varie, la tua ricerca e le tue esperienze amorose, saranno improntate da meccanismi che ripeteranno più o meno, con tutte le varianti del caso, gli stessi schemi relazionali, circuiti interpersonali, copioni personali (etc.), che il tuo mondo di relazioni oggettuali interiore ti consente di esercitare. Non si scappa. Niente come la vita amorosa è territorio delle nevrosi croniche degli individui (e non solo delle nevrosi) e spazio di rappresentazione della reiterazione drammatica interiore.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Lo psicologo con formazione analitica aggiunge a questo discorso, forse troppo parziale, il punto di vista dell’inconscio, forse anche in qualche misura <em>destinale</em>. Sono gli inconsci che “trattano” in separata sede e ben prima e ben fuori dal nostro sguardo, cosa ne sarà di quell’incontro e di quella relazione, se nascerà, se crescerà, se morirà. Gli inconsci degli amanti si riconoscono e si annusano e intravedono un percorso comune oppure no su traiettorie che rimangono in buona parte invisibili, ma che comunque riguardano anche i loro bisogni profondi, sia nella prospettiva patologica che evolutiva. Spesso in entrambe contemporaneamente.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">L’ingenuità, dal punto di vista dell’inconscio, invece non esiste. Quell’incontro, con tutta la sua burrascosità, e il carico di felicità e infelicità che porterà, compirà comunque un suo percorso che potrà essere rivelatore o eclissante di verità interiori, a seconda della capacità/possibilità dell’individuo di mettersi in gioco oppure no.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La principale “ingenuità” (a questo punto le virgolette sono d’obbligo) che viene agita nelle relazioni amorose è che quell’oggetto d’amore che sta parlando il tuo stesso linguaggio, che sta esprimendo il tuo stesso dolore, che sta chiedendo le tue stesse domande, riceverà attraverso il tuo amore le sue risposte e tu riceverai le tue attraverso il suo amore.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Parafrasando il titolo del noto film di Hitchcock, “<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Io_ti_salver%C3%B2" target="_blank">Io ti salverò</a>” divenuto paradigmatico della posizione salvifica dell’amante, sarebbe il caso di riformularlo in altro modo. Casomai “<em>io ti salverò</em>” anche se “<em>io mi salverò</em>” e anche se “<em>noi, insieme, ci salveremo</em>”. Questo recita il patto inconscio.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">In realtà questi presupposti agiscono contemporaneamente nel momento dell’innamoramento e la possibilità dell’evoluzione del rapporto consiste sia nella capacità dei membri di quella coppia di ritirare dolorosamente le proprie proiezioni salvifiche dal rapporto e riassumersele, sia nella possibilità reale che quell’incontro rappresenti per la coppia nascente non certo la possibilità ingenua di “salvarsi”, ma di accettare la sfida che l’altrove dell’altro pone e perciò di sostenersi a vicenda in una prospettiva auto-trascendente.</span></p>
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		<title>La felicita? Te la godi solo se non sei solo</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Mar 2017 13:36:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi D'Elia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Resilienze]]></category>

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		<description><![CDATA[Primo concetto:  il paradosso di Easterlin Il paradosso di Easterlin (1974), dice in sintesi che la relazione tra reddito e felicità auto percepita non cresce linearmente nel tempo, all’inizio aumentano insieme, ma dopo una certa soglia e dopo un certo tempo, ogni ricchezza in più non solo non aumenta la felicità, ma l’andamento s’inverte e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="rtejustify" style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Primo concetto:</strong>  <strong>il paradosso di Easterlin</strong></span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Paradosso_di_Easterlin" target="_blank">paradosso di Easterlin (1974)</a>, dice in sintesi che la relazione tra reddito e felicità auto percepita non cresce linearmente nel tempo, all’inizio aumentano insieme, ma dopo una certa soglia e dopo un certo tempo, ogni ricchezza in più non solo non aumenta la felicità, ma l’andamento s’inverte e la felicità si stabilizza o decresce.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">In sostanza, il reddito non è sufficiente a spiegare il benessere soggettivo.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il paradosso di Easterlin, dopo essere stato messo in discussione, è stato recentemente <a href="http://www.pnas.org/content/107/52/22463" target="_blank">confermato</a>.</span></div>
<div class="rtejustify" style="text-align: justify;"></div>
<div class="rtejustify" style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Secondo concetto: utilità marginale di un bene</strong></span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">L’<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Utilit%C3%A0_marginale" target="_blank">utilità marginale di un bene</a> nell’economia classica è l&#8217;utilità apportata dall&#8217;ultima unità o dose consumata di un bene espressa in termini di soddisfazione, essa è in genere decrescente. Il primo bignè ha un’altissima utilità marginale, il secondo alta, il decimo bigné bassissima pur rimanendo positiva.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ciò non vale qualora il bene in questione sia invece di tipo <em>relazionale</em>, in tal caso la sua utilità marginale è crescente. Chi si sente amato non è mai stanco di ricevere amore.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">In sostanza esistono categorie di beni che non sono soggetti alle leggi del marketing e dell’economia classica, si tratta di beni che non conoscono rivalità di consumo. In genere cioè si tratta di beni<em> gratuiti</em>, non solo nell’accezione etimologica, cioè dotati di <em>grazia</em>, di una grazia <em>elementare</em>, ma anche proprio in senso commerciale: tutta la grazia è gratuita. Pensiamo ad esempio beni come l’amore, l’amicizia, la bellezza, la tenerezza, la gentilezza, l’armonia, il sentimento di libertà o di giustizia, il desiderio, il piacere, la sensualità, la buona compagnia, la riconoscenza, un abbraccio, il piacere di osservare i figli che crescono, etc. Tutti beni comuni, ubiquitari, e ciononostante irreperibili sul mercato.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Qualcuno potrebbe a buona ragione sostenere: i beni più importanti di una vita.</span></div>
<div class="rtejustify" style="text-align: justify;"></div>
<div class="rtejustify" style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Economista, alessitimico, sociopatico.</strong></span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Prendendo in considerazione già solo questi due concetti economici, collegati tra di loro, possiamo intuire che i nessi profondi tra economia e psicologia e neuroscienze cognitive appaiono oggi ancora molto inesplorati, specie nelle conseguenze filosofiche che se ne potrebbero ancora trarre.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Esistono alcuni corollari psicologici di questi due capisaldi dell’economia che in genere gli economisti trascurano. La penosissima condizione psicologica e pulsionale dell’accumulatore convulso e dell’avido ad esempio. L&#8217;<a href="http://luigidelia.it/sullavidita/2010/07/" target="_blank">avido</a> ha subito nel tempo una riabilitazione d’immagine tale da trasformarlo da un pericoloso e repellente antisociale schiavo delle proprie passioni più basse, qual era in genere considerato in antichità, ad un soggetto piuttosto ordinario, oggi.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">In generale l’economia è sembrata fino ad oggi una scienza ingenua. Ad essere più precisi è apparsa come una scienza sociale <em>alessitimica</em>, cioè priva di un alfabetizzazione emotiva, di una coscienza di sé e dell’altro da sé, di una consapevolezza integrata della condizione umana, verso la quale è apparsa tutto sommato indifferente. Mantenersi sempre opportunisticamente distanti da una elaborazione condivisa della condizione umana comporta in genere l’acquisizione implicita di modelli culturali inconsapevoli, spesso assai rozzi e pericolosi . L’<em>homo oeconomicus </em>è una sorta di mostruosità psicopatica utilitarista a piede libero senza limiti (privo di metron, privo cioè della misura) che sta flagellando da secoli con la propria razionalità totalitaria e autodistruttiva (e quindi assolutamente irrazionale) l’intero pianeta.</span></div>
<div class="rtejustify" style="text-align: justify;"></div>
<div class="rtejustify" style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>La felicità: un problema di tempo e di altri</strong></span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Luigino Bruni, nel suo <em>L’economia, la felicità, gli altri</em> (Citta Nuova, Roma, III ed. 2009) tratteggia con estrema chiarezza e raziocinio i termini della questione. Egli sostiene, forte di numerosi studi economici a sostegno (proprio partendo dal paradosso di Easterlin), che nello studio del rapporto tra reddito e felicità sia riscontrabile una tendenza ad escludere alcuni <em>parametri di sistema</em> che non si sono fino ad oggi voluti vedere e considerare nel computo generale della prosperità, probabilmente perché in contrasto con le teorie e le logiche prevalenti.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Parliamo del tempo libero da trascorrere sia con sé che socialmente, e parliamo del ruolo centrale che assume nella valutazione del benessere soggettivo il rapporto continuativo e fecondo con gli altri. La felicità è una scatola vuota se definita, esperita, concepita in assenza di questi due parametri (non scomodiamo Aristotele, non ce n’è bisogno).</span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Nulla come gli stili di vita contemporanei rappresentano un attacco frontale a questi due capisaldi della felicità umana: tempo e socialità. L’epoca turbocapitalistica e neoliberista in cui viviamo sembra aver inaugurato una vera e propria guerra ideologica e senza quartiere a tempo e socialità imponendo i propri nuovi criteri di buona vita e decretando la <em>morte del prossimo.</em> Il marketing ha sostituito il concetto di libertà con quello di <em>opzione d’acquisto</em> o di <em>zapping</em>, il concetto di buona vita con quello di <em>forma</em>, di salute medicalizzata, il concetto di piacere con quello di potere d’acquisto e di “emozione”, e il perduto <em>mondo autentico</em> e la perduta armonia li ritroviamo tra i “must” di ogni pubblicitario come memoria ancestrale da recuperare attraverso un nuovo e più performante comportamento consumistico. La cura di sé è di fatto diventata la nuova frontiera biopolitica, il nuovo campo di battaglia dove avviene il vero confronto tra visioni del mondo inconciliabili.</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Questa riscrittura, direi sovrascrittura, di codici di adeguatezza eseguita sulla carne viva di tutti noi non è un fatto ineluttabile e irreversibile, per quanto sia ormai avvenuta in profondità. Non disperiamo. Occorrono nuove politiche e nuove definizioni di benessere soggettivo. Occorrono nuove sperimentazioni di vita in comune, di scambio economico, di gestione del tempo, di azione politica.</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>(dedicato alla memoria di Diego Napolitani e al suo umanesimo)</em></span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Bibliografia essenziale:</span></p>
</div>
<ul>
<li class="rtejustify" style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Bruni Luigino, <em>L’economia, la felicità, gli altri</em> Citta Nuova, Roma, III ed. 2009</span></li>
<li class="rtejustify" style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Canova L., <a href="http://www.quattrogatti.info/n/index.php/presentazioni/item/299-come-si-misura-il-benessere-sociale?-le-alternative-al-pil" target="_blank">Come si misura il benessere sociale</a></span></li>
<li class="rtejustify" style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Canova L., <a href="http://www.oilproject.org/corso/l-economia-della-felicit%C3%A0-da-adam-smith-ad-oggi-5934.html" target="_blank">L’economia della felicità da Adam Smith ad oggi</a> (corso)</span></li>
<li class="rtejustify" style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Easterlin Richard A., Laura Angelescu McVey, Malgorzata Switek, Onnicha Sawangfa, Jacqueline Smith Zweig, <a href="http://www.pnas.org/content/107/52/22463.full.pdf+html" target="_blank"><em>The happiness–income paradox revisited</em></a> – PNAS 2010</span></li>
<li class="rtejustify" style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">D’Elia Luigi,<a href="http://luigidelia.it/sullavidita/2010/07/" target="_blank"><em> Sull’Avidità</em></a><em>,</em> 2010</span></li>
<li class="rtejustify" style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">D’Elia Luigi, <em>Dispercezioni</em>, in Corpo, Riflessione, Immagine a cura di Putti S., Testa F. Alpes, Roma 2011</span></li>
<li class="rtejustify" style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Jackson Tim, <em>Prosperità senza crescita</em> – Ed. Ambiente, 2011</span></li>
<li class="rtejustify" style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Zoja Luigi, <em>La morte del prossimo,</em> Einaudi, Torino, 2009</span></li>
</ul>
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		<title>Ludopatie: epidemia o stile di vita?</title>
		<link>http://www.psicologoaurelio.it/ludopatie-epidemia-o-stile-di-vita/</link>
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		<pubDate>Tue, 07 Mar 2017 13:27:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi D'Elia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Contemporanei e dolenti]]></category>

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		<description><![CDATA[Se io fossi un giocatore d’azzardo forse non mi interesserebbe niente di sapere della complessa etiologia e della larga comunanza del mio comportamento.E ugualmente forse non avrei granché piacere a sapere che l’enorme diffusione del gambling sia il classico esempio e l’ennesima prova provata che l’economia mafiosa ha totalmente colonizzato o soppiantato l’economia degli stati. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="rtejustify" style="text-align: justify;">
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Se io fossi un giocatore d’azzardo forse non mi interesserebbe niente di sapere della complessa etiologia e della larga comunanza del mio comportamento.</span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">E ugualmente forse non avrei granché piacere a sapere che l’enorme diffusione del gambling sia il classico esempio e l’ennesima prova provata che l’economia mafiosa ha totalmente colonizzato o soppiantato l’economia degli stati. Così come non ci vedrei molti significati nella riduzione dei proventi statali sui videopoker a dispetto di quelli sul superenalotto (0,6 contro 44,7 va all’erario).</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Forse anche non mi sfiorerebbe molto sapere di essere diventato un classico <em>pollo da spennare</em> e che il gioco d’azzardo è stato definito “<a href="http://www.lavoce.info/gioco-azzardo-iniquita-tassa-slot-jackpot/" target="_blank">tassazione volontaria</a>” di tipo regressivo (una tassa cioè che in Italia pagano molto più i ceti medio-bassi dei ceti alti), o peggio “<a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/02/19/lo-stato-pusher/93012/" target="_blank">tassazione su base psicopatologica</a>”.</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">E non mi sconvolgerebbe sapere che secondo il DSM 5, il manuale diagnostico psichiatrico appena uscito, ha optato per definire il mio problema come “<em>dependance</em>” e non più come “<em>addiction</em>” (sfumatura apparentemente impalpabile, ma decisiva ai fini politici) anche per sottolineare che il mio cervello è neuro-biologicamente e neuro-psicologicamente particolarmente alterato e non mi assiste più nelle mie decisioni <a href="http://archpsyc.jamanetwork.com/article.aspx?articleid=1107403" target="_blank">http://archpsyc.jamanetwork.com/article.aspx?articleid=1107403</a>).</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Forse non mi turberebbe troppo (ma chissa…) nemmeno la notizia che in quanto giocatore patologico all’ultimo stadio la mia condizione sia associata ad elevati tassi di ideazione suicidaria e di tentativi (talora riuisciti) di suicidio.</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ecco, tutto questo blaterare da esperti con terminologie angolofone e tecniche probabilmente non mi sposterebbe di un millimetro dal mio incrollabile “<em>craving</em>” (l’irrefrenabile compulsione al passaggio all’atto), anzi, e sempre con altissima probabilità confermerei e ripeterei pedissequamente la successione di fasi descritta di Robert Custer nel lontano 1982 (fase vincente, fase perdente, fase disperata) e dovrei quindi attendere di essermi definitivamente rovinato e depresso prima di avere <strong>solo il 10% di probabilità di essere intercettato da un sistema curante</strong> (è questa la probabilità attuale indicata <a href="http://www.aipsimed.org/gioco-d-azzardo-patologico/" target="_blank">http://www.aipsimed.org/gioco-d-azzardo-patologico/</a> ).</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Per fenomeni ipercomplessi come questo delle ludopatie dove i piani di analisi, dal neuropsicologico al socio-politico, si intersecano senza soluzione di continuità, le chiavi di lettura mediche o psicologiche, spesso flesse sul mandato della cura dell’individuo e sulla vulnerabilità psicopatologica del caso singolo, rischiano facilmente di apparire elementari, fatalmente parziali e scarsamente euristiche. Non certo perché quel mandato e quella vulnerabilità soggettiva non siano reali ed effettive, ma semplicemente perché applicare cerotti per graffi in un campo di sterminio nazista ha solo il sapore della consolazione. Spesso anche una consolazione altamente collusiva.</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Non ci può essere in questo caso, come del resto in altri casi similari, una prospettiva difensivamente parcellare ripiegata sul compitino. <strong>La salute mentale e la sua difesa assume qui il necessario clamore per diventare atto politico.</strong></span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ma questa affermazione, nonostante il suo involontario antico sapore antipsichiatrico, ha però un <strong>fondamento epidemiologico</strong> molto evidente.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Basta osservare l’andamento rapido e ascendente di tutti i valori statistici relativi all’<a href="http://www.lavoce.info/chi-vince-al-gioco-dazzardo-on-line/" target="_blank">economia del gioco d’azzardo</a> e l’altrettanto rapido mutamento delle tipologie di giocatore. Ma andiamo con ordine.</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Cultura e sostanza-comportamento si veicolano a vicenda</strong></span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il rapporto tra culture prevalenti e uso di sostanze o comportamenti psicotropi è materia che riguarda soprattutto gli antropologi. Essi sanno bene quale intreccio identitario tra pratiche religiose-rituali e gruppi rinsaldi l’appartenenza di un individuo alla sua comunità. La sostanza-comportamento diventa quindi allo stesso tempo sia veicolo di quelle pratiche identitarie sia <em>portato</em> della cultura che se ne fa garante attraverso i propri codici.  </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Chi lavora nei SERT e ha potuto osservare i macrofenomeni degli ultimi 40-50 anni relativi alle tossicodipendenze e all’uso di sostanze si è accorto ad esempio come sia radicalmente cambiato l’approccio e il comportamento dipendente col cambiare dei codici culturali prevalenti specie rispetto all’affermarsi dei codici ecomomico-politici iperconsumistici (le seguenti fasi sono tagliate grezzamente e c’è naturalmente una maggiore sovrapposizione e gradualità).</span></p>
</div>
<ul style="text-align: justify;">
<li class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Negli anni 60-70 prevaleva un approccio <em>psichedelico</em>, l’evasione dalla realtà, la fuoriuscita da sé, dal tempo, dall’ordine costituito.</span></li>
<li class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Negli anni 80-90 cambia del tutto il quadro, prevale l’uso anestetizzante, lo staccare il cervello, il rifugio, lo sballo.</span></li>
<li class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Negli anni 2000 arriva la <em>cultura cocainomane</em> con le sue esigenze narcisistiche, prestazionali, transtemporali, illimitatezza, smisuratezza.</span></li>
</ul>
<div class="rtejustify" style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Allo stesso tempo se ci soffermiamo sul singolo fenomeno del gioco d’azzardo, anche qui la scena cambia con una rapidità incommensurabile. Negli ultimi 20-30 anni si osservano le seguenti mutazioni:</span></div>
<ul style="text-align: justify;">
<li class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Da un approccio sociale al gioco d’azzardo ad un approccio prevalentemente solitario, si gioca con macchine invece che con persone</span></li>
<li class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La soglia di accesso al gioco s’è totalmente annullata. Si è passati da un accesso limitato a luoghi specifici e solo a maggiorenni a un accesso per tutti e in ogni luogo</span></li>
<li class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Da un approccio ritualizzato ad un approccio consumistico puro. Si gioca con ciò che di nuovo offre il mercato</span></li>
<li class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Da un approccio lento ad uno velocissimo che non consente alcuna pausa</span></li>
<li class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Da un approccio circoscritto a tempi precisi ad un approccio continuativo (specie quelli su internet).</span></li>
</ul>
<div class="rtejustify" style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Come sarà la scena delle ludopatie tra solo 5-10 anni non ci è dato di saperlo in alcun modo.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>(un ringraziamento speciale alle Dr.sse A. Pascucci e D. Pero della Rm/C, per il seminario tenuto al Laboratorio di Gruppoanalisi di Roma il 15 Giugno 2013 e da cui mi ispiro per questo paragrafo)</em></span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Classificazioni troppo estemporanee per realtà troppo mobili</strong></span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La rapidità di questi cambiamenti suggerirebbe dunque una maggiore cautela nella classificazione di tipologie di gioco, di giocatori e di profili psicopatologici costanti nel tempo.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ad esempio le distinzioni condivise tra gli addetti ai lavori tra <em>giocatori sociali</em> (abituali o occasionali) e <em>giocatori patologici</em>, con altre categorie intermedie, distinzione sostanziata fino a ieri da una diversa intensità di attrazione per il rischio e una diversa capacità di interrompersi nel giocare, oggi, a distanza di pochi anni, appare superata da quanto avviene sotto i nostri occhi laddove un’<strong>immensa area grigia intermedia problematica </strong>sta progressivamente ingrossando le fila dei giocatori conclamatamente patologici rendendo <strong>sempre più sfumato e mobile quel confine descrittivo</strong>.</span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Questa la situazione epidemiologica italiana:</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>La dimensione del fenomeno in Italia è difficilmente stimabile in quanto ad oggi non esistono studi accreditati, esaustivi e validamente rappresentativi che lo descrivano. Secondo il Ministero della Salute (2011), la popolazione italiana totale è stimata in circa 60 milioni di persone di cui il 54% sarebbero giocatori d’azzardo. La stima dei giocatori d’azzardo problematici varia dall’1,3% al 3,8% della <strong><u>popolazione generale </u></strong>(sottolineato mio, ndr) mentre la stima dei giocatori d’azzardo patologici varia dallo 0,5% al 2,2% (</em><em><a href="http://www.politicheantidroga.it/media/574841/ija_numero%20monografico%20gap.pdf" target="_blank">Serpelloni, Raimondo, Italian Journal on Addiction 2012</a> </em><em>).</em></span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La difficoltà a calcolare e fotografare con maggiore esattezza il fenomeno non è solo legata alla novità di esso (almeno in Italia), ma anche alla sua <strong>estrema mobilità</strong>. Mobilità a sua volta motivata dall’intreccio con i mutamenti culturali in atto.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Conclusioni</strong></span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Occorre ridefinire con maggiore esattezza la natura del problema delle ludopatie emancipando la sua definizione dalle secche della manualistica biomedica e articolandola con ulteriori specificazioni. Si tratta certamente di una psicopatologia che ha innumerevoli correlati bio-psico-sociali la cui <strong>vulnerabilità individuale è però del tutto epifenomenica</strong> rispetto ad una concatenazione sociale degli elementi che ne determinano l’intreccio non compiutamente disvelato e testimoniato dalla rilevanza epidemica del problema. Situazione che farebbe supporre piuttosto una patologia sistemica e sociale (forse anti-sociale) e non solo individuale.</span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Occorre dunque disvelare maggiormente i nessi esistenti tra codici culturali, sostanza-comportamenti dipendenti, dinamiche sociali e famigliari, per poterne disarticolare i processi alla radice.</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ed allora, per tornare all’apertura di questo articolo, se io fossi quel giocatore patologico, forse potrei cominciare a interessarmi a tutte quelle notizie che mi fornisce il mio psicoterapeuta perché… mi riguardano.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Bibliografia:</strong></span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span></p>
</div>
<ol>
<li class="rtejustify" style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Billeri Margherita, Mario Centorrino e Pietro David</strong> <a href="http://www.lavoce.info/chi-vince-al-gioco-dazzardo-on-line/" target="_blank">Chi vince al gioco d’azzardo on line</a> La Voce. Info 28, Maggio, 2013</span></li>
<li style="text-align: justify;">
<h1 class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Cavalli Giulio. Il Fattoquotidiano online, 11, feb. 2013 <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/11/azzardare-sul-gioco-dazzardo/495243/" target="_blank">Azzardare sul gioco d’azzardo</a></span></h1>
</li>
<li class="rtejustify" style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>D’Elia Luigi</strong> Il Fattoquotidiano online 19 febbraio 2011, <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/02/19/lo-stato-pusher/93012/" target="_blank">Lo Stato pusher</a></span></li>
<li class="rtejustify" style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Miedl Stephan F., PhD; Jan Peters, PhD; Christian Büchel,</strong> <a href="http://archpsyc.jamanetwork.com/article.aspx?articleid=1107403" target="_blank">MD Altered Neural Reward Representations in Pathological Gamblers Revealed by Delay and Probability Discounting</a> Jama Psychiatry, Feb 2012</span></li>
<li style="text-align: justify;">
<h1 class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Pascucci Annalisa, Pero Dina, Seminario Laboratorio di Gruppoanalisi Roma, Giugno 2013</span></h1>
</li>
<li style="text-align: justify;">
<h1 class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Pomponi Massimiliano<a href="http://www.aipsimed.org/gioco-d-azzardo-patologico/" target="_blank">, Gioco</a> <a href="http://www.aipsimed.org/gioco-d-azzardo-patologico/" target="_blank">d’azzardo patologico</a> Associazione Italiana Psichiatri, 29 Ottobre 2011</span></h1>
</li>
<li class="rtejustify" style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Roy, Alec MB; Bryon Adinoff, MD; Laurie Roehrich; Danuta Lamparski, PhD; Robert Custer, MD; Valerie Lorenz, PhD; Maria Barbaccia, MD; Alessandro Guidotti, MD; Erminio Costa, MD; Markku Linnoila, MD, PhD</strong> <a href="http://archpsyc.jamanetwork.com/article.aspx?articleid=494275" target="_blank">Pathological GamblingA Psychobiological Study</a> Jama Psychiatry April 1988</span></li>
<li style="text-align: justify;">
<h1 class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Sarti Simone  e Moris Triventi <a href="http://www.lavoce.info/gioco-azzardo-iniquita-tassa-slot-jackpot/" target="_blank">Il gioco d’azzardo: l’iniquità di una “tassa volontaria”</a> La Voce. Info, 29, Gennaio, 2013</span></h1>
</li>
<li class="rtejustify" style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Serpelloni G., Raimondo C</strong>. <a href="http://www.politicheantidroga.it/media/574841/ija_numero%20monografico%20gap.pdf" target="_blank">Gioco d’azzardo problematico e patologico: inquadramento generale, meccanismi fisiopatologici,vulnerabilità, evidenze scientifiche per la prevenzione, cura e riabilitazione</a>, Italian Journal on Addiction Vol 2, Numero 3-4, 2012</span></li>
</ol>
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		<title>Coppie: alla ricerca del libretto di istruzioni</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Mar 2017 12:09:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi D'Elia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Coppia]]></category>

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		<description><![CDATA[Alla ricerca del disperso libretto d’istruzioni delle coppie   Non riesco ad innamorarmi di nessuno. Nessuno mi trova all’altezza di una relazione. Non ci capiamo più, ho scoperto che non ci amiamo, ho scoperto un lato oscuro dell&#8217;altro che non avevo mai visto prima. Non facciamo più l&#8217;amore come una volta (o spesso come una [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Alla ricerca del disperso libretto d’istruzioni delle coppie</strong></span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>Non riesco ad innamorarmi di nessuno. Nessuno mi trova all’altezza di una relazione. Non ci capiamo più, ho scoperto che non ci amiamo, ho scoperto un lato oscuro dell&#8217;altro che non avevo mai visto prima. Non facciamo più l&#8217;amore come una volta (o spesso come una volta), non c’è più attrazione, perciò non ci amiamo più. Non la/lo sopporto più, ho un sentimento di estraneità. Non siamo più complici. Lui/lei mi ha tradito, è finita. Non capisco più davvero cosa voglio in questa relazione. Non trovo più alcun senso nell’essere in coppia.</em></span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Questo un fuggevole e casuale repertorio di frasi che echeggiano spesso in uno studio di psicoterapia (ma non solo lì). Naturalmente non esiste alcun <em>libretto d’istruzioni</em> per la coppia contemporanea, né per la coppia di epoche precedenti, seppure la sensazione del suo smarrimento persista. La sensazione cioè che chi pensa alla propria coppia o si pensa in coppia oggi, appaia nei suoi vissuti e nelle sue rappresentazioni depistato rispetto alla <strong>costruzione</strong> e alla <strong>continuità</strong> della coppia stessa, aspetti questi che fino a ieri apparivano assolutamente a portata di mano.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Se è vero, come appare vero, che il <em>discorso</em> della postmodernità ha disarticolato e confuso (tra le altre cose) lo spessore progettuale della coppia, come cambia di conseguenza il lavoro dello psicoterapeuta in merito a queste vicende dal momento in cui le variabili sistemiche in gioco sono di fatto ubiquitarie e coinvolgono quasi tutte le coppie contemporanee?</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Al contempo il piano collusivo che talora gli individui e le coppie realizzano, nel discorso iper-semplificato che viene svolto, in complicità con le principali rappresentazioni sociali e talvolta con taluni sistemi terapeutici e con certe culture cliniche ancora sopravviventi, che operano una sorta di <em>scotomico maquillage normalizzante</em> (sessuologico, pedagogico, terapeutico), è a volte sconfortante.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il dato saliente sul quale vale la pena, invece, di soffermarsi è che il <em>discorso postmoderno</em> nella sua azione disarticolante favorisce la <strong>fine</strong><strong> della coppia in quanto ulteriorità</strong>, intendendo con ciò la fine della rappresentazione condivisa della coppia come entità sovraordinata rispetto alle singole individualità che la compongono, e come paradigma di realizzazione di sé. Ricordiamo, con Scabini e Cigoli (2000), che l’unione di coppia muta la sua natura nel corso della storia e passa, durante la modernità, da contratto tra le famiglie di origine a patto (socializzato) tra i coniugi al fine di una realizzazione personale. Nella postmodernità assistiamo al tramonto anche di questo secondo tipo di patto (viene cioè de-socializzato) e ad un cambio di registro i cui contorni appaiono ancora del tutto confusi e che vedono, per intanto, una centratura autoreferenziale sui bisogni individuali e la perdita di profondità sociale e simbolica del patto stesso.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Se però ipotizziamo che <em>coppia, famiglia e generatività </em>si situano, comunque, fin dalle origini della vita sentimentale di ognuno, su un <strong>continuum psicologico unico e indissolubile</strong> <strong>che costituisce un piano profondo dell&#8217;individuo</strong> che giustifica il <em>decentramento di sé</em>, possiamo comprendere meglio cosa il discorso postmoderno tenda a scompaginare. Tale continuum, scritto in profondità, è stato messo in crisi da nuove sovrascritture fino a minare il senso di stabilità delle coppie, seppure il vivere in coppia continui ad essere ancora un obiettivo in sé capitale, un traguardo evolutivo personale prevalente.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Se ci affacciamo nelle rappresentazioni della vita di coppia nelle epoche precedenti, il fidanzamento costituiva uno stato <em>necessariamente transitorio</em> puntato fortemente verso la progettualità e la generatività. Il <em>famigliare</em> e il sociale nelle società antiche e fino ad epoche più vicine a noi, sconfinavano facilmente l&#8217;uno nell&#8217;altro, e la coppia viveva come una forma di iniziazione alla piena età adulta il passaggio alla coniugalità come l&#8217;attestazione di un ingresso a pieno titolo nella società. Tutto ciò è sempre stato contrappuntato da precise simbologie, mitologie, ritualità.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Oggi invece gli individui delle coppie contemporanee <em>devono</em> incessantemente domandarsi e ri-domandarsi in sfinenti negoziazioni da un lato <em>perché</em> sono insieme, cosa li tiene profondamente uniti all&#8217;altro/a, cosa permette loro di andare avanti, e dall&#8217;altro a cosa sono costretti a rinunciare, come possono cambiare la loro scomoda posizione, come possono cambiare l&#8217;altro per essere più felici e per corrispondere maggiormente ai propri desideri, come possono evitare le mille gravosità e frustrazioni provenienti dall&#8217;altro e/o dalla relazione di coppia. </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Volendo usare una metafora informatica, sarebbe come dire che gli individui delle coppie contemporanee si ritrovano a fare i conti con una doppia serie di <strong><em>comandi contraddittori</em></strong> che impallano il sistema operativo: da una parte c&#8217;è un software, probabilmente più “originario”, più datato e debitore dei modelli di coppia precedenti, che corrisponde ad un richiamo ancestrale e collettivo, che impartisce istruzioni orientate alla valorizzazione maturativa dei progetti di coppia (e poi di famiglia). Dall&#8217;altra parte c&#8217;è un software, più recente, ma altrettanto potente, che impartisce istruzioni opposte e contrarie che impongono prepotentemente la dittatura dei bisogni individuali. Si realizza in tal modo un conflitto di istanze profonde che difficilmente trova momenti di composizione.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Molte sofferenze delle coppie contemporanee sembrano risiedere proprio nei tentativi di composizione di istanze inconciliabili: <em>da una parte comprendo che la coppia è importante in sé ed anche per me, sento che vorrei e potrei realizzare me stesso nella coppia, ma questo progetto mi appare oltremodo faticoso, antieconomico, talora lontano se non proprio contrario ai miei principi, praticamente impossibile, inconciliabile, irraggiungibile. </em></span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ovviamente non è possibile dis-installare chirurgicamente uno dei due software in conflitto dal sistema operativo.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La <em>centrale di senso</em> si sposta dalla coppia (e ciò che seguiva, matrimonio e figli, come compimento), all&#8217;individuo che diventa alfa e omega del progetto di coppia, spostamento questo che produce come è intuibile un paradosso irrisolvibile. </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">I conflitti più deflagranti avvengono infatti sul piano narcisistico di ciascun membro della coppia, dove le lacerazioni risultano più profonde e meno cicatrizzabili. Tale piano corrisponde alla scoperta dell&#8217;irraggiungibile alterità (a volte alienità) dell&#8217;altro della coppia, scoperto ben presto come distante, indifferente, chiuso a sua volta nei suoi irriducibili bisogni e interessi e nel suo guscio narcisistico, talora ostile, estraneo, ingombrante, frustrante, e dunque indisponibile a corrispondere, soddisfare, adempiere alle attese consolatorie, confermative, se non adoranti, nei propri confronti.</span></p>
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		<title>Le 6 più comuni false credenze delle coppie contemporanee (e che le rendono evanescenti)</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Mar 2017 09:15:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi D'Elia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Coppia]]></category>

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		<description><![CDATA[Le 6 più comuni false credenze (dispercezioni) delle coppie contemporanee Le coppie odierne si ritrovano a gestire cambiamenti di paradigmi negli ultimi 3-4 decenni, arco temporale questo che per impatto mutageno sulla psiche e rapidità corrisponde, se paragonato ad altre epoche storiche, al passaggio di un’intera era. Se ci limitiamo solo alla vita delle coppie, nell’arco [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Le 6 più comuni false credenze (dispercezioni) delle coppie contemporanee</span></strong><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Le coppie odierne si ritrovano a gestire cambiamenti di paradigmi negli ultimi 3-4 decenni, arco temporale questo che per impatto mutageno sulla psiche e rapidità corrisponde, se paragonato ad altre epoche storiche, al passaggio di un’intera era.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Se ci limitiamo solo alla vita delle coppie, nell’arco di una generazione o poco più tutto appare capovolto: ad esempio solo fino a pochi anni fa la coppia si fondava su alcuni impliciti capisaldi tra i quali: a) il partner era per sempre; b) la coppia preconiugale (fidanzati) era transitoria e confluiva presto verso matrimonio e famiglia. Capisaldi questi oggi capovolti: il partner va bene finché dura e la coppia non procede più automaticamente verso la famiglia.  </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Dal momento in cui negli ultimi decenni <em>è la soggettualità che fonda la reciprocità nel mondo psichico della coppia progettuale, della famiglia, delle relazioni genitoriali”</em> (Pontalti C., 1992)<em>, </em>assistiamo dunque ad una <strong>disarticolazione dei percorsi</strong> precedentemente citati che produce forme di disorientamento e continue <strong>decontestualizzazioni di senso</strong> riguardo la vita di coppia, nell’arco di un tempo antropologicamente troppo breve per essere metabolizzato dagli individui. Queste decontestualizzazioni assumono il carattere della <em>dispercezione</em>, ovverosia dell’equivoco, del fraintendimento profondo e depistante che va a disorientare gli individui riguardo gli obiettivi della coppia. Ma vediamo alcune di queste dispercezioni e come individui e coppie contemporanee vengono da esse depistate.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Prima dispercezione: l’illusione che basti la promessa di amore a costruire il progetto di coppia.</strong> Molti contemporanei fondano l’approccio alla vita di coppia quasi esclusivamente sull’area della passionalità e dei sentimenti erotico-amoroso-romantici. Ovviamente lo scarto tra l’affievolirsi fisiologico in pochi mesi di questi sentimenti e un nuovo e sconosciuto paradigma di legame di coppia dove alla passione subentrino altri imprecisati sentimenti che non siano solo di delusione, trova molti di noi del tutto impreparati ad affrontare un progetto solo poco più articolato di quello iniziale. Questo passaggio critico, tradotto qui come <em>dispercezione</em>, dimostra in qualche modo la fatuità del primato giovanilistico protratto all’infinito a partire dalle esigenze convulse e consumistiche della nostra epoca. Tale paradigma sembra infatti fondarsi sull’idea infantile, quanto irrealistica, di una fonte d’amore illimitata e costante ed una partnership incondizionatamente rassicurante, confermante e accettante come modello implicito della relazione (una sorta di paese dei balocchi creduto come reale). L’idea che la coppia risulti un sistema di accudimento reciproco altamente imperfetto, quale esso è, è principio difficilmente elaborabile all’interno di questa dispercezione.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Seconda dispercezione: l&#8217;illusione del patto privato interno</strong>. È opinione diffusa e sentimento comune che la coppia contemporanea debba reggersi sulla forza e le motivazioni dei singoli componenti e del loro reciproco giuramento di lealtà. Tale patto, che ha sempre più assunto carattere privato e disperso l’orizzonte sociale, viene generalmente vissuto come diritto inalienabile, zona sacra, territorio giuridico autodeterminato, dentro il quale nessuno può ed ha diritto di entrare, ma dove si immagina anche che il patto che una coppia realizza sia costruito con il materiale solido dell&#8217;affetto, della complicità, della dedizione tra i partners.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ovviamente un siffatto patto introflesso alla lunga non regge, per cui si ricade in una sfinente ed interminabile rinegoziazione tra i partners, un’asfittica partita tutta giocata all’interno. L’assenza di <em>garanti metapsichici </em>(Kaës, R., 2008) precedentemente veicolati dalla ritualità nuziale (oggi sempre più svuotata di capacità mutativa e maturativa nonché di nesso sociale), espone gli individui a gestire sempre più spesso in assoluta solitudine e in regime di <em>vacatio legis</em>, procedimenti simbolici precedentemente affidati a gruppi e reti sociali di riferimento,<em> “oggi la coppia coniugale è l&#8217;anello fragile ed infragilito della rete sociale” </em>dice Pontalti (1992). Il riferimento è soprattutto all’attribuzione di senso che un individuo dovrebbe riuscire a svolgere in merito alle proprie nuove prerogative coniugali, i mutati rapporti con le famiglie di origine, l’eventuale accesso alle funzioni genitoriali e tutto quanto attiene all’essere coppia dentro una società. Tale operazione, avendo perso sfondo e supporto sociale, essendo stata cioè la coppia e la famiglia di fatto “dis-iscritta” dal Sociale, appare alquanto avventurosa dal momento che nessun singolo o nessuna coppia è in grado di realizzare solitariamente elaborazioni simboliche che di per sé attengono al lavoro psichico di società e gruppi.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Terza dispercezione: la non componibilità tra i bisogni individuali e quelli di coppia </strong>(e poi di famiglia). Se l’individuo e i suoi inalienabili bisogni ed interessi sono diventati narcisisticamente troppo “importanti”, la<strong> coppia non sa più <em>trascendersi, </em></strong>cioè i suoi membri non sanno più decentrarsi e pensarsi come adulti e generativi. Accade sempre più spesso attualmente che il desiderio di genitorialità in molti <em>si sleghi</em> e venga dimenticato annidandosi in zone sempre più remote della psiche, salvo poi riemergere (specie nelle donne) in zona cesarini, talora troppo tardi. S’insinua così in molte nuove coppie una sorta di vera e propria <strong>angoscia generativa </strong>che talora rende impensabile la genitorialità<em>.</em></span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Capita dunque che si esili dalla coscienza di individui e coppie il progetto della nascita dei figli e della formazione di una famiglia, che improvvisamente perde di significato e di peso specifico, passa sullo sfondo, in certi casi un vero e proprio argomento tabù, che scatena emozioni arcaiche e angosce incontrollabili. Il patto di molte coppie, fin tanto che dura, sembra fondarsi proprio sul non toccare mai, se non tangenzialmente o solo parzialmente, proprio quei punti cha le porterebbero a mutarsi in coppie generative e poi famiglie. A volte questi temi emergono alla coscienza del sistema coppia e vengono derubricati, ideologizzati, procrastinati (di fatto rimossi); più spesso rimangono chiusi a chiave a doppia mandata nello sgabuzzino della mente di individui e coppie (cioè denegati) producendo alla lunga uno stallo.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Quarta dispercezione: gli impegni coniugali, e poi anche genitoriali, sono vissuti come irraggiungibili, eccessivamente responsabilizzanti oppure come mortificanti. </strong>L’idea di avventurarsi prima in una relazione stabile, quando si è giovani, e poi, crescendo, in un vero e proprio patto coniugale; e poi ancora successivamente decidere di avere figli, è diventato oggi nell’immaginario collettivo qualcosa che oscilla, a seconda dei casi, tra la sensazione della scalata di una montagna a mani nude e un vissuto mortificante di claustrofobia. Nel primo caso (la scalata a mani nude) gli obiettivi maturativi (in un mondo nel quale a 40 anni e oltre è facile non aver raggiunto una stabilità rispetto al lavoro e ad una identità sociale) caratteristici del mondo adulto sembrano non riguardare minimamente molti contemporanei i quali sembrano vivere in una sorta di immutabile stato di sospensione postadolescenziale dove non vige lo stesso sentimento di adultità e di cittadinanza delle generazioni precedenti, considerate di fatto irraggiungibili. Nel secondo caso (la claustrofobia) l’ipotesi di un impegno stabile sembra gravare come una sorta di ergastolo a carico della propria autodeterminazione, realizzazione personale, inalienabile ricerca della felicità. Si preferisce così pensare alle relazioni come “rottamabili”, non impegnative, reversibili, concepibili solo se gratificanti, dal momento in cui ogni carattere di irreversibilità (e non c’è nulla come la genitorialità ad essere irreversibile) diventa esperienza di mortificazione di sé. Spesso questi vissuti vengono avvalorati circolarmente da esperienze precedenti dolorose e/o dall’osservazione quotidiana relativa ai frequenti fallimenti e <em>fregature </em>a cui va incontro chi ci circonda.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Quinta dispercezione: la progettualità sine die. </strong>Oggi ci sentiamo “giovani” ben oltre i 50 anni, ma questo vissuto, già di per sé <em>dispercettivo</em>, direi quasi-delirante (e culturalmente veicolato), dentro la coppia crea un irreale clima di impasse a-progettuale.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La penetrazione del modello economico nella vita di tutti noi non è stata priva di conseguenze. L&#8217;imposizione dei codici iper-consumistici conduce ognuno di noi ad una revisione delle scale valoriali e delle rappresentazioni identitarie-sociali: da cittadini a consumatori infantilizzati (Barber B. R., 2010), questo è il passaggio-chiave al quale abbiamo assistito negli ultimi decenni, le cui conseguenze riverberano a cascata non solo sui comportamenti di acquisto, sempre più infantili ed impulsivi, ma perfino sulla struttura della famiglia, i suoi ruoli e le sue regole relazionali. La funzione identitaria del soggetto consumatore è diventata soverchiante rispetto ad ogni altra all&#8217;interno delle relazioni affettive e familiari. L&#8217;agenda dei compiti personali ha cambiato aspetto e contenuti. Subentrano nuovi compiti maturativi ed identitari e ne escono o si rendono periferici alcuni altri fino a poco tempo fa centrali e generatori di senso per la vita degli individui. Tra i compiti che risultano esclusi o resi periferici, ad esempio, <strong>non è più essenziale realizzarsi come adulto dentro progetti di coppia e famiglia</strong> entro un tempo ragionevole; non è più essenziale ugualmente realizzarsi come genitori e come fondatori e responsabili di nuove famiglie. Entrambi compiti questi che fino al secolo scorso, in genere, erano assolti entro la seconda (più raramente la terza) decade della vita, cioè molto prima di oggi. Nell&#8217;arco di alcuni decenni la formazione della famiglia ha visto slittare di molti anni (dalla fascia 18-25 alla fascia 30-50) il proprio progetto.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Sesta dispercezione: se la coppia non è più <em>mezzo </em>ma fine</strong>, <strong>il partner diventa per noi “tutto”,</strong> cioè totipotente e sufficiente, su di lui si riversano le nostre aspettative totalizzanti. E perciò le relazioni diventano fatalmente sempre deludenti. Uno degli esiti dell&#8217;affermazione della ratio economicistica è la progressiva enfatizzazione delle aspettative relazionali verso il partner. Il partner diventa una sorta di ultima spiaggia sul quale depositare, in modo compensatorio, tutti i bisogni residuali della vita socio-affettiva. In tal modo il partner deve poter corrispondere ad una figura combinata in grado sia di compensare le lacune identitarie, sia di rispondere alle insicurezze affettive che la nuova configurazione socio-culturale ha creato. Deve essere perciò una sintesi perfetta di figure parziali familiari e sociali, un loro assemblato che appaia<em> “economicamente”</em> conveniente: genitore, compagno/a, figlio/a, amico/a, fratello/sorella, amante, garante e assicuratore sociale, e così via.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Niente più delle fantasticherie giovanili corrisponde così precisamente al portato culturale di una valutazione di mercato, di concorrenzialità tra fattori favorevoli e auspicabili di un partner considerato non solo compatibile con sé, ma come ideale, adatto in sé, <em>giusto</em>. Ed anche qui l’idea che la coppia sia un sistema di accudimento reciproco altamente imperfetto non può proprio essere metabolizzata.</span></p>
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		<title>La coppia che si forma: passo dopo passo</title>
		<link>http://www.psicologoaurelio.it/la-coppia-che-si-forma-passo-dopo-passo/</link>
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		<pubDate>Sat, 04 Mar 2017 09:05:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi D'Elia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Coppia]]></category>

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		<description><![CDATA[Costruzione problematica della coppia   Volendo schematizzare, sono tre le tappe successive, reali o potenziali, che affronta chi si affaccia alla vita di coppia e poi la intraprende: 1. L&#8216;idea di coppia. È la spinta esplorativa, più o meno indifferenziata e culturalmente determinata, ad intraprendere relazioni di coppia che si manifesta in adolescenza e si [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Costruzione problematica della coppia</strong></span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Volendo schematizzare, sono tre le tappe successive, reali o potenziali, che affronta chi si affaccia alla vita di coppia e poi la intraprende:</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>1. L</em><em>&#8216;idea di coppia.</em> È la spinta esplorativa, più o meno indifferenziata e culturalmente determinata, ad intraprendere relazioni di coppia che si manifesta in adolescenza e si mantiene per quasi tutta la vita.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>2. Il progetto di coppia</em>. È la possibilità di rendere operativa l’idea di coppia e calarla nelle relazioni reali e in eventuali progetti proto-coniugali.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>3. Il progetto di famiglia</em>. È l’avanzamento generativo del progetto della coppia fino al suo confluire nella vita familiare.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il transito tra questi passaggi non sempre risulta possibile oggi, e non sempre lo sforzo prodotto su questi passaggi produce i risultati attesi. Proviamo ulteriormente a dettagliarli.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>1.</em><strong><em>L’idea di coppia, ovverosia: il rischio della coppia irraggiungibile</em></strong></span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Riguarda un&#8217;ampia fascia di persone che, pur avendo raggiunto un&#8217;età tale da consentire l&#8217;accesso ad un <em>progetto di coppia</em> (20-40 anni, con prevalenza di trentenni), non riescono di fatto ad avvicinarsi a questa meta oppure non riescono a dare senso e struttura ad un progetto di coppia. Si tratta quasi sempre di persone che in molti casi non hanno alcun problema ad incontrare potenziali partners, a risultare amabili, ad innamorarsi, a stringere relazioni anche significative, ma che collezionano tentativi su tentativi fermandosi ad un’idea della coppia che però rimane di fatto astratta.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>2.</em><strong><em>Il progetto di coppia, ovverosia: il rischio della coppia non componibile</em></strong></span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">In questa seconda fenomenologia di situazioni, ritroviamo quegli individui che riescono a trasformare l&#8217;idea di coppia in un <em>progetto di coppia</em> con molte caratteristiche di una coniugalità un po’ più definita e un po’ più prolungata nel tempo. In questi casi la coppia assume ad un certo punto una forma più stabile, ma proprio per questo finisce per subire una pressione (interna/esterna) alla frammentazione molto forte, mostrando perciò il fianco a momenti di crisi e/o rottura drammatici e a volte irreversibili. <strong>La coppia sembra <em>prendere forma</em>, ma non <em>si forma</em></strong>, non riesce a transitare ad una fase successiva, non riesce cioè a mettere su un “cantiere” di idee e progettualità <em>generative</em> a 360°; la coppia cioè non sembra comporsi fino in fondo e sembra esposta a innumerevoli “offese”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>3.</em><strong><em>Il progetto di famiglia, ovverosia: il rischio della coppia stabile minacciata e destrutturata</em></strong></span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">In questa terza fenomenologia di situazioni potremmo includere tutti o quasi tutti coloro che, avendo realizzato il progetto di coppia, sono riusciti a transitare in un progetto di famiglia, con la nascita di uno o più figli. In questa terza casistica, la coppia riesce a formarsi e a progettarsi e gode a volte di momenti di coesione in funzione dei progetti generativi e familiari che vengono messi in opera, ma ben presto tali progetti si rivelano inopinatamente fragili ed esposti ad ogni offesa esterna ed interna, come se la costruzione della famiglia contemporanea risentisse di uno strutturale <strong>deficit di fondazione</strong> che lasciasse sempre incompiuto il processo. La sensazione talora è quella di una sorta di <em>predestinazione</em> destrutturante che prende corpo contro ogni previsione e che colpisce al cuore la vita della famiglia.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">In questa traiettoria, molti i punti critici e gli snodi problematici che le coppie incontrano sulla loro strada nell’arco di un’intera vita. Provando a riassumerli sinteticamente secondo una <strong>sequenza più o meno cronologica</strong>, troviamo:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">a. la possibilità di accedere ad una relazione esclusiva (l’interdizione alla poligamia come occasione simboligena)</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">b. la possibilità di transitare dal primo a secondo <em>contratto di coppia</em> (Malagoli Togliatti M. Et al, 2004) e di accedere a relazioni durature (gestione e trasformazione dell’iniziale passionalità in sentimenti “secondari”)</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">c. la possibilità di accedere ad una dimensione progettuale comune: il sentimento dell’<em>imbarcarsi</em> col partner per un viaggio, il fidanzamento come “<em>cura del futuro</em>” (Pontalti C., 1992)</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">d. la gestione delle conflittualità e delle idiosincrasie personali come forma di superamento dell’egocentrismo giovanilistico</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">e. la possibilità di realizzazione di una convivenza come forma di superamento e negoziazione della lealtà familiare (l’accesso all’adultità)</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">f. la possibilità di darsi un progetto coniugale condiviso, anche socialmente: “<em>il fidanzamento come patrimonio della comunità e non come evento del privato</em>” (Pontalti C., 1992)verso la fondazione di una famiglia (in parallelo alla possibilità di costruirsi una posizione socio-lavorativa adeguata)</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">g. la decisione della nascita di un figlio come possibilità alla trascendenza di sé ed accesso alla genitorialità</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">h. la gestione della gravidanza (decentramento maschile, riconfigurazione emotiva e rinegoziazione nella coppia)</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">i. la decisione della nascita di altri figli (attribuzione di significato di ogni nuova nascita nella vita della coppia e della famiglia)</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">j. la condivisione delle scelte educative/formative del figlio ed il confronto tra le culture familiari di origine</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">k. la gestione delle difficoltà dell’attuale vita quotidiana familiare e lavorativa e dei suoi innumerevoli agenti stressogeni. Eventuali gestioni di eventi traumatici</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">l. le difficoltà legate alla crescita dei figli parallelamente alle crisi di crescita degli stessi genitori (difficoltà ad assumere e articolare funzioni adulte genitoriali)</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">m. le difficoltà con i figli adolescenti e poi giovani adulti, difficoltà di separazione e cambiamento</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">n. la possibilità di lasciar andare i figli e transitare come genitori verso la terza età</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ognuno di questi snodi critici rappresenta una sorta di <em>appuntamento con la storia</em> che ogni coppia incontra ogni qual volta ne accetta la sfida. Inutile sottolineare che per molte coppie, queste sfide giungono a rappresentare un vero e proprio<em> percorso di guerra</em>, talora doloroso e “cruento”. Transitare oggi placidamente da “a” ad “n” o solo farlo senza vistose cicatrici è diventata oggi di fatto un’eventualità piuttosto rara.</span></p>
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		<title>Violenza di genere come apocalisse culturale. Una chiave di lettura</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Mar 2017 08:23:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi D'Elia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Coppia]]></category>
		<category><![CDATA[Scenari Sociali]]></category>

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		<description><![CDATA[Luigi D&#8217;Elia tratto da http://www.psychiatryonline.it/node/4502 Mi piace pochissimo la parola “impazzimento”, come del resto ho avversione per le parole più mediaticamente inflazionate quali raptus o l’associata depressione, e via dicendo, tutte invariabilmente utilizzate a sproposito e quasi sempre per descrivere categorie di fenomeni che sfuggono alla prevedibilità o a precedenti classificazioni o statistiche. Nello stesso modo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 10pt;">Luigi D&#8217;Elia tratto da <strong><a href="http://www.psychiatryonline.it/node/4502" target="_blank">http://www.psychiatryonline.it/node/4502</a></strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Mi piace pochissimo la parola “impazzimento”, come del resto ho avversione per le parole più mediaticamente inflazionate quali <em>raptus</em> o l’associata <em>depressione</em>, e via dicendo, tutte invariabilmente utilizzate a sproposito e quasi sempre per descrivere categorie di fenomeni che sfuggono alla prevedibilità o a precedenti classificazioni o statistiche.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Nello stesso modo l’idea che ciò che con orribile neologismo è stato denominato <em>femminicidio</em> sia una forma di impazzimento collettivo io non lo credo affatto. Parole brutte per idee brutte, è sempre così.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ma di cosa stiamo parlando? Parliamo del fatto che da alcuni anni a questa parte sono in sensibile aumento gli atti di violenza di genere (di uomini verso donne), dal maltrattamento, passando alla molestie, all’abuso psicologico e fisico, fino all’omicidio. Parliamo di qualcosa che definire “sintomatico” del malessere sociale appare riduttivo. Piuttosto parliamo di una rottura, di una crepa vistosa nella convivenza sociale, ossia una <strong>spiccata iscrizione di tutti questi atti nel rapporto tra i generi</strong>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ed allora, abolita la parola impazzimento dal nostro vocabolario, come contributo alla comprensione del fenomeno dell’aumento statisticamente significativo degli ultimi anni della violenza di genere, mi sembrano decisamente più appropriati i concetti di <em>apocalisse culturale</em> e di <em>spaesamento</em> (E. De Martino), associati all’idea di una crisi dei sistemi più ampi. Si, perché <strong>quando sono di mezzo <em>generi </em>e <em>generazioni</em> si sta toccando il tessuto connettivo stesso con il quale è plasmata una società</strong>. Siamo di fronte cioè ad una crisi che sfibra il tessuto stesso lacerandolo, ed è in genere quanto avviene nel bel mezzo di trasformazioni epocali significative sia delle grammatiche che delle sintassi sociali spesso correlate a mutazioni tecnologiche rilevanti o a cambiamenti politici globali. E dunque uno sforzo interpretativo che non colga le trasformazioni epocali degli ultimi decenni è semplicemente destinato ad essere vano.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ed è pur vero che non siamo allenatissimi a cogliere i particolari nessi tra domini differenti, specie riguardo alle tempistiche, talora sfasate rispetto alla tentazione di leggere le causalità tra fatti epocali e fenomenologie quali quelle in oggetto, in modo lineare e diretto, ed invece in questi casi si tratta di causalità, o forse meglio dire <em>concatenazioni</em>, non lineari e asincrone, e quindi difficili da associare.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">L’aumento della violenza di genere, ben al di qua di qualunque speculazione antropo-filosofica sulla necessità delle violenza in un ordine sociale, rappresenta innanzitutto molto più prosaicamente, secondo la prospettiva che qui provo a pennellare brevemente, un insanabile problema <em>linguistico</em>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Immaginiamo ad esempio cosa accadrebbe se ad un certo punto la persona che ci sta accanto da una vita cominciasse a parlare in una lingua morta. Ma non solo a parlarvi, ma anche a <em>pensare</em> in una lingua morta (e scoprire magari che non ha mai parlato la nostra lingua). All’improvviso uno dei partners (in genere e non a caso un maschio), sembra vittima di un sortilegio che si concreta in una sorta di <em>atavismo antropologico</em>: egli pensa, parla e agisce come se fosse in un’altra epoca storica e vive con angoscia le nuove regole che questa società gli impone, specie in materia di relazioni, famiglia, affetti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">E accade così che mentre nella lingua corrente una donna dice <em>basta è finita, voglio separarmi</em> (eventualità resa del tutto attendibile e legittima dalle trasformazioni storiche dell’ultimo secolo circa), dal canto suo lui non parla la stessa lingua e non riceve emotivamente queste parole se non come un oltraggio inimmaginabile ed insanabile ed un’offesa umiliante della propria identità e umanità. La perdita di tutto il proprio mondo. Viene dunque oltraggiato l’ordine emotivo secondo il quale ogni cosa deve stare al proprio posto. Ed il posto di una donna è, secondo questo <em>programma </em>datato, <em>accanto-sotto-dietro</em> il proprio uomo, accolto per sempre e irreversibilmente con rassegnata e fatalistica indulgenza. Proprio come accadeva nelle società preindustriale, ed in su, nel passato. E come accade ancora oggi in molte parti del mondo non-occidentale dove anche giuridicamente il vincolo uomo donna era di tipo proprietario e scioglibile da parte femminile solo in rarissimi e gravissimi casi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ma vediamo come i concetti di <em>apocalisse culturale</em> e <em>spaesamento</em> possono in parte illuminare la nostra ricerca di senso di questo sortilegio-virus tutto maschile.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ne <em>La Fine del Mondo</em>, libro postumo e incompiuto, De Martino distingue tra apocalissi positive e <em>apocalissi senza salvezza</em>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Dice De Martino (p. 467-8):</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">“<em>Nella vita religiosa dell’umanità il tema della fine del mondo appare in un contesto variamente escatologico, e cioè come periodica palingenesi cosmica o come riscatto definitivo dei mali inerenti l’esistenza mondana: si pensi per esempio al Capodanno delle civiltà agricole, ai movimenti apocalittici dei popoli coloniali nel secolo XIX e XX, al piano della storia della salvezza nella tradizione giudaico-cristiana, ai molteplici millenarismi di cui è disseminata la storia religiosa dell’occidente. In contrasto con questa prospettiva escatologica, l’attuale congiuntura culturale occidentale (</em>il libro è dei primi anni’60. Ndr<em>) conosce il tema della fine al di fuori di qualsiasi orizzonte religioso di salvezza, e cioè come <strong>disperata catastrofe del modano</strong>, del domestico, dell’appaesato, del significante e dell’operabile: una catastrofe che narra con meticolosa e talora ossessiva accuratezza il disfarsi del configurato, l’estraniarsi del domestico, l’inoperabilità dell’operabile. […] il momento dell’abbandono senza compenso al vissuto del finire costituisce innegabilmente una disposizione elettiva della nostra epoca […]”.</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">L’esperienza dello <em>spaesamento </em>consiste proprio nella rottura catastrofica di un orizzonte domestico, familiare, abitudinario, riconoscibile e <em>prevedibile in quanto ristretto</em>, limitato, che secondo De Martino corrisponde nelle società “altre” (sia lontane nel tempo che geograficamente) con l’esperienza di crisi che oggi chiameremmo ”evolutive”, cioè crisi legate a cambiamenti periodici dello status ordinario (cambiamenti del ciclo vitale legati alla sessualità ad esempio, o vissuti traumatici della comunità), laddove, viceversa, nelle società odierne così come nell’alterità delle esperienza psicopatologiche corrisponde con il sentimento di rottura e di caduta senza redenzione, quindi di catastrofe.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Certo l’orizzonte storico-politico in cui si colloca l’opera di De Martino è quello che si muove tra la fine dell’ultimo disastro bellico e la minaccia atomica della guerra fredda, in pieno boom economico. Oggi le nostre apocalissi culturali sono ben altre, e forse ancor più spaesanti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Per tornare al tema della violenza di genere attuale, dunque, si tratta di mondi non comunicanti quelli che si confrontano senza speranza e senza salvezza tra i generi oggi, in un orizzonte paranoicale dove l’unica opzione possibile resta quella della cieca distruttività.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">In questa crisi dei generi sono i maschi coloro che dimostrano le maggiori difficoltà ad apprendere e aggiornare i codici linguistici senza provare queste esperienze di fine del mondo di cui accenno qui. Non so dare una risposta compiuta all’interrogativo: perché soprattutto i maschi, per quanto continui a pormelo continuamente, ma certamente qui si svela una divaricazione culturale tra i generi più profonda di quanto s’era precedentemente immaginato.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Un approccio etnopsicologico-fenomenologico, declinato come <strong>cura di atavismi antropologici</strong> e tentativi di dialogo tra mondi linguistico-culturali sideralmente lontani, corrispondenti ai generi, forse gioverebbe alla causa dei numerosi centri antiviolenza esistenti sul territorio nazionale. Ma prendetela come una semplice suggestione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Bibliografia:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong><a href="http://www.mediafire.com/view/?7374vhbea4k7ybv" target="_blank">Ernesto De Martino, La Fine del Mondo, Einaudi, Torino, 1977 <em>(scarica il PDF</em>)</a></strong></span></p>
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		<title>Che fine ha fatto il piacere?</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Mar 2017 09:44:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi D'Elia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Contemporanei e dolenti]]></category>
		<category><![CDATA[Coppia]]></category>

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		<description><![CDATA[Luigi D&#8217;Elia tratto da http://www.psychiatryonline.it/node/5122 Mi è capitato di recente di far caso ad una caratteristica comune a molti, se non alla maggioranza, dei pazienti che incontro e che riguarda importanti problematicità inerenti all’area del piacere, ovverosia una sorta di arretramento qualitativo e quantitativo di esperienze piacevoli se non proprio un’inaccessibilità generalizzata alle esperienze di [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 10pt;">Luigi D&#8217;Elia tratto da <strong><a href="http://www.psychiatryonline.it/node/5122" target="_blank">http://www.psychiatryonline.it/node/5122</a></strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Mi è capitato di recente di far caso ad una caratteristica comune a molti, se non alla maggioranza, dei pazienti che incontro e che riguarda importanti problematicità inerenti all’area del piacere, ovverosia una sorta di arretramento qualitativo e quantitativo di esperienze piacevoli se non proprio un’inaccessibilità generalizzata alle esperienze di piacere. Una riduzione drastica e irreversibile delle piacevolezze della vita, a partire dalla sessualità, passando dal piacere del cibo, fino al semplice momento di relax solitario o condiviso per finire col sonno e il peggioramento della sua qualità.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Certo – qualcuno mi obietterà – se ci sono problemi esistenziali, psicologici o sociali come quelli che spingono qualcuno da uno psicologo è naturale che anche la sfera edonica ne risenta. Ma naturalmente considererei estremamente semplicistica un’obiezione del genere, piuttosto penso che il deficit di piacere sia un correlato di stili di vita che progressivamente e circolarmente stanno deteriorandosi per tutti noi. In realtà, a farci meglio caso, tale constatazione sarebbe da estendere a tutti e non solo alla popolazione dei cosiddetti pazienti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">A partire da questa mesta considerazione ho provato a ripescare nella mia memoria alcuni “testi sacri” della mia formazione personale che proprio di questo ci parlano ancora oggi e con estrema attualità. L’uso dei Piaceri, di M. Foucault, L’anti-Edipo di Deleuze e Guattari, Il Libro dei Piaceri di R. Vaneigem, L’erotismo di G. Bataille, per citare i primi che mi sovvengono. Ebbene, ripensando a queste complesse circumnavigazioni sul tema del piacere, e non solo, ho provato a immaginare cosa sia avvenuto di così catastrofico tanto da giustificare una così vistosa retrocessione del piacere sulla scena culturale e sociale, con tutte le nefaste conseguenze sul benessere psicologico degli individui, con buona pace di psicologi, psicoanalisti, psichiatri, afasici rispetto a questo problema o viceversa travolti da banalità salutistiche da rivista femminile.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Sentendo più affine a me l’analisi genealogica foucaultiana, tendo a immaginare negli ultimi decenni un movimento di ulteriore separazione dall’originaria unitarietà che il filosofo francese delinea allorquando descrive la “aphrodisia”, le opere di Aphrodite, l’esperienza del piacere, come un tutto unico, un complesso inscindibile di piacere, desiderio, attrazione, atto. Inscindibilità che con l’era cristiana si frammenta attraverso un radicale mutamento concettuale che trasforma il problema morale collegato già in antichità alla necessità di un controllo pulsionale, dall’idea di <em>temperanza</em> (<em>sofrosùne e enkràteia</em>) in epoca classica, come forma di controllo virtuoso del piacere, fino all’idea di <em>astinenza</em> come forma di mortificazione del corpo e ascetismo morale, in epoca cristiana. Mutazione che di fatto inaugura la separazione del piacere dal desiderio che da questo momento in poi prendono strade separate.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Separazione concettuale tra desiderio e piacere che oggi proverei a sintetizzare nelle parole di G. Deleuze. Il desiderio, dice Deleuze, è sempre <em>una concatenazione, un insieme,</em> senza necessariamente un oggetto concreto, non desidero una donna, sostiene il filosofo citando Proust, ma <em>il paesaggio che quella donna mi evoca, un paesaggio che nemmeno conosco ma intuisco appena</em>. Il desiderio è dunque un processo mentale complesso, corticale, affettivamente carico.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il piacere appare invece come un problema più semplice, più biologicamente fondato, più legato al corpo alla sensorialità, più circoscritto, e tuttavia la nostra cultura, secondo Foucault si pone maggiormente il problema del desiderio e oscura del tutto il problema della gestione del piacere, <em>ci riconosciamo come soggetti di desiderio e non più come agenti di piacere</em>. Da un certo punto in poi, in epoca moderna, il piacere, che invece era centrale nella cura di sé delle nostre società antiche nonché in quelle orientali, diventa a mio parere, in qualche modo la nostra <em>cattiva coscienza</em>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Giungiamo così ad oggi dove la psicoanalisi con il suo <em>storytelling </em>sembra cavalcare l’antica separazione avvenuta col cristianesimo collocando il desiderio come dimensione del soggetto e riconvertendo la questione del piacere alla dimensione biologico-naturale ribattezzandolo come <em>godimento</em>, come dimensione di un organico de-soggettualizzato.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Marisa Fiumanò sintetizza in questo intervento (<a href="http://www.lacanlab.it/clinica/articolo.php?id=83" target="_blank">Che cosa intendiamo per godimento</a>) la posizione di Lacan a tale proposito.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>[…] una volta Lacan aveva chiesto alle persone presenti ad ascoltarlo “Il corpo a che cosa serve?” e poiché nessuno aveva risposto a questa questione era stato lui stesso, Lacan, a rispondere “il corpo serve a godere” e quantomeno si ha la padronanza di questo godimento tanto più si gode, quanto più il soggetto svanisce e si lascia portare dal corpo, che conosce la strada della sua soddisfazione, tanto più questo godimento si realizza. Naturalmente questo lasciarsi portare, comporta dei rischi perché se si lascia fare questo sapere del corpo, se si segue questa inclinazione naturale del corpo, lo sbocco è l’incesto. La china verso cui rotola il godimento è una china incestuosa, che porterebbe a mettere le mani sull’oggetto perduto cui assegniamo il nome “madre”, ma che è una china che ha un versante mortifero, perché è contraria alla vita che, con il desiderio, è sostenuta da una perdita. Quando si è vicini alla realizzazione di questo fantasma incestuoso, fatto che possiamo costatare nella clinica, allora la vita stessa, intesa come sorretta dal desiderio, è minacciata e il corpo rischia di funzionare senza soggetto, cioè in una situazione in deriva (nei casi di psicosi di perversione troviamo un corpo che insegue questo godimento di tipo incestuoso senza una soggettività che lo sorregga).</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La dimensione del piacere in sé desoggettualizzata appare in questa descrizione e declinazione psicoanalitica come intrinsecamente minacciosa e destinata alla perdizione e alla perversione. Dove c’è il piacere-godimento, scompare il soggetto.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Personalmente trovo questa posizione oltre che errata, molto simile a quella del primo cristianesimo, con la sua dietetica morale pastorale, quindi molto distante dal presente, e condivido molto, invece, la posizione di Deleuze e Guattari qui espressa icasticamente e ironicamente da <a href="https://www.youtube.com/watch?v=IVAoyhgCuDg" target="_blank">Deleuze stesso allorquando parla della distanza della sua filosofia dalle radici teoriche della psicoanalisi</a> .</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ma questo vecchio dibattito che appare, nel suo bizantinismo, agli occhi di molti, così lontano dai problemi reali di quei pazienti di cui dicevo all’inizio, in realtà cela in sé delle questioni ancora attuali. Ma come e quali? Provo a fare una sintesi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Da quanto emerge da questa breve e lacunosa ricostruzione,<strong> la nostra storia, ci conduce sempre più a culturalizzare l’esperienza del piacere e a declinarlo come operazione di una coscienza desiderante</strong>. In questa scissione s’insinua a mio parere l’elemento manipolatorio che è tipico delle nostre attuali(ssime) sovrastrutture socio-culturali.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Le <em>macchine desideranti</em> descritte nell’Anti-Edipo con il loro progetto rivoluzionario scritto nell’inconscio, oggi sono state del tutto espropriate se non colonizzate e rappresentano, in una totale torsione di 180 gradi rispetto al progetto utopistico di 40 anni fa, l’obiettivo di stili di vita che nella realtà dei fatti ci allontanano sempre più dal corpo, dalla sensorialità, dalle esperienze tipiche del pre-conscio, del rilassamento, della pace, ipnagogiche, e sono state investite viceversa di attese sempre più astratte sempre più simili alle coordinate di una campagna pubblicitaria dove il <em>brand</em> è diventato il contenuto culturale da abitare e dal quale essere abitati. Il desiderio in altre parole si è allontanato troppo dalla propria radice e ne ha negato i bisogni specifici a scapito di falsi bisogni indotti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Non ci possiamo accorgere facilmente della assoluta penuria di cibo/ossigeno psichico nella quale ci troviamo, né riusciamo immediatamente a collegare il malessere psichico con tale penuria in quanto tutto, sul piano del desiderio (che è ciò a cui tendiamo spontaneamente lo sguardo), sembra viceversa assolutamente a portata di mano, comodo e rassicurante.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">È molto difficile che un paziente, specie all’inizio del suo lavoro su di sé, abbia ben presente la propria penuria e ci dica che gli manca il contatto fisico, le carezze, le coccole, il piacere sessuale, il tempo per fantasticare e non far nulla, il sonno profondo e riposante, l’amicizia affettuosa e l’intimità fisica e psicologica con altri. No, piuttosto penserà alla sua dimensione del desiderio come inadeguata o inaccessibile o sfortunata o frustrata. E forse solo in un secondo momento potrà accogliere i propri bisogni primari e corporali come altrettanto importanti e dignitosi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">E del resto, anche il tentativo di recupero della sensualità perduta finisce per essere a sua volta iscritto nelle logiche del brand di successo e dell’esperienza ottimale di fatto anch’essa scissa da un contatto con un corpo autenticamente ritrovato. Tutto è mediato dal desiderio, anche l’esperienza del corpo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">L’enfasi sul desiderio sottrae dignità al piacere e ne oscura la centralità nella nostra vita e ci accompagna verso una fenomenologia dispercettiva. </span></p>
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		<title>La coppia contemporanea è diventata sconveniente? Alcune ragioni sociali e politiche</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Mar 2017 08:33:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi D'Elia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Coppia]]></category>

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		<description><![CDATA[La fine del dominio sul corpo della donna Accanto alla storico-antropologica del precedente capitolo, occorre a questo punto ricostruire anche i momenti storici più recenti. Tre date, negli ultimi decenni del XX secolo, vanno considerate come paradigmatiche dei passaggi storici che attestano probabilmente il fenomeno socio-culturale più rilevante dello scorso secolo (almeno in relazione alle [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em><strong>La fine del dominio sul corpo della donna</strong></em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Accanto alla storico-antropologica del precedente capitolo, occorre a questo punto ricostruire anche i momenti storici più recenti. Tre date, negli ultimi decenni del XX secolo, vanno considerate come paradigmatiche dei passaggi storici che attestano probabilmente il fenomeno socio-culturale più rilevante dello scorso secolo (almeno in relazione alle tematiche delle coppie e famiglie che qui si trattano), e cioè <strong>l’avanzamento al centro della scena sociale della soggettualità femminile.</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Prendendo in considerazione la società italiana (ma tale processo è analogo, solo con lievi sfasamenti cronologici, in tutto l’occidente) queste date sono:</span></p>
<ul>
<li><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>1959 introduzione della pillola anticoncezionale</strong>: si realizza lo svincolo dall’obbligo di procreazione che passa definitivamente sotto il controllo esclusivo della donna, diversamente da quanto avveniva prima con l’uso di altre tecniche anticoncezionali pre-esistenti.</span></li>
<li><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>1970 legge sul divorzio</strong>: cambia il diritto di famiglia e finisce la subalternità (economica e psicologica) della donna nella coppia la quale si svincola dal ruolo coniugale obbligato. Sono infatti le donne in maggioranza a richiederlo.</span></li>
<li><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>1979 legge sull’aborto</strong>: si sancisce</span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> definitivamente la libera autodeterminazione al concepimento <em>desiderato</em> da parte della donna svincolandola dal ruolo obbligato di madre.</span></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il recepimento culturale, nonché sociale e giuridico, ricordato da queste tre date esemplificative, dei cambiamenti avvenuti riguardo il ruolo emergente della donna nella società, non si limita naturalmente a pillola, divorzio e aborto. Tali novità mettevano fine al controllo sociale su maternità e coniugalità femminile e al suo ruolo eminentemente sacrificale, ma il percorso di arrivo a questi risultati è stato lungo e laborioso. Tale percorso è passato attraverso il cambiamento della società nel complesso ed in particolare, riguardo le donne, attraverso l’<strong>accesso allo studio</strong> (interdetto alle donne, tranne rare eccezioni, fino a poche decine di anni fa) e alla formazione; attraverso il loro progressivo <strong>avanzamento nel mondo del lavoro</strong> che le società prima industriale e poi soprattutto post-industriale richiedevano; lo <strong>svincolo dall’allattamento naturale</strong> dei lattanti; l’ausilio di strutture pubbliche alternative come gli <strong>asili-nido</strong> o l’ausilio di collaboratori domestici. A tutto ciò è conseguito una necessaria <strong>ri-contrattazione</strong> <strong>all’interno delle coppie</strong> avvenuta negli ultimi decenni su diversi piani, simbolici e pratici a cominciare dallo <strong>svincolo dal ruolo casalingo </strong>prevalente, fino alla <strong>fine della dipendenza economica</strong> dal maschile, passando per il quasi totale <strong>annullamento delle differenze di compiti e competenze </strong>familiari e sociali a partire dal fattore <em>genere sessuale</em>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Senza entrare in complesse analisi storico-sociologiche che ci porterebbero lontano, mi preme sottolineare un dato che appare cruciale nell’analisi che qui sto svolgendo. Mi riferisco all’esito “biopolitico” di questi cambiamenti, che si potrebbe sintetizzare nel <em><strong>cambio di proprietà</strong></em> <strong>del corpo femminile</strong> che si sottrae al governo socio-culturale delle prescrizioni religiose e culturali inerenti la vita della famiglia e sociale, per definirsi in una giurisdizione autodeterminata. Si realizza così la fine del dominio sul corpo della donna, in precedenza reso disponibile alle esigenze di stabilità e continuità sociale in termini di ruoli e funzioni, ed ora invece indisponibile a tali esigenze ordinatrici.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La conquistata soggettualità sociale ed autogoverno della donna rappresenta quindi un passaggio culturale fondamentale, un viraggio di rappresentazioni sociali per il quale, ad esempio, la donna non è più costretta ad essere incatenata al ruolo di madre di famiglia, ma è chiamata a svolgere una pluralità di funzioni personali e sociali ancora oggi non compiutamente armonizzabili (la vita delle donne si è maledettamente complicata). </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em><strong> La ri-negoziazione all’interno della coppia paritaria</strong></em></span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Svincolata, anche se non totalmente e definitivamente, la donna da una doppia dittatura: da una subalternità nella coppia rispetto al ruolo maschile dominante e dalla dittatura dell’allevamento dei figli, ne consegue un’inevitabile <strong>ri-negoziazione all’interno della coppia</strong> che disarticola i sistemi valoriali e relazionali che fino a poco prima avevano concorso alla stabilità della coppia. Cambiano di conseguenza anche ruoli e funzioni (sociali e psichiche) maschili, con tutto il portato di crisi della virilità di cui si parla tanto ovunque. Cambia dunque l’orizzonte generale di regole relazionali dentro il quale la coppia si muove obbligando gli uomini ad accettare la parità della donna e a condividere tutte le incombenze inerenti la conduzione quotidiana – economica, logistica, morale – di coppia e famiglia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">In questa ri-negoziazione tra sessi, la coppia e i suoi individui non possono far riferimento a modelli relazionali precedenti, ed è costretta ad inventarsi di sana pianta un modello ad hoc di volta in volta a partire dalle caratteristiche specifiche ed uniche di ogni coppia.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Cosa viene chiesto, in sintesi, agli individui affinché esista la coppia contemporanea a seguito di tale ri-negoziazione?</span></p>
<ul>
<li style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Alla donna si chiede di esercitare una soggettualità sociale che comprende il lavorare e l’occuparsi del mondo relazionale, affettivo e familiare allo stesso tempo</span></li>
<li style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">All’uomo di rinunciare alla leadership e di condividere tutto alla pari</span></li>
<li style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Alla coppia si chiede di autofondarsi e autodeterminarsi</span></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Il Piano Economico-Politico</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Stiamo lentamente planando verso il cuore della trasformazioni strutturali che hanno cambiato da pochi decenni a questa parte i <em>codici</em> delle coppie contemporanee plasmandone la loro inedita instabilità.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Dopo aver visto alcune statistiche che testimoniano l’andamento inequivocabile della mutazione in corso, e dopo aver appena visto i principali cambiamenti sul piano storico-antropologico, arriviamo al centro di questa analisi. Strettamente legato al piano dei cambiamenti storici, occorre dunque osservare le più significative trasformazioni socio-culturali avvenute negli ultimi decenni. Tra queste, quella che mi è sembrata più rilevante riguarda l’affermazione nel mondo occidentale del <strong>modello economico</strong> e del suo portato culturale nella vita quotidiana. Mi riferisco alla progressiva <em>economicizzazione </em>come matrice di senso del presente e come canovaccio sul quale tutti i soggetti sociali, comprese le coppie e gli individui delle coppie si muovono. Riconoscere come radice dell’agire e del sentire umano contemporaneo il piano economico non significa certo ridurre l’individuo e la società a meri corollari di tale piano, ma significa piuttosto individuare nell’economia la principale centrale di costruzione della realtà dalla quale discendono tutte le altre trasformazioni sociali.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il modo di vita neo-liberale, nelle sue varianti postbelliche codificate in Europa e in special modo Nord America, che abbiamo esaminato soprattutto nel primo capitolo, corrisponde interamente agli stili di vita contemporanei e ai modelli prevalenti di uomo moderno e traccia i percorsi esemplari del <em>comportamento razionale</em> in tutti gli ambiti dell’esistenza, compresa la vita privata e sociale.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">L’uomo economico contemporaneo, anche grazie ai più recenti meccanismi di diffusione dell’informazione di massa della globalizzazione e degli stili di vita da essi veicolati, diventa il massimo della prevedibilità, governabilità, maneggiabilità, flessibile e reattivo alle modifiche ambientali, nella fattispecie le regole del gioco indotte dal mercato.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Negli ultimi decenni assistiamo dunque, ad un inasprimento di modelli di vita compressi fortemente sul modello economico, su un’idea di razionalità fondata sul concetto di <em>interesse individuale e di utilitarismo</em>, su un concetto di adattamento legato all’accettazione an-etica e a-teoretica della realtà, su un modello di uomo <em>impresario di se stesso</em> sul lavoro come nella vita privata. In sole due-tre generazioni, in un tempo cioè brevissimo (ma dopo lunga incubazione precedente), questi codici simbolici si sono sedimentati e affermati e costituiscono in sostanza, senza possibilità di deroga, l’<em>aria</em> che respiriamo, il <em>cibo</em> di cui ci nutriamo e di cui siamo composti, il <em>software monopolistico</em> che rende utilizzabile il nostro <em>sistema operativo</em>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">In questa chiave e alla luce di questa analisi culturale, appare ancora più comprensibile come anche le <em>regole d’ingaggio</em> della vita di coppia siano mutate profondamente.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Se è infatti una razionalità economica a presidio dell’<em>interesse individuale</em> a governare anche le scelte affettive, i <em>calcoli</em> interiori che vengono svolti nell’approccio all’<em>impresa di coppia</em> sono diventati, come intuibile, in buona parte contrari alla vita di coppia. L’interesse individuale si propone <em>fisiologicamente </em>come contrario rispetto all’interesse di coppia e all’interesse familiare.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">È tutta la vita di coppia, in quanto fondata su presupposti antropologici precedenti a questa nostra epoca, che è diventata intrinsecamente svantaggiosa, “<em>antieconomica</em>” in tutte le sue forme:</span></p>
<ul>
<li style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">richiede un enorme <em>investimento</em> iniziale di energie psichiche che monopolizza l’individuo verso una meta assoluta e prioritaria;</span></li>
<li style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">distoglie in molti casi e per un certo periodo dalle proprie finalità sociali e personali;</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">sposta la centrale d’interesse da “me” a “noi”;</span></li>
<li style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">è un <em>investimento</em> sommamente <em>incerto</em> e per certi versi aleatorio, sottoposto a variabili imprevedibili (l’altro).</span></li>
<li style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">è un investimento, secondo i nuovi criteri psico-economici, <em>irrazionale</em>: la soddisfazione soggettiva dell’individuo sotto l’egida del suo interesse individuale non giustifica in nessun modo di investire per tutta la vita su una sola persona</span></li>
<li style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">determinando uno spostamento di asse decisionale dall’individuo alla coppia, implica una condivisione/responsabilizzazione che trascende l’individuo e che implica l’altro, e costringe perciò l’individuo a compromessi e a cambiamenti negli usuali <em>stili di vita</em> pregressi;</span></li>
<li style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">costringe altresì in qualche misura alla continua <em>revisione del proprio orizzonte valoriale</em> che risulta oltremodo faticosa e incerta<em>.</em></span></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Il Vettore Generativo</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ma l’antieconomicità della coppia è, ricordiamolo, soprattutto un portato culturale, le cui complesse ragioni affondano le radici in molti altre variabili.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">L’<strong>istituzione matrimoniale</strong> ed il <strong>tasso di natalità (e di fecondità)</strong>, di cui abbiamo detto in precedenza, rimandano ad aspetti antropologici sui quali ogni società di ogni epoca e di ogni luogo ha fondato se stessa e le sue regole. Parliamo dunque di strutture psichiche ampiamente sedimentate e sulle quali è immaginabile si siano costruite nei millenni le regole implicite ed esplicite della vita di coppia, dell’approccio ad essa (le <em>regole d’ingaggio</em>), e di tutte le rappresentazioni e codici semantici, connessi. I dati confermano che in Italia la stragrande parte dei figli nasce ancora dentro il matrimonio, mentre i figli nati in unioni differenti sono ancora una percentuale relativamente bassa (seppure in crescita).</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Se la coppia porta all’unione e l’unione porta alla generatività, tale vettore va inteso, psicologicamente, anche come inverso. La coppia da forma all’unione stabile che da forma a sua volta ai codici generativi, ma viceversa invertendo la freccia, accade anche <strong>che è la generatività e l’unione stabile a dare forma alle regole d’ingaggio della coppia, anche a quella iniziale</strong>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">In tale effetto di retroazione psicologica troviamo significati nuovi per la nostra analisi in quanto non è solo il presente ed il passato di una coppia che ne determina il futuro, ma è il possibile futuro, iscritto nei codici sociali prevalenti, che rende possibile nascita ed evoluzione di una coppia. <em><strong>Coppia, famiglia e generatività</strong></em> <strong>si situano su un continuum psicologico atemporale unico e indissolubile che costituisce un piano psichico profondo dell’individuo.</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Le implicazioni di questo intreccio psichico sono innumerevoli nel momento in cui esso va a descrivere scenari differenti a seconda della capacità di ogni individuo e di ogni coppia nell’immaginarsi e poi collocarsi, fin da giovanissimi, dentro o fuori il percorso qui descritto &#8211;  <em>coppia, famiglia e generatività –</em>scoprendo così il ruolo delle rappresentazioni culturali (a loro volta informate da aspetti socio-economici) in questo gioco di forze in campo.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Scopriamo così nuovi significati dell’antieconomicità della vita di coppia radicatisi proprio in questi ultimi decenni.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Ragazze non sposatevi!</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Così recita, infatti, il titolo di un lampante <a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/ragazze-non-sposatevi/2120268" target="_blank"><strong>articolo</strong></a> dell’Espresso del 2 Febbraio 2010 di Sabina Minardi, nel quale si analizza, con taglio giornalistico, la progressiva presa di coscienza della cultura occidentale della sconvenienza totale del matrimonio, in particolar modo da parte delle donne, costrette a sobbarcarsi il peso di un “istituto” (il matrimonio) che ormai, alla luce di quanto sta avvenendo nella società, ha perso ogni senso ed è dunque da archiviare al più presto tra le anticaglie della modernità. Come un oggetto di <em>modernariato</em>, appunto.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Tale sconvenienza si palesa, a mio parere, a partire proprio dai criteri di valutazione <em>economica</em> che qui stiamo descrivendo.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ciò che fino a poco tempo fa corrispondeva ad una forma di realizzazione di sé (sia per uomini che per le donne) ed in particolare per le donne costituiva, ulteriormente, uno dei principali modi di uscire dalla giurisdizione paterna e materna e fare le proprie esperienze, è diventato oggi una vera e propria fregatura da molti punti di vista: per il lavoro e la carriera, per la gestione del tempo, per l’arrivo dei figli, e così via. L’articolo mette insieme molte voci, ben documentate e motivate, contrarie al matrimonio e suggerisce il suo superamento verso auspicabili facilitazioni legislative, culturali ed economiche.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Peccato però che tali facilitazioni non si riscontrino quasi per niente nella realtà sociale italiana e che la politica sembri curiosamente remare contro la formazione di nuove coppie e nuove famiglie. Come mai?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>La politica contro coppie e famiglie</strong></span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">È possibile scorgere, soprattutto in Italia, una posizione della politica nella direzione dell’inconciliabilità strutturale/modellistica tra le esigenze delle coppie in formazione e delle famiglie e quelle della programmazione politico-economica.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Interloquisco qui anche con le inquietudini e le domande sollevate dal già citato libro di Roberto Volpi, <em>La fine della famiglia</em>, dove si pone l’urgenza del sostegno alle donne, alle coppie e alle famiglie affinché la società (italiana) non scompaia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Appare evidente che esiste un’incompatibilità ideologica tra le auspicate (e mai realizzate seriamente) politiche per giovani coppie e famiglie e l’andamento generale della cultura e della politica. Non c’è alcun motivo speciale, infatti, per il quale, nella logica del <em>libero mercato</em> e dei suoi dettami psichici e comportamentali, la coppia dovrebbe godere di deroghe e di un trattamento privilegiato rispetto al principio di autodeterminazione dominante. La coppia (e poi anche la famiglia) si colloca come <strong>qualunque altro soggetto sociale rispetto al libero mercato</strong>. La coppia e soprattutto la famiglia tendono, inoltre, a spendere poco, a risparmiare a guardare al futuro, comportamenti questi che mal si conciliano con il diktat prevalente della nostra epoca: <em>godi, spendi e muori!</em> Infatti il comportamento di risparmio è diventato oggi una assoluta rarità, anche nelle famiglie con tradizioni sobrie alle spalle, e questo dipende certamente dalla maggiore povertà (in termini assoluti) esistente, ma non solo. Sembrerebbe piuttosto un ulteriore cambiamento di costume indotto dai nuovi stili di vita. Le prossime generazioni pagheranno amaramente quanto stiamo loro apparecchiando.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">E dunque vediamo che i capitoli dei programmi elettorali di ogni formazione politica alla vigilia di ogni elezione, infarciti di grandi propositi, sono risultati fino ad oggi carta straccia, semplice retorica atta al rastrellamento di consensi e di voti, e tutti i proclami riferiti a matrici etiche, sociali e religiose per il sostegno economico e sociale di coppie e famiglie dei vari partiti in campo sono solo fumo negli occhi per occultare la triste realtà che vede la famiglia non certo come nucleo umano e bersaglio delle politiche di sostegno, ma essenzialmente come <strong>soggetto economico</strong> e nucleo primario di consumatori più o meno adeguati. È inimmaginabile, alle attuali condizioni etico-politiche, un corso diverso da questo culturalmente prescritto.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Realizzazione di sé e costruzione della coppia e della famiglia seguono ormai ideologie opposte e contrarie e certa politica risponde più facilmente all’incanto e ai desideri di una realizzazione di sé anarchica e priva di vincoli personali e sociali.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Occorrerebbe dunque una inversione a 180° che può essere ispirata soltanto da una consapevolezza diffusa che tutta la nostra società sta alacremente tagliandosi il ramo dove è seduta (spopolamento, denatalità, frammentazione sociale, annichilamento del bene comune, indifferenza per il futuro dei nostri figli; etc.).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il timore è che ci si accorga di questo quando ormai sia troppo tardi è davvero grande.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ma vediamo ora le ricadute psicologiche concrete sulle coppie contemporanee di tutte queste recenti trasformazioni socio-culturali e come è diventata laboriosa la costruzione della coppia nella nostra epoca.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span></p>
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		<title>Quanti soldi ho? Dove finiscono i miei soldi</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Mar 2017 10:44:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi D'Elia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Scenari Sociali]]></category>

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		<description><![CDATA[Tratto da Luigi D&#8217;Elia http://www.psychiatryonline.it/node/5013 Mi capita sempre più spesso di osservare, sia in ambito clinico che non, un curioso fenomeno, probabilmente legato a questi strani tempi. Mi riferisco alla mancanza di consapevolezza delle risorse economiche a disposizione da parte di giovani adulti, anche piuttosto “maturi”. Giovani che in buona sostanza non sanno quanti soldi [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 10pt;">Tratto da Luigi D&#8217;Elia<a href="http://www.psychiatryonline.it/node/5013" target="_blank"> http://www.psychiatryonline.it/node/5013</a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Mi capita sempre più spesso di osservare, sia in ambito clinico che non, un curioso fenomeno, probabilmente legato a questi strani tempi. Mi riferisco alla mancanza di consapevolezza delle risorse economiche a disposizione da parte di giovani adulti, anche piuttosto “maturi”. Giovani che in buona sostanza non sanno quanti soldi hanno in banca e in tasca e quanti ne possono spendere ogni mese o settimana. Una mancanza quasi totale della percezione dei flussi economici e della loro previsionalità che rende di fatto incalcolabile quanto soldi si possiedono, quando finiscono e quanto durano.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il primo caso del genere mi capitò qualche anno fa, direi una situazione emblematica nella sua comicità: Regina (nome fittizio), una giovanissima artista colpita da inaspettata fortuna economica ma mancante, almeno inizialmente, di una corretta percezione delle entità numeriche e quantitative (mancanza colmata poi nel corso della terapia). Mancanza di misura che emerse una volta che, trasferitasi in altra città e dovendo provvedere all’arredamento della casa, pensò bene di ordinare sul web alcuni mobili che le apparivano “convenientissimi”, salvo poi accorgersi trattarsi di modellini in scala 1:10 di mobili antichi, praticamente dei giocattoli. La persona in questione univa quindi difficoltà a misurare i flussi di denaro (sprecò in breve tempo un patrimonio) con una difficoltà a calcolare grandezze, distanze e misure numeriche in genere.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ma se mentre questo caso appariva in qualche modo unico e particolare, ben presto mi sono potuto accertare, col passare degli anni, che esso in realtà altro non era che un caso-precursore. Oggi sono moltissimi i giovani che arrivano in terapia per le più svariate questioni che mostrano inaspettatamente come tratto comune una spiccata insipienza amministrativa. E non parlo solo di figli di papà che vivono di laute paghette, ma anche di giovani single autonomi o persino giovani genitori e coniugi che già da tempo vivono per conto proprio.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Penso ad esempio a Giorgia (nome fittizio), 24 anni, che guadagna 1.300 € al mese, vive a casa col padre, ma a metà mese chiede i soldi al padre. Che mi consti, non si droga non soffre di ludopatia, ma in compenso frequenta spesso l’estetista.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Oppure penso a Pina (nome fittizio), 32 anni, che ha un lavoro a tempo indeterminato, una casa propria senza mutuo, un cagnolino, la mamma che le fa le pulizie e le porta da mangiare, ma non riesce ad arrivare a fine mese e non si riesce a capire perché.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">O ancora penso a Federica (nome fittizio), 28 anni, che dopo che il papà le ha comprato e arredato casa e ha lavorato come impiegata per un anno in una azienda, non ha capito quanti soldi ha sul conto corrente e non ha alcuna idea di quanto le durerà il TFR come riserva intanto che cerca un nuovo lavoro.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Mi sono dunque domandato il perché di questa forma di disattenzione selettiva proprio sui soldi. E qualche pensiero mi è cominciato disordinatamente a girare in testa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>La ricchezza patrimoniale diffusa e l’ascensore sociale funzionante</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Prima di tutto occorre contestualizzare la nostra realtà socio-economica locale dove in sostanza stiamo sopravvivendo grazie alle ricchezze patrimoniali traversali accumulate nei decenni d’oro dal boom economico degli anni’60 in poi, dove l’Italia, da terza potenza economica qual era, riusciva a risparmiare e a creare riserve ancora attive oggi, seppure la crisi stia erodendole inesorabilmente. L’ascensore sociale funzionava per tutti o quasi e non c’è italiano che non annoveri tra i propri avi recenti contadini, artigiani e operai anche solo 1-2 generazioni fa, o al massimo, 3-4 generazioni fa. L’ascensore funzionava e quasi tutti riuscivano a mettere il proprio gruzzolo da parte. Pagare gli studi fuorisede e laureare i figli, comprare casa anche ai figli in Italia era la regola e non l’eccezione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Il “welfare dei nonni”</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">L’erosione dei patrimoni dei decenni precedenti è solo agli inizi. Coloro che all’improvviso si ritrovano senza le spalle coperte sembrano in tanti, ma sono ancora netta minoranza. Intanto il walfare è evoporato velocemente portando via tutti i diritti sociali e lasciando al proprio posto il “welfare dei nonni”, l’assistenza oblativa delle famiglie che sostiene figli e giovani famiglie disoccupati, sottoccupati o sottopagati. L’ascensore sociale s’è bloccato da anni a metà piano e gli attuali genitori non riusciranno a lasciare niente ai propri figli, se non i debiti. Figli che molto probabilmente non riusciranno ad avanzare socio-economicamente e ancora più probabilmente proseguiranno nell’erodere fino all’osso il patrimonio dei nonni e dei padri.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Intanto il supermarket diventa mondo interno</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Su questo scenario di euforia e senso di potenza che giunge dal recente passato, le nuove generazioni, coloro che sono nati negli anni 70-80 e che potremmo definire nativi iper-consumisti, sono coloro che hanno compiutamente introiettato i codici sociali del supermarket e ne hanno costruito tessuto connettivo identitario per poter stare al mondo. Questo comporta, tra le tante possibili conseguenze, che l’eccessiva attenzione ai cordoni della borsa sia nel frattempo improvvisamente diventata fuori moda e farsi i conti in tasca motivo di cattivo umore. Una questione etica ed estetica sul confine dell’indecenza in una società che è fondata sull’acquisto impulsivo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Bolle speculative ed esame di realtà compromesso</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Accade perciò che mentre la disattenzione per la gestione dei soldi genera forme di economia e di economia psichica che somigliano sempre più a bolle speculative (la bolla speculativa diventa icona simbolica del presente), la ricchezza reale di molti di noi va nel frattempo diminuendo. E questo diventa immediatamente una dimensione altamente disadattativa in quanto abbassa drasticamente la capacità di realizzare un esame di realtà e di comportarsi conseguentemente. In un mondo sempre più povero vivono persone sempre meno attente ai propri soldi. Buona fortuna a tutti noi.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Intanto, per non sapere né leggere né scrivere, io propongo a tutti di munirsi di un semplice foglio excel o di una semplice tabella nidificata e di inserire tutte le voci di spesa e di entrata personali o di famiglia e di monitorarle per soli 3-4 mesi. Questo consente di avere una prima idea di come ci comportiamo con i nostri soldi.</span></p>
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		<title>L&#8217;amore romantico non basta: cosa è cambiato nella storia della coppia</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Mar 2017 08:14:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi D'Elia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Coppia]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Piano Storico Dopo aver visto le statistiche inequivocabili che attestano il progressivo tramonto delle strutture sociali coppia e famiglia, proviamo a fare un passo avanti e analizziamo un po’ di storia. Per un fenomeno di questa entità, che riguarda l’intervenuta labilità/instabilità dei legami di coppia, occorre supporre, come per ogni fenomeno umano complesso, una concatenazione [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong><img class="alignleft wp-image-246" src="http://www.psicologoaurelio.it/wp-content/uploads/2017/03/AG-News-Story-1-14.jpg" alt="" width="500" height="283" srcset="http://www.psicologoaurelio.it/wp-content/uploads/2017/03/AG-News-Story-1-14.jpg 984w, http://www.psicologoaurelio.it/wp-content/uploads/2017/03/AG-News-Story-1-14-300x170.jpg 300w, http://www.psicologoaurelio.it/wp-content/uploads/2017/03/AG-News-Story-1-14-768x434.jpg 768w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" />Il Piano Storico</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Dopo aver visto le statistiche inequivocabili che attestano il progressivo tramonto delle strutture sociali coppia e famiglia, proviamo a fare un passo avanti e analizziamo un po’ di storia. Per un fenomeno di questa entità, che riguarda l’intervenuta labilità/instabilità dei legami di coppia, occorre supporre, come per ogni fenomeno umano complesso, una concatenazione di piani interagenti che concorrono a determinare tutti i cambiamenti in oggetto.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Si tratta, in fondo, di comprendere, come mai negli ultimi decenni sia venuto meno – per usare una metafora chimica – quel <em>fattore coagulante</em> che rendeva solida ciò che ora è invece evanescente o liquida, cioè la struttura socio-relazionale della coppia contemporanea.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">A guardar bene, ciò che è più vistosamente cambiato non è la ricerca della vita di coppia: gli individui infatti continuano copiosamente a cercarsi per fare coppia (o perlomeno tentarlo), con la medesima e forse maggiore frequenza rispetto ad epoche precedenti dove la sperimentazione relazionale era, per motivi culturali, spesso interdetta. Allo stesso modo, anche l’importanza assoluta ed intrinseca attribuita alla famiglia come valore e istituzione, non sembra essere calato nelle opinioni degli individui contemporanei.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ma se allora coppia e famiglia continuano a rappresentare, come strutture valoriali, una sorta di <em><strong>“oriente”</strong></em> ancora stabile e luminoso che direziona i percorsi, cosa è veramente cambiato e cosa sta cambiando?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Le variabili che appaiono implicate sono la <em>durata, la solidità/stabilità e la continuità</em> delle coppie stesse, in definitiva le sue <em>regole d’ingaggio</em>: sono queste le fondamentali variabili che osserviamo cambiare vistosamente.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">In una sola generazione, sotto i nostri occhi, con una rapidità impressionante, e senza che questa rivoluzione facesse rumore, anzi, con il massimo della naturalezza possibile, il <em>fattore coagulante</em> dell’essere in coppia ha mutato radicalmente le sue coordinate, le sue <em>reazioni chimiche</em>, il suo aspetto interno ed esterno, senza che questa vistosa e profonda mutazione sia stata intercettata nella sua globalità da analisi e valutazioni che ne rendessero intellegibili i processi e le cause.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Proviamo allora a fare un sintetico excursus dei vari piani in gioco nel tentativo di rintracciare le principali cause favorenti questo cambiamento.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em><strong>Unione d’amore, unione frammentaria</strong></em></span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Del tutto impensabile oggi per gli individui di una coppia occidentale immaginare di escludere il fattore “amore” nella scelta del partner. Certo, anche oggi esistono le unioni fondate su interesse e calcolo, o le unioni fondate su altri bisogni primari, come la fine della solitudine, la libertà, la fame,  etc., ma a parte queste eccezioni, nell’immaginario collettivo di ognuno l’innamoramento e l’amore sono l’indispensabile cemento per i membri della coppia senza il quale non può aver luogo alcun discorso di coppia.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Pensiamo perciò che sia sempre andata così, ma è esattamente il contrario, l’unione d’amore è piuttosto recente nella storia dell’umanità: amore e innamoramento non hanno quasi mai costituito, nella storia dell’umanità, il fattore essenziale della formazione delle coppie. L’amore romantico diventa ingrediente sempre più centrale per la formazione delle coppie solo dal XIX secolo in poi (Francois de Singly), prima nelle classi alte della società, e diventa cultura diffusa solo nel corso del XX secolo ed in special modo dall’ultimo dopoguerra fino ad oggi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Nel libro <em>“Le nuove famiglie”</em> la sociologa della famiglia Anna Laura Zanatta, analizza le diverse e nuove forme di unioni matrimoniali (e non) che caratterizzano le famiglie contemporanee.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il panorama che emerge è quello di una galassia, sempre mutevole, di <em>forme-famiglie</em><a href="http://luigidelia.it/la-coppia-che-non-si-forma-e-che-non-continua-parte-3/2010/09/#_ftn1" target="_blank"><strong><em>[1]</em></strong></a> nate a seguito della profonda crisi che attraversa da decenni l’istituzione matrimoniale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Zanatta nota la curiosa coincidenza tra la crisi del matrimonio e l’affermazione, nella cultura e nelle consuetudini, del <strong>matrimonio d’amore</strong>: <em>“Paradossalmente l’aver posto l’</em><strong><em>amore romantico</em></strong><em>, cioè un corrisposto sentimento di dedizione profonda, a fondamento del matrimonio nella società contemporanea a rendere più fragile di un tempo l’unione coniugale. Nelle società del passato in cui, in tutte le classi sociali, il matrimonio era un’alleanza tra famiglie e i sentimenti degli individui erano del tutto irrilevanti, la stabilità matrimoniale era garantita appunto dagli interessi – economici e di potere – che stavano alla base di tale alleanza. Ora il matrimonio di amore ha preso il posto di quello combinato, le aspettative di felicità della coppia sono molto aumentate. L’unione rischia di perdere la sua ragion d’essere quando il sentimento amoroso viene meno. E poiché sono indeboliti i valori tradizionali, l’unione coniugale si rompe più facilmente di un tempo. La molteplicità dei modelli familiari esprime dunque il pluralismo culturale della società di oggi, cioè in sostanza i diversi modi di dare significato all’esistenza e di concepire la felicità individuale e di coppia”</em>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">In passato dunque l’unione permanente finalizzata alla formazione di una famiglia orientava decisamente le tipologie di scelte, decisioni e parametri per le quali il coinvolgimento sentimentale dei futuri coniugi non appariva affatto essenziale.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Laddove abbiamo dismesso nella nostra epoca le precedenti regole non scritte della “<em>combine</em>” tra famiglie, il criterio nella scelta di partnership sembra aver preso decisamente la strada dell’amore romantico.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ma se è l’obiettivo – la formazione della famiglia – che direziona il campo delle scelte, fin dentro i sentimenti, quali sono gli obiettivi degli individui e delle coppie contemporanee e quali criteri seleziona?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Diventa qui assolutamente palese il mutamento di coordinate – di <em>regole d’ingaggio –</em> che vede le coppie contemporanee costrette in ben poco tempo (in termini psico-antropologici) a riconfigurare radicalmente i loro itinerari e le loro rappresentazioni della vita in coppia. L’amore romantico tra due persone, che appare come elemento di forza nella stabilità della coppia, sembrerebbe invece produrre o comunque concorrere a realizzare (assieme naturalmente ad altre variabili sociali) una frammentazione sia della struttura di coppia che della forma-famiglia che non trova per il momento nessuna ricomposizione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em><strong>Tra tradizione e modernità: una prospettiva antropologica</strong></em></span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Sappiamo viceversa, dagli studi storico-antropologici, che nelle società del passato le unioni fondate sull’amore passionale non appartenevano affatto al dominio della coniugalità, quanto piuttosto ad un registro assolutamente diverso di unione intrinsecamente contrario alla stabilità. In antichità (ed in parte ancora oggi) tra i greci, latini, semiti, indù, arabi, giapponesi, l’amore passionale rappresentava una pericolosa perturbazione dei legami familiari (Menarini R., Amaro C., 1999). I <em>legami familiari</em> (sia coniugali <em>di alleanza</em>, sia di filiazione) andavano protetti in ogni modo in quanto presiedevano al <em>transgenerazionale</em>, alla formazione delle generazioni future. Il <em>transgenerazionale</em> a sua volta era, attraverso la costruzione dei <em>miti</em> religiosi di tipo <em>familistico</em>, alla base della formazione stessa della società.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ciò era ben visibile nella società latina dove tra <em>gens</em>, matrice familiare, ed <em>ethnòs,</em> matrice sociale, vi era totale sovrapposizione e dove, per Seneca, la madre di famiglia doveva essere intesa come una vera e propria <em>funzionaria pubblica</em> in quanto donatrice di prole alla società: <em>mater-munus</em> (da cui la parola <em>matrimonio</em>) significava infatti, dono della madre (Menarini R., Amaro C., 1999).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il mito familiare che ogni civiltà antica ha costruito intorno all’unione coniugale finalizzata alla generatività rappresenta una difesa socio-antropologica a protezione della stabilità delle istituzioni.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Cosa è accaduto per cui oggi ci ritroviamo un capovolgimento delle coordinate così radicale tale per cui ciò che prima rendeva instabile la coppia oggi è rappresentato da ognuno come il pre-requisito essenziale di una coppia?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Occorre qui, a questo punto, ricostruire alcuni macro-passaggi che hanno condotto nella storia all’<strong>ascesa dell’individuo</strong> e della sua incessante e inalienabile <strong>ricerca della felicità</strong>. È infatti nell’humus della ricerca della felicità, dell’autodeterminazione dell’individuo che sembrano articolarsi quei passaggi di cui stiamo parlando.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">I saperi storico-antropologici c’insegnano che nella lunga transizione dal mondo antico a quello moderno, dacché l’individuo era determinato e totalmente iscritto nei <em>legami di appartenenza</em> dei propri gruppi sociali di riferimento, si è passati all’individuo che sceglie e determina i propri legami sociali e si considera (a torto o a ragione) fautore del proprio destino.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Esiste però un’ampissima storia pre-individuale che occorre interrogare nella quale, secondo Marcel Gauchet (2002), si può parlare di “<em>personalità tradizionale”</em>, che corrisponderebbe agli universi sociali anteriori all’individualismo<em>“ordinata attraverso l’incorporazione di norme collettive, […] un’incorporazione che si forma nelle società che si fondano sull’iniziazione, ossia un processo sociale attraverso il quale si realizza l’assegnazione simbolica a uno status di età, di sesso o di rango [&#8230;] L’ante-individuo è letteralmente costituito dalla norma collettiva che porta in sé. Da essa provengono una sicurezza e una solidità che lo rendono effettivamente capace di determinarsi da sé all’interno del quadro ricevuto”</em>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La personalità moderna invece <em>“nasce nella solitudine del proprio pensiero così come il pensiero nasce nella solitudine del soggetto. […] Emerge un individuo pensante che si autocrea e si autoafferma”</em> (D. Marcelli, 2003) <em>“è l’età dell’oro della coscienza e della responsabilità, un’età d’oro che comporta chiaramente come contropartita logica la messa in evidenza di un inconscio in cui si rifugia la parte simbolica che non ha più spazio nel funzionamento collettivo, in cui le regole del diritto sostituiscono l’autorità delle usanze e degli dei</em>” (M. Gauchet, 2002).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">“<em>Nel mondo occidentale l’individuo avanza maestosamente, trionfando nella propria vita, pensando di non dover rendere conto a nessuno se non a sé stesso. […] La sua libertà, un principio fondamentale ripetuto ogni giorno, non sopporta altri limiti al di fuori di quelli scelti e decisi da lui stesso. […] Il nostro pensiero ci appartiene, come il nostro corpo, e nessun altro al di fuori di noi ha su questo pensiero e su questo corpo un diritto superiore al nostro. Questa credenza è condivisa da coloro che ci circondano e questa condivisione rafforza la nostra convinzione e la nostra credenza. E’ questo il paradosso dell’individualità!”</em> (D. Marcelli, 2003).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Diventando l’individuo fautore del proprio destino, s’indeboliscono di conseguenza i <em><strong>legami di appartenenza</strong></em> iscritti sotto l’egida del codice tribale e fraterno, ma s’indeboliscono parallelamente anche i <em><strong>legami di alleanza</strong></em> che si pongono invece sotto l’egida della differenza dei sessi e delle appartenenze familiari e che sono, secondo gli antropologi, i legami sociali propedeutici alle unioni coniugali<a href="http://luigidelia.it/la-coppia-che-non-si-forma-e-che-non-continua-parte-3/2010/09/#_ftn2" target="_blank">[2]</a>.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Torniamo dunque, dopo questa traiettoria, all’<em>amore romantico</em> come pietra angolare dell’unione coniugale contemporanea.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Se l’amore romantico rappresenta il principale obiettivo socialmente sedimentato a fondamento delle odierne coppie, quali criteri di unione stabile esso è in grado di generare nell’epoca del tramonto/indebolimento dei legami sociali (e nella fattispecie dei legami di alleanza)?</strong></span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Cosa diventa un rapporto subito dopo i primi mesi di innamoramento? Quali obiettivi comuni è possibile porsi? Dove rintracciare il senso dello stare assieme al di là delle gratificazioni personali e di coppia (finite le quali finisce la coppia)?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">L’esperienza ci suggerisce piuttosto che una coppia che intenda rimanere assieme più di pochi mesi, ed intenda darsi slancio in <em>progetti</em> non effimeri, si ritrova oggi a fare tutta una serie di operazioni mentali e non, che però vanno ascritti sempre alla responsabilità e autodeterminazione dei singoli o della singola coppia (e non più alle regole non scritte della società), alla loro capacità di ridurre drasticamente le aspettative, di prendere coscienza di sé e della situazione, di farci i conti, di avere il piacere della scoperta, di tollerare le immani fatiche quotidiane, comprese le incompatibilità personali. Operazioni queste che, come ci dicono le statistiche, sembrano produrre più spesso esito infausto o altamente controverso, piuttosto che un stato di stabilità.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Sembrerebbe dunque essersi smarrito il “libretto d’istruzioni” di questo complicatissimo e meraviglioso giocattolo, cosicché ad ognuno di noi tocca avventurarsi e scoprire che si tratta di un percorso minato e ad ostacoli dove si può rimanere folgorati o schiantati dalla fatica o semplicemente travolti dalla confusione, risucchiati da mille questioni di natura personale e sociale per le quali oggi sembra diventato maledettamente difficile dare continuità (per chi sia interessato a questo) ad una relazione e ad una vita sentimentale.</span></p>
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		<title>La coppia è diventata evanescente: alcuni numeri che lo dimostrano</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Mar 2017 23:01:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi D'Elia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Coppia]]></category>

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		<description><![CDATA[I giovani innamorati degli anni precedenti ai nostri (anni ’50, ’60, ’70) nulla potevano sospettare di quanto sarebbe accaduto negli anni successivi. Dice Paul Valery, “il futuro non è più quello di una volta“. Ed è andata proprio così: il futuro che hanno in mente le coppie odierne è sideralmente lontano da quello che immaginavano i [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="rtejustify">
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">I giovani innamorati degli anni precedenti ai nostri (anni ’50, ’60, ’70) nulla potevano sospettare di quanto sarebbe accaduto negli anni successivi. Dice Paul Valery, “<em>il futuro non è più quello di una volta</em>“. Ed è andata proprio così: il futuro che hanno in mente le coppie odierne è sideralmente lontano da quello che immaginavano i teneri fidanzatini dei decenni precedenti.Negli ultimi decenni è avvenuta, in brevissimo tempo, una rivoluzione silenziosa che ha cambiato la vita di molti di noi: la coppia con i suoi vecchi e nuovi meccanismi di fondazione e mantenimento ha subito un attacco frontale di proporzioni inedite ed attualmente tali meccanismi si sono fortemente indeboliti, talora, possiamo dire, distrutti, tal che, come mostrano alcuni dati statistici (ma è anche diffusa percezione di molti addetti ai lavori e non), è possibile affermare che le coppie contemporanee incontrino soverchie difficoltà a formarsi e/o durare.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Nell’ampia fascia di età (13-60) nella quale si è maggiormente esplorativi riguardo le progettualità di coppia, in tutte le sue varianti – dalla coppia adolescenziale alla coppia dell’età giovanile orientata alla formazione di una famiglia, fino alla coppia coniugale nella famiglia – si riscontra una nuova evanescenza e la significativa variazione di priorità interiori rispetto ad epoche recenti.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> Questo conduce a nuove forme di sofferenza, nonché ad altre criticità, inerenti proprio alle fatiche e alle ferite relative alla costruzione/manutenzione della coppia stessa, divenuta negli ultimi decenni oltremodo difficoltosa, oltre naturalmente a sofferenze nella vita familiare, laddove la coppia è dentro famiglie già formate o in unioni di lungo corso.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ma l’effetto più vistoso che l’evanescenza della coppia produce riguarda, attraverso l’esito di una conseguente minore natalità, il prevedibile <strong>spopolamento della nostra società</strong> in tempi rapidi. Evenienza questa che obbliga ogni studioso sociale a riflessioni più approfondite. Cosa accade, infatti, in una civiltà nella quale <strong>generatività e ricambio generazionale hanno </strong>oltrepassato una soglia critica (in basso)? Cosa vuol dire questo dato? Quali conseguenze psichiche e sociali si realizzano in una società nella quale le coppie non riescono più a stare assieme, non riescono o non vogliono costruire famiglie e fare figli?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Tra gli studiosi sociali che si occupano di queste domande troviamo anche gli psicologi e psicoterapeuti attuali i quali trattano infatti, tra gli innumerevoli problemi dei propri utenti, un’alta percentuale di problematiche legate alla <em>vita affettiva e sentimentale</em>, e utilizzano molto del loro tempo, delle loro energie e dei loro pensieri occupandosi di questioni dei loro utenti inerenti questa vastissima gamma di situazioni che sono gravitanti, volendo essere sintetici, intorno ai tentativi di <strong>formazione della coppia da un lato e/o al complicato mantenimento della stessa, dall’altro</strong>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Gli psicologi ritrovano spessissimo ad operare con ventenni-quarantenni in continuo scacco con il progetto-coppia, reduci da numerosi tentativi falliti, che hanno rinunciato ad affrontare o hanno rimandato sine die l’appuntamento con il loro desiderio di famiglia e di figli, salvo poi scoprirlo come irraggiungibile. O con ventenni terrorizzati dalla semplice prospettiva di un incontro che potrebbe cambiare loro la vita. Oppure con gli stessi ventenni-quarantenni incastrati mani e piedi dentro le loro famiglie di origine impossibilitati ad immaginare una loro autonomia, seppure soltanto abitativa. Oppure ancora con coloro che, essendo riusciti a costruire una parvenza di stabilità di coppia e poi anche una famiglia con figli, si accorgono ben presto, e con una certa delusione, dell’eccessiva instabilità di ciò che hanno raggiunto e costruito.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ci si accorge – e personalmente mi sono ritrovato non senza stupore a rilevare – che nessuno dei nostri utenti (ma anche dei nostri conoscenti) vive la dimensione della coppia come priva di problematiche <em>importanti</em> o perché vissuta come irraggiungibile o non componibile, oppure, laddove esistente, tale dimensione è gravemente minacciata, sotto scacco, destrutturata, evanescente. Avanza la sensazione che la dimensione di coppia sia divenuta oramai <em>svantaggiosa</em>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Queste situazioni però, contrariamente a quanto si potrebbe pensare in prima battuta, non riguardano sono quella fetta di popolazione che corrisponde all’utenza dello psicologo (anzi, coloro che riescono a riconoscere tali difficoltà e si fanno aiutare si danno una chance in più), ma come vedremo più avanti la maggioranza dei giovani contemporanei.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Proverò qui ad esplorare, nei limiti delle mie possibilità e delle mie chiavi di lettura, sicuramente parziali, quali meccanismi, e su quali piani poliedrici, si sono determinati i cambiamenti di asse, di centro di gravità, di significazione, di codici di rappresentazione soggettivi e sociali che sono alla radice delle nuove difficoltà delle coppie contemporanee e del loro nuovo <em>statuto </em>(una seconda parte riguardante sempre la coppia, ma dal punto di vista terapeutico, la trovate nel capitolo successivo). Tale esplorazione vuole essere propedeutica per il lavoro dello psicologo non solo con le coppie, ma con tutti gli individui che portano criticità in questo vasto ambito, e prelude ad alcune indicazioni che sono contenute alla fine del lavoro stesso.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Dal punto di vista dell’approccio teorico al problema in oggetto, in quanto fenomeno di massa, e certamente non solo <em>psicologico</em>, l’assunzione di punti di vista provenienti da altri ambiti del sapere, diventa essenziale per aumentarne la comprensione.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> Occorre dunque innanzitutto studiarlo utilizzando in primis gli strumenti della statistica ed epidemiologia, ma anche di altre scienze storico-sociali (storia, sociologia della famiglia, antropologia, economia politica), discipline queste che, per ragioni rigorosamente legate alla programmazione socio-politica, sono obbligate a comprendere il movimento della società (nella fattispecie italiana, ma anche occidentale). E solo successivamente occorre integrare gli strumenti dei modelli psicologici.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> Solo dentro questo movimento più ampio è possibile leggere adeguatamente le trasformazioni di comportamenti, abitudini, rappresentazioni e pensieri intorno alla vita delle singole coppie.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>I Numeri (Crudeli) delle Coppie Italiane</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il testo dello statistico Roberto Volpi, il cui amaro titolo, “<em>La fine della famiglia</em>”  (Mondadori, 2007), prelude all’auspicio contrario (in particolare nel capitolo III, “<em>La coppia che non c&#8217;è</em>”) dove vengono illustrati alcuni dati interessanti, e alcune tabelle dell’ultima rilevazione ISTAT che verte sullo stesso argomento.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> Vediamoli insieme.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> <em>Tabella 1 &#8211; Percentuale popolazione che vive in coppia (dati 2001)</em></span></p>
</div>
<table border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Età</strong></span></td>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>%</strong></span></td>
</tr>
<tr>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Fino a 24</span></td>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">5,1</span></td>
</tr>
<tr>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">25-34</span></td>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">45,0</span></td>
</tr>
<tr>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">35-44</span></td>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">75,0</span></td>
</tr>
<tr>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">45-54</span></td>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">80,8</span></td>
</tr>
<tr>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">55-64</span></td>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">78,6</span></td>
</tr>
<tr>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">65-74</span></td>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">66,9</span></td>
</tr>
<tr>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">75-84</span></td>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">46,0</span></td>
</tr>
<tr>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">85 e più</span></td>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">20,7</span></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<div class="rtejustify" style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>Tabella 2 &#8211; Giovani di 25-29 anni che vivono in famiglia</em></span></div>
<table border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>Giovani</em></span></td>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>1991</em></span></td>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>2001</em></span></td>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>2003</em></span></td>
</tr>
<tr>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Maschi</span></td>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">52,5</span></td>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">65,5</span></td>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">69,7</span></td>
</tr>
<tr>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Femmine</span></td>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">32,3</span></td>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">46,7</span></td>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">49,9</span></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<div class="rtejustify" style="text-align: justify;">
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>Tabella 3 – Percorsi affettivi. Dati Istat 2010</em></span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><img src="http://www.psychiatryonline.it/sites/default/files/Risorse/tabella5.jpg" alt="" /></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>Tabella 4 &#8211; Popolazione celibe/nubile (&gt; 24 anni)</em></span></p>
</div>
<table border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>1991</em></span></td>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>2001</em></span></td>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>Differenza</em></span></td>
</tr>
<tr>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">5.673.719</span></td>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">8.170.888</span></td>
<td class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">+2.497.169       +44%</span></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<div class="rtejustify"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Riassumendo, non ci sono molti dubbi circa la lettura di queste cifre:</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> l  sotto i 35 anni sono la maggioranza (il 55%) coloro che non vivono in coppia (<em>Tabella 1</em>);</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> l  fino ai 29 anni è sempre crescente il numero di coloro che vivono in casa (circa il 60% in media tra maschi e femmine) (<em>Tabella 2)</em>;</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> l  I percorsi affettivi tendono a rimanere sempre più statici e conservativi (<em>Tabella 3)</em></span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> l  la popolazione celibe/nubile è in netta espansione (<em>Tabella 4)</em>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Inoltre, occorre aggiungere un altro dato: le famiglie che hanno un <em>capofamiglia</em> minore di 35 anni sono circa l&#8217;11%, praticamente una netta minoranza. <strong>La famiglia giovane è già oggi un&#8217;assoluta rarità</strong>.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> Considerando che si tratta di dati già di alcuni anni fa (2001-2003), e quindi non recentissimi, c&#8217;è da supporre che queste tendenze siano ancora in accentuazione.Seguendo questo sviluppo e proiettando questi dati “crudi” nel futuro, tra non molti anni la coppia stabile diventerà una piccola minoranza nel nostro paese.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> I più ottimisti intravedono in queste trasformazioni sociali i segni di cambiamenti in itinere che condurranno a mutazioni antropologiche e alla re-invenzione delle cellule sociali un tempo chiamate coppie e famiglie: ad esempio, nuove forme di socialità e di famiglie, talora simili a quelle del passato, come le famiglie allargate. Ma nessun segnale fa presagire al momento che questo sviluppo della società possa avvenire e tale ottimismo somiglia più ad una pia speranza. Tutto piuttosto fa pensare che l&#8217;eclissi della coppia proseguirà ancora e che le nuove forme di coppie e famiglie corrispondano più a soluzioni di ripiego che ad attendibili alternative embrionali.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Volpi aggiunge, tra i numerosi spunti di analisi e riflessione del suo prezioso testo, altri dati abbastanza clamorosi che letti nell&#8217;insieme ci indicano una direzione inequivocabile della realtà sociale relativa a coppie e famiglie, (parliamo della realtà italiana, ma si potrebbe estendere ad ogni paese occidentale).</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> In un tempo considerato brevissimo in termini di mutamenti sociali e culturali, dalla metà degli anni &#8217;70 ad oggi, nel giro cioè di una generazione;</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> l  sono diminuiti i matrimoni di un terzo</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> l  sono diminuite le nascite di oltre un terzo</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> l  si è dimezzato il numero medio di figli per donna (da 2,4 a 1,2)</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Nella successiva tabella, visualizziamo la progressiva e inesorabile tendenza degli ultimi 14 anni, anche se in realtà la discesa parte, come detto, dagli anni ’70.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><img src="http://www.psychiatryonline.it/sites/default/files/Risorse/tabella3.jpg" alt="" /></span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> <em>Tabella</em><em> 5 &#8211; Matrimoni, Divorzi, Separazioni. Periodo 1995-2008 </em>(Dati Istat 2010)</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Non stiamo dunque parlando di normali fluttuazioni statistiche dovute alla mutevolezza delle condizioni socio-economiche, ma parliamo di una tendenza della società che è più profonda, a matrice culturale, che non mostra andamenti alternativi a questo, anzi, che pare accentuarsi sempre più.</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> <em>“Non ci si mette in coppia, non ci si sposa, non si fa famiglia quando ci sono le età giuste: logico che neppure si facciano figli, perché non si può certo contare sulla fecondità di quanti invece si mettono assieme con o senza matrimonio in tarda età [&#8230;]”</em>. I figli, aggiunge Volpi, sono diventati “sconvenienti” rispetto al progetto di coppia, quasi inessenziali. <em>“Perso l&#8217;ancoraggio con i figli, la famiglia si sbilancia sempre più verso la prevalenza di esigenze e spinte individuali piuttosto che verso una superiore logica familiare che riesca a conciliarle senza per questo annullarle”</em>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ma cosa c&#8217;entra, si obietterà, il discorso su <em>figli </em>e <em>famiglia</em> con il discorso <em>coppia</em> che appare evidentemente come preliminare, propedeutico, iniziale rispetto a quegli altri? Non si rischia di cortocircuitare e poi saturare di significati impropri il tema della formazione e mantenimento della coppia con prospettive che appaiono incongrue e/o lontane?</span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> E poi, soprattutto, cosa può essere accaduto nel mondo in soli pochi decenni, tale da giustificare una rivoluzione dei costumi di questa portata? Leggi i prossimi capitoli.</span></p>
</div>
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		<title>Vivere a corto raggio. Quale rapporto tra mente e destini del pianeta?</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Mar 2017 11:27:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi D'Elia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Scenari Sociali]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Se il modello avido-consumistico produce un tipo umano centrato su un presente infinitamente dilatato e mai autosufficiente, mai soddisfatto di sé, quali conseguenze sono intravedibili all’orizzonte, di contro, specie se gli scienziati ci annunciano plumbei ed insostenibili futuri per il nostro pianeta? Come può questo tipo umano affrontare le sfide, ardue, che il futuro [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Se il modello avido-consumistico produce un tipo umano centrato su un presente infinitamente dilatato e mai autosufficiente, mai soddisfatto di sé, quali conseguenze sono intravedibili all’orizzonte, di contro, specie se gli scienziati ci annunciano plumbei ed insostenibili futuri per il nostro pianeta? Come può questo tipo umano affrontare le sfide, ardue, che il futuro ci presenta? E soprattutto come si modificano i nostri più comuni atteggiamenti a fronte di una riprogrammazione così pervasiva e profonda dei nostri stili di vita?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Sospetto fortemente dei toni catastrofisti, è un modo per mobilitare le angosce, non i pensieri utili al cambiamento. E già in politica si fa a gara a mobilitare i peggiori sentimenti umani, disgusto, indignazione, rabbia, paura, direi che abbiamo già dato e direi che i fatti ci dicono che non è questa la strada per cambiare alcunché.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Esiste però una forma, diciamo così, <em>illuminata </em>di catastrofismo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">“<em>La Terra ci è data in prestito dai nostri</em> <em>figli</em>” recita un detto amerindo, citato dal filosofo <strong>Jean-Pierre Dupuy</strong><strong> </strong>in un suo – tragicamente attuale – pamphlet di qualche anno fa che ha come titolo “<em>Piccola metafisica degli tsunami. Male e responsabilità nelle </em><em>catastrofi</em><em> </em><em>del nostro</em><em> </em><em>tempo</em>”. Abbiamo in usufrutto questo ecosistema dal nostro futuro. Ma il futuro non può rendersi così reale e vincolante per i contemporanei, ammonisce Dupuy il quale, cita un passo di Günther Anders a proposito di Noè e dell’incipiente diluvio universale. Lo riassumo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Nessuno riusciva a prenderlo sul serio Noè, che da tempo annunciava una catastrofe che non avveniva mai, e allora cospargendosi il capo di cenere come per piangere i propri morti: “<em>ben presto ebbe radunato intorno a sé una folla curiosa e le domande cominciarono ad affiorare. Gli venne chiesto se qualcuno era morto e chi era morto. Noè rispose che erano morti in molti e, con gran divertimento di quanti lo ascoltavano, che quei morti erano loro. Quando gli fu chiesto quando si era verificata la catastrofe, egli rispose: domani. Approfittando quindi dell’attenzione e dello sgomento, Noè si erse in tutta la sua altezza e prese a parlare</em><strong><em>: dopodomani il diluvio sarà una cosa che sarà stata</em></strong><em>. E quando il diluvio sarà stato, tutto quello che è non sarà mai esistito</em> […], <em>se sono venuto davanti a voi, è per invertire i tempi, è per piangere oggi i morti di domani</em>”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La frase <em>“dopodomani il diluvio sarà una cosa che sarà stata”</em> la trovo di una fulgida bellezza e di un potenziale trasformativo notevole.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Cosa distingue un portatore di sventura da un “<em><strong>catastrofista illuminato</strong></em>” (così ama definirsi Dupuy)? Tutto. Il portatore di sventura si auto-profetizza la sfortuna e così facendo vi si predispone. Il catastrofista illuminato fa una valutazione realistica e radicalmente attuale (per come possiamo renderci attuale e reale il futuro) dei pericoli di distruzione che lo circondano e, aggiungo, che lo riguardano in prima persona fin dentro i propri comportamenti spiccioli (fumare, ad esempio), cioè tiene conto dell’”<em><strong>aspetto sistemico del male</strong></em>”, e prova a salvarsene. “<em>Il catastrofismo illuminato è un’astuzia che consiste nel dividere l’umanità dalla sua violenza, facendo di quest’ultima un destino, senza intenzione, ma in grado di annientarci</em>”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La frase che si sente ripetere più spesso in questo momento nei dibattiti televisivi e nella maggior parte delle analisi sul tema della <strong>sicurezza o meno degli impianti nucleari</strong> è più o meno questa: “non facciamoci prendere dall’emotività di questo momento per decidere o meno sul nucleare nel nostro paese”. Quale essenza di saggezza e razionalità si scorge in questa retorica anticatastrofista. Certo, confermerebbe uno psicologo, le decisioni sull’onda emotiva non sempre sono le migliori, analizziamo freddamente le probabilità e gli inciampi della nostra istintiva irrazionalità. Dupuy definirebbe questa posizione <em>psychologically correct</em> senz’altro come una “<em><strong>derealizzazione del futuro</strong></em>” di stampo metafisico, di una metafisica razionale, però.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Proviamo perciò a cogliere l’<em>aspetto sistemico del male</em><strong><em> </em></strong>che ci circonda, assieme a tutte le tecnologie della distruzione in generale che da Auschwitz e Hiroshima in poi contraddistinguono la nostra epoca, e non si fa fregare dalla retorica derealizzante di una certa razionalità politica. In fondo, ci avverte Dupuy: “<em>la corsa sconsiderata verso l’abisso ha la tipica forma dell’autotrascendenza”.</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">D’altro canto se non vogliamo fare la fine della leggendaria rana che nuota nella pentola prima tiepida e poi bollente, dobbiamo per forza inerpicarci fino al bordo del pentolone e provare a guardare cosa c’è davanti a noi nel tempo futuro. E dobbiamo farlo presto.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il documentario &#8220;<a href="http://www.raistoria.rai.it/articoli/eco-della-storia-ultima-chiamata/24675/default.aspx"><strong>Ultima chiamata</strong></a>&#8221;  racconta il nostro presente e il nostro futuro, visto dalla prospettiva di una razionalità umanitaria. L’umanitarismo scientifico che animò il gruppo di scienziati del MIT (promosso dal Club di Roma e finanziato dalla fondazione Volkswagen), allorquando pubblicò nel lontano 1972 le previsioni sul futuro del mondo nel notissimo e dibattutissimo libro “<strong>I limiti dello sviluppo</strong>”. Il documentario oltre ad illustrare alcuni capisaldi di quella iniziativa attraverso la voce diretta dei suoi autori a 40 anni di distanza, si sofferma anche sul clima culturale di quel gruppo, cosa che dal punto di vista di uno psicologo di gruppo come me risulta estremamente interessante.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Volendo fare una estrema sintesi di questo documentario, emerge il tentativo degli scienziati del MIT di mettere assieme breve, medio e lungo termine. Un’impresa mai tentata prima che richiedeva una certa sfrontatezza. Tutte le singole crisi erano, profeticamente, intese come sintomi di un’unica crisi globale per la quale è la stessa sostenibilità planetaria in discussione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La mente umana è “tarata” per concepire sistemi semplici e non è in grado di proiettarsi né su sistemi complessi, né su dimensioni relazionali molto più estese della famiglia, né su prospettive temporali più ampie della propria vita. E questo limita molto la comprensione di sistemi più complessi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Jay Forrester, esperto in dinamica di sistemi del MIT incarica un gruppo di giovani scienziati tra cui i prinicipali autori sono: Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows, Jørgen Randers e William W. Behrens. Il libro descrive 12 possibili scenari futuri dai peggiori a quelli sostenibili, la sostenibilità è determinata dalle scelte umane. Lo scenario degli scenari riguarda essenzialmente la crescita esponenziale di demografia, economia, consumi e sfruttamento delle risorse in un pianeta fisicamente finito, cioè limitato.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Non ci sarà un adattamento graduale, visti i ritardi sulle decisioni importanti, e sfondata la soglia della sostenibilità ci potrebbe essere una riduzione organizzata, un declino assistito oppure sarà la natura stessa a riportarci nei limiti della sostenibilità.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Nel 1985, il presidente Reagan in un discorso inaugurale, rispondendo proprio a quel rapporto afferma: “<em>non ci sono limiti allo sviluppo e all’espansione umana quando</em><em> </em><em>gli uomini</em><em> </em><em>sono liberi di seguire i propri sogni</em>”. Riporta così al centro una visione miope, cioè a breve termine, che consente lo sviluppo incontrollato e deregolamentato dell’espansionismo economico, ben presto divenuto il neoliberismo finanziario che ci ha portato all’attuale crisi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Nel 1992 Bush padre alla conferenza per l’ambiente di Rio dice: “<em>20 anni fa alcuni parlarono dei limiti dello sviluppo, oggi sappiamo che lo sviluppo è il motore del cambiamento ed è amico dell’ambiente</em>”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Insomma gli appelli documentati degli scienziati sull’andamento insostenibile cadono sistematicamente nel vuoto neutralizzati in genere da una sorta di miope scetticismo alimentato dall’impossibilità di concepire modelli di vita e modelli economici sostenibili alternativi a quelli attuali. Lo scioglimento dei ghiacciai e i vistosi cambiamenti climatici già in parte in atto e quelli che ci attendono nei prossimi decenni (saranno i nostri figli e nipoti ad occuparsene) non sembrano riguardarci e forse solo quando Manahattan sarà sott’acqua potremo globalmente muoverci verso una correzione dei nostri stili di vita, ma forse sarà troppo tardi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">In questo senso, dice Dennis L. Meadows, uno degli autori del rapporto, “<strong><em>un modo per cambiare è smettere di immaginare di raggiungere la sostenibilità spostandosi sulla resilienza, spostandosi cioè da uno</em></strong><strong><em> </em></strong><em>sviluppo sostenibile</em><strong><em> </em></strong><strong><em>ad uno sviluppo di sopravvivenza.</em></strong><em> </em><em>La resilienza è la capacità di assorbire un trauma continuando a svolgere le stesse funzioni</em>”. Ma immaginare di adattarci al peggio è una tragica sopravvalutazione delle possibilità umane. Non dobbiamo rassegnarci a colludere, in buona fede, con l’omeostasi attraverso la spinta ad una normalizzazione e alla resilienza a tutti i costi. Ci sono momenti in cui anche un concetto nobile come quello di resilienza deve quanto meno relativizzarsi e talora lasciare il posto alla necessità di cambiamenti più profondi. Il sistema capitalistico e gli attuali sistemi politici tarati sul pensiero a breve termine (profitto e consenso) appaiono del tutto impossibilitati ad intervenire e auto correggersi sul lungo termine, e di questo sono ben consapevoli anche gli scienziati autori di questi disperati appelli.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ma qual è il contributo che possono dare le scienze psicologiche al cambiamento dei sistemi umani verso la sostenibilità? Credo che possa essere ampio e decisivo (vedere ad es. le ricerche <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Mihaly_Csikszentmihalyi">di Mihaly Csikszentmihalyi</a> e di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Tim_Kasser">Tim Kasser </a>).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La psicologia può senz’altro aiutare a comprendere quei processi decisionali che incidono nelle nostre vite, ma può anche accompagnare a sviluppare consapevolezza e promuovere la tolleranza alla fatica di utilizzare un approccio razionale nelle organizzazioni sociali. Non limitandosi ad accettare la dialettica tra istanze utilitaristiche e istanze comunitarie, ma osando di più e inoltrandosi nel cuore delle pratiche collaborative dimostrando come sia interesse di tutti e quindi di ognuno applicare i principi di razionalità comunitaria legati alla qualità della vita quotidiana, percepibile da ognuno di noi a partire dalla comune esperienza individuale e relazionale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">L’idea quindi che il concetto di sostenibilità appartenga al piano psicologico-sociale nello stesso modo in cui riguarda il clima, l’economia, l’ecologia, significa cogliere radicalmente la <strong>circolarità tra i diversi piani della sostenibilità.</strong><strong> </strong></span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">  </span><br />
<span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> Attraverso il costrutto <strong>Sostenibilità Psico-sociale</strong> le pratiche psicologiche possono approfondire lo studio degli attuali stili di vita, alla luce dello stato di salute dei sistemi ecologici e antropici in cui l&#8217;uomo è attualmente &#8220;ambientato&#8221;. Non si tratta solamente di sviluppare una psicologia del comportamento ecologico e pro-sociale, su cui esistono già numerose ricerche utili e importanti, né di una mera corrispondenza tra esterno e interno, tra dentro e fuori. Si tratta invece di compiere un salto epistemologico espressamente richiesto dalle critiche condizioni del Pianeta e dei sistemi socio-culturali. Una prospettiva interpretativa che rappresenti la condizione umana in maniera più comprensiva, volta al superamento di sterili dicotomie (come mente vs. corpo, interno vs. esterno).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Con il concetto di Sostenibilità Psico-Sociale si può rappresentare un insieme di strumenti volti alla valutazione della qualità di vita, del benessere individuale e sociale,  dei meccanismi interpretativi che permettano di coniugare lo studio dell&#8217;ambiente ecologico-economico-culturale e lo studio dell&#8217;ambiente psichico e relazionale. Dall’analisi delle relazioni e dei processi di cambiamento possiamo cominciare a comprendere non solo gli indicatori per leggere il presente ed il passato, ma soprattutto, offrire sistemi di pensiero e di azione innovativi, volti a costruire nuovi e migliori stili di vita nel futuro.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Questo il piano di analisi del pianeta. Proviamo ora, con un salto, a scendere sul piano dell’individuo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>Prova ad immaginarti tra 5, 10 o 20 anni. Pensa ad un punto di fuga su un foglio dove si dirigono tutte le linee verso l’orizzonte. Proviamo a disegnarlo questo punto di fuga.</em> Questo è un genere di frasi che mi capita di ripetere durante le mie sedute di psicoterapia, specie con pazienti o situazioni che appaiono arenate, ferme, predestinate, cronicizzate. Sono domande che durante un percorso psicoterapeutico necessitano talora di essere poste più e più volte dal momento che per taluni, all’inizio, è davvero inimmaginabile anche solo porsele.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Svincolarsi dal giogo oppressivo di un presente incombente e fonte di malessere, di una vita collassata sull’oggi e al massimo sul domani; smarcarsi dal ricatto dell’istantaneo, mettersi in cammino su un sentiero impervio e lungo. La psiche s’incammina quando trova una strada davanti. Ma non sempre questa strada si offre allo sguardo. Più spesso la mente rimane nel limbo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Una mente sospesa nel vuoto del limbo e assediata dal sintomo o da un’angoscia sorda senza nome può al massimo limitarsi a sopravvivere e a ripetere le stesse giornate sempre uguali e alla fine crolla.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La mente ha bisogno di gradini vicini dove appoggiarsi, ma anche di stelle nel cielo a cui guardare per orientarsi, di pietre nel centro torrente sulle quali saltare per attraversarlo, ma anche della visione della fine del viaggio. Agganci vicini e agganci lontani, persino lontanissimi. Una mente disancorata e priva di punti di fuga, prossimi e remoti, è una mente fragile, ricattabile, in balia degli eventi, una mente <em>intrascendibile</em>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Non bisogna confondere questa vitale ricollocazione della mente nel flusso temporale tra passato, presente e futuro prossimo e remoto, come un voler creare inattendibili aspettative o inabitabili utopie. Non è questo. È solo un ristabilimento di un linearità.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Prima citavo Jørgen Randers, co-autore tra gli altri dell’imponente lavoro del MIT sui <em>Limiti dello sviluppo</em>, nel 1972 e più recentemente dell’aggiornamento dal titolo <em>2052. Scenari globali per i prossimi quarant&#8217;anni. Rapporto al Club di Roma</em>, 2013.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Randers dice oggi qualcosa che risulta piuttosto gravoso nella sua evidenza. Mentre tutte le previsioni ci danno come prossime (decenni) alcune catastrofi ambientali annunciate a causa del fatale andamento inflattivo di tutti i sistemi planetari a causa dell’impatto del genere umano sul pianeta (<em>antropocene</em>), l’attuale governance mondiale si trova nell’impossibilità di modificare questi andamenti dissipativi e autodistruttivi in quanto totalmente ripiegata su visioni a breve termine ed incapace a allungare lo sguardo oltre la punta del proprio turgido naso. Da un lato <strong>il sistema economico-finanziario </strong>mira al <strong>profitto immediato </strong>in una cornice che descritta dal punto di vista psicopatologico sembra sempre più migrare dal “semplice” narcisismo trionfante e utilitaristico verso una fenomenologia francamente psicopatica, non solo priva di empatia ma anche di rimorsi morali. Parallelamente e congiuntamente <strong>il sistema politico</strong> delle democrazie e delle oligarchie dominanti mira a ottenere il <strong>consenso a breve termine</strong> per le prossime elezioni e a conservare le rendite di posizione di potere consolidate raggiunte. La sensazione che tutto si tenga ricorda tanto l’orchestrina del Titanic che continua a suonare mentre la nave cola a picco.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Non è possibile quindi alcuna programmazione a lungo termine né a livello locale, né tanto meno a livello globale per la salute del pianeta e per una riduzione dell’impatto consumistico. Programmazione a lungo termine divenuta del resto inderogabile in vista degli sviluppi involutivi dei prossimi decenni, che diventeranno i giganteschi problemi quotidiani delle 1-2 generazioni prossime. I nostri figli e nipoti, in sostanza, avranno a che fare con grane di portata apocalittica da sbrigare, ma poiché siamo stati programmati a muoverci e pensare su sistemi a corto raggio temporale, non riusciamo in nessun modo a proiettarci nei loro panni. In parole povere: fatti loro.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Questa organizzazione economica e politica totalitaria appare oggi paradigma della vita mentale, modello ispiratore precisamente speculare alla fenomenologia del “fiato corto” degli individui che ci impone di abitare archi temporali brevissimi, al massimo l’arco vitale, e reti relazionali di stretta prossimità, famiglia e poche relazioni amicali. Una sorta di miopia egocentrica o se vogliamo una bolla prossemica, estensione di un sé coartato, solo poco più ampia e corazzata dentro la quale ci rifugiamo per sopravvivere, aiutati da mille dispositivi di isolamento, coazione e chiusura. Miopi talpe costrette a scavare cunicoli sotterranei e ad adattarsi a luoghi bui. Ma mentre questa miopia poteva avere senso su strutture antropologiche del passato, laddove le comunità erano meno mobili e in contatto tra di loro, oggi la condivisione globale dei destini rende assolutamente obsoleto questo modo di procedere ed obbliga ad un rapido cambiamento di paradigma.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ci ritroviamo quindi come operatori della psiche ad affrontare assieme a tutti gli altri scienziati e soggetti consapevoli e di buona volontà, una questione epocale di assoluta rilevanza e responsabilità che personalmente tradurrei come <strong>il contributo che la coscienza individuale e collettiva può portare nella comprensione e cambiamento di sistemi complessi.</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Mi spiego meglio. Gli analisti dei sistemi complessi sanno bene che uno dei principali fattori e punti di leva di cambiamento di un sistema complesso e di applicazione di contromisure (secondo alcuni il principale) è proprio la “coscienza” di chi osserva, intesa qui come consapevolezza profonda e unitaria, una sorta di insight, che consente salti di qualità. Non solo quindi conoscenza degli elementi, variabili, caratteristiche, connessioni, cambiamenti, fluttuazioni, elementi caotici e imprevedibili, ma precisamente <strong>cambiamento della coscienza dell’osservatore</strong>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">I processi di consapevolezza che informano la coscienza di legami complessi avvengono attraverso la possibilità di connettere all’unisono e in un quadro nuovo dati precedentemente scollegati e apparentemente non attinenti alla propria realtà sensibile. Questi processi hanno ha che fare più con l’esperienza quotidiana che con una comprensione intellettuale, seppure occorra ad un certo punto elevarsi ad una visione del pensiero etico di tipo universalistico oltre che ad una sintesi complessiva personale dei fattori interagenti in corso.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il compito delle scienze e delle pratiche psicologiche diventa prevalente nell’indicare i percorsi della coscienza, di allargare e proiettare in avanti le prospettive della mente e delle generazioni. Nel disegnare insomma quel famoso punto di fuga sull’orizzonte sul foglio di carta.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 10pt;"><em>Questo articolo è una sintesi rielaborata dei seguenti articoli: D’Elia Luigi, </em><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/03/15/piccola-metafisica-delle-catastrofi/97684/"><em>Piccola metafisica delle catastrofi </em></a><strong><em> su ilfattoquotidiano.it, 2011/2; </em></strong><em>D’Elia Luigi,</em><a href="http://www.psychiatryonline.it/node/4964"><em>Ultima chiamata. Quando persino la resilienza è nemica della sostenibilità.</em></a> <em>PSYCHIATRY ON LINE ITALIA, 2014/4; D’Elia Luigi, </em><a href="http://www.psychiatryonline.it/node/4979"><em>Vivere a corto raggio. Quale rapporto tra mente e destini del pianeta?</em></a><em> PSYCHIATRY ON LINE ITALIA, 2014/5</em></span></p>
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		<title>L&#8217;avidità</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Mar 2017 11:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi D'Elia]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;avidità, non trovo una parola migliore, è valida, l&#8217;avidità è giusta, l&#8217;avidità funziona, l&#8217;avidità chiarifica, penetra e cattura l&#8217;essenza dello spirito evolutivo. L&#8217;avidità in tutte le sue forme: l&#8217;avidità di vita, di amore, di sapere, di denaro, ha impostato lo slancio in avanti di tutta l&#8217;umanità. (dal film Wall Street) Riflettere sull&#8217;avidità oggi, inoltre, nel [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; padding-left: 420px;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>L&#8217;avidità, non trovo una parola migliore, è valida, l&#8217;avidità è giusta, l&#8217;avidità funziona, l&#8217;avidità chiarifica, penetra e cattura l&#8217;essenza dello spirito evolutivo. L&#8217;avidità in tutte le sue forme: l&#8217;avidità di vita, di amore, di sapere, di denaro, ha impostato lo slancio in avanti di tutta l&#8217;umanità. </em></span></p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 420px;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><em>(dal film </em>Wall Street<em>) </em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Riflettere sull&#8217;avidità oggi, inoltre, nel bel mezzo di una crisi economica mondiale (a tale causa attribuita da molti commentatori e analisti sociali), sembrerebbe un contributo “a tempo scaduto”, ma forse non è ancora troppo tardi. Se non altro può essere un contributo utile a futura memoria.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Quale sia stata la curiosa traiettoria che ha condotto questa caratteristica umana, considerata nel passato una delle peggiori bassezze umane, ad assurgere a caratteristica accettata, o almeno consueta, se non proprio a novella virtù moderna, è impossibile da ricostruire nel dettaglio in queste poche pagine. Di certo, questa mutata rappresentazione ha origini relativamente recenti se ancora nel &#8216;600 Moliere irrideva al suo Arpagone, e nell&#8217;800 Dickens perseguitava il suo Ebenezer Scrooge con i fantasmi. O forse proprio perché l&#8217;avidità – e la sua controvoce avarizia – stavano diventando caratteristiche umane sempre più comuni, qualcuno si prendeva la briga di prendersi beffe. Chissà&#8230;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Nella Grecia antica, l&#8217;avidità <em>(<span style="font-family: symbol;">filarguria, <span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif;">filarguria</span></span><strong>)</strong> </em>era considerata, secondo Socrate, un vizio vergognoso <em>“al pari della compagnia dei cadaveri, le cui cause sono: l&#8217;illiberalità, l&#8217;incapacità di moderare i desideri, il non accontentarsi della autarkeia, ovvero dell&#8217;autosufficienza economica, che sembra essere l&#8217;unica forma accettabile di ricchezza dettata da natura”, </em><em>essa domina quando &#8216;si è governati da qualcuno peggiore&#8217; e trasforma i cittadini al potere in mercenari e ladri”. Oppure incompatibile con ogni forma di moralità secondo Antistene; ed ancora madrepatria di tutti i mali secondo Diogene; o addirittura secondo Crisippo un vero e proprio morbo una deficienza conoscitiva (un giudizio distorto), che attribuisce valore morale alla ricchezza e la trasforma indebitamente in un bene (Emidio Spinelli, </em><a href="http://lgxserver.uniba.it/lei/sfi/bollettino/164_spinelli.htm"><em>http://lgxserver.uniba.it/lei/sfi/bollettino/164_spinelli.htm</em></a><strong><em>).</em></strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">In area latina la musica non cambia: “<em>L&#8217;avidità non ama che il denaro, cosa non certo tipica dei saggi; questa forma di avidità è simile ad un veleno mortale; illanguidisce il corpo e l&#8217;animo dell&#8217;uomo; è sempre inesauribile e insaziabile, né l&#8217;abbondanza, né la penuria di mezzi riescono a placarla.”</em> (Gaio Sallustio Crispo) </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">In era ed area culturale cristiana, dopo l&#8217;inequivocabile metafora del cammello e della cruna dell&#8217;ago (Marco 10, 17-25), non vi sono dubbi su come la dottrina cristiana considerasse l&#8217;avidità e gli avidi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Posizione etica confermata successivamente nelle prime comunità cristiane:<strong> “</strong><em>L’avidità del denaro infatti è la radice di tutti i mali e, per averlo grandemente desiderato, alcuni hanno deviato dalla fede e si son trafitti di molti dolori&#8221; (Timoteo </em>6:10<em> ) </em>e<em> “Ma coloro che vogliono arricchirsi cadono nella tentazione, nel laccio e in molte passioni insensate e nocive, che fanno sprofondare gli uomini nella rovina e nella distruzione.&#8221; (Timoteo</em> 6:9<em> LND). </em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Nel medioevo, la pessima opinione sull&#8217;avidità non decresce, come dimostra la ben nota lupa dantesca (Inferno, Canto I), personificazione della cupidigia,</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Nel pensiero antico, o comunque pre-moderno, dunque, la condanna morale dell&#8217;avido discendeva dalla considerazione che egli fosse qualcuno coartato (<em>illiberalità</em>) o deficitario (<em>incapacità a moderarsi</em>) o per nulla saggio e dunque portatore di giudizi distorti (oggi diremmo che l&#8217;avido è portatore di una <em>disregolazione degli impulsi</em> e di una loro gestione <em>compulsiva</em>), insomma l&#8217;avido è qualcuno che è diventato schiavo di basse passioni o di istinti, qualcuno cioè che si costringe a dirottare sciaguratamente le proprie energie spirituali sottomettendole ad un pernicioso regime di schiavitù e dunque ad una degenerazione morale. Tale degenerazione morale rendeva agli occhi degli antichi l&#8217;avido come pericolosamente <em>antisociale</em>, come qualcuno meritevole del massimo disprezzo in quanto, attribuendo valore a ciò che non ne aveva (la ricchezza), capovolgeva indebitamente l&#8217;orizzonte etico ed il suo piano valoriale, minacciando la distruzione dei legami sociali.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Oggi, ovviamente, troviamo tutt&#8217;altra scena sotto il nostro cielo: la ricchezza, attraversando la storia ed i suoi tortuosi percorsi, è diventata, specialmente dopo la <em>revisione</em> calvinista, prima una prova della provvidenza divina nella vita terrena a favore degli uomini giusti a laboriosi; e poi s&#8217;è definitivamente sdoganata come valore in sé, dal XVIII secolo in poi, nell&#8217;affermazione dell&#8217;<em>homo oeconomicus</em> e dei suoi principi razionali ed ordinatori dei processi sociali stessi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">A partire da questo scenario, cambia radicalmente nell&#8217;ultimo secolo ed in particolare negli ultimi decenni il rapporto dell&#8217;uomo con la tecnologia ed i suoi prodotti. Cambia il modo di produzione, gli oggetti della produzione (merci), cambiano, in sintesi, le simbologie e le rappresentazioni più profonde riguardanti il possesso degli oggetti, il loro rapporto con l&#8217;identità (individuale e collettiva), il loro significato sociale, l&#8217;immaginario su di essi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Tutto ciò avviene in parallelo con l&#8217;istituzione di una circolarità, sempre più pervasiva, tra regole economiche (votate all&#8217;incessante ricambio e all&#8217;obsolescenza delle merci), regole culturali e regole psichiche.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Come abbiamo visto prima, Foucault parla, senza mezze misure, di un processo che definisce di <em>veridizione</em>, cioè di attribuzione di senso e di verità, che dal XVIII secolo in poi pone al centro della storia<em> il mercato</em>, le sue regole e la sua razionalità come pietre angolari della vita umana, attraverso un progressivo perfezionamento dei modelli di vita a partire dai modelli economici e politici neo-liberali.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La cultura e la società fondate sul mercato sono autodeterminate-autoreferenti, immotivate, neutrali, a-morali, esse <em>si spiegano con niente, tranne che con il proprio dinamismo</em>. E la dinamica generatrice di segni (e non più di significati) è diventata sommamente quella del circuito merce-consumatore, prova provata, nel suo essere perfetta e autosufficiente, dell&#8217;essenza ordinatrice moderna della libertà: la scelta. <em>L&#8217;attributo del consumatore è la scelta e la natura cooperativa della comunità consumistica viene determinata dalla libertà della scelta</em>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ma, aggiunge ancora Bauman, <em>l&#8217;impulso al consumismo, come l&#8217;impulso alla libertà in genere, annienta la possibilità di soddisfarsi. Occorre quindi sempre più libertà di quanta se ne abbia</em>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ecco allora che ciò che nella sensibilità delle società del passato risultava chiaramente una sorta di scompenso/abiezione (morale, spirituale) attribuibile al carattere avido, oggi non può esserlo più, soprattutto non può essere così facilmente e sbrigativamente giudicato e forse consolatoriamente archiviato. Anzi, giungiamo, attraverso questa parabola storica, al compimento più elevato del carattere avido, alla sua completa legittimazione, o se vogliamo alla sua piena santificazione, nell&#8217;attuale società consumistica che appare disegnata perfettamente a sua immagine e somiglianza in una progressiva sublimazione di sue proprie caratteristiche. Si potrebbe addirittura affermare che l&#8217;avidità ha dato forma alla cultura contemporanea e che la cultura ha sublimato il carattere avido rendendolo paradigma di se stessa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Se dunque in passato l&#8217;abiezione morale dell&#8217;avidità poteva essere considerata e rintracciata a partire dalla sua intrinseca antisocialità, oggi non possiamo più porre la questione in questi termini, non ci soddisfa più e non solo un giudizio etico che in qualche modo tende a chiudere nello stesso momento in cui affronta il problema dell&#8217;avidità.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">A partire da questa astensione dal giudizio sbrigativo sull&#8217;avido, dobbiamo allora fare un passo indietro e supporre che, in quanto appartenente pienamente alla nostra più comune<em> umanità</em>, esista una <em>componente fisiologica dell&#8217;avidità</em> sulla quale s&#8217;è potuta innestare un&#8217;intera cultura e le sue rappresentazioni.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Occorre allora comprendere innanzitutto la fisiologia dell&#8217;avidità, la sua componente per così dire, <em>di base</em>, comune a tutti (l&#8217;avido che c&#8217;è in ognuno di noi, o l&#8217;avido che ciascuno di noi è), che si colloca con ogni probabilità in meccanismi biologici di sopravvivenza individuali e di gruppo: dobbiamo cioè supporre che il carattere avido abbia una sua matrice adattativa. E da qui poter dedurre l&#8217;avidità come carattere autonomo, di <em>deriva</em>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Pensiamo ad esempio – per essere più vicini a materiale storico prossimo alle nostre memorie personali e familiari – ai vistosi cambiamenti di abitudini alimentari ai quali abbiamo assistito nell&#8217;ultimo dopoguerra e ai guasti prodotti dal rapido passaggio da uno stato evidentemente carenziale ad uno connotato da sovrabbondanza, con l&#8217;aumento vertiginoso di patologie mediche e psicologiche connesse all&#8217;alimentazione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ci coglie a questo punto la splendida immagine comica di Totò, morto di fame, che in <em>Miseria e Nobiltà</em> salta assieme agli altri commensali con tutti i piedi sulla tavola inaspettatamente imbandita, mangia con le mani ogni cosa sia a sua portata e addirittura si infila gli spaghetti in tasca. Quale immagine dell&#8217;arte riesce a descrivere con maggiore sintesi l&#8217;essenza dell&#8217;avidità? Solo che <em>quella</em> avidità guittesca ci appare comprensibile ed anche simpatica in quanto indotta da una pregressa situazione di carenza. Parliamo, appunto, di una forma di avidità <em>necessaria</em>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ma pensiamo anche ai nostri nonni (o genitori), ancora abituati a conservare (e accumulare) ogni piccolissimo oggetto nella prospettiva di una sua potenziale utilità o un suo impiego futuro.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Questi meccanismi non si possono propriamente definire ancora come avidi <em>in sé</em>, quanto piuttosto come compensatori, di una forma di avidità <em>reattiva</em>, ancora utilitaristica e quindi non ancora autoreferenziale, come il carattere avido <em>in sé</em> invece rappresenta.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">L&#8217;accumulo, il <em>mettere in cascina</em>, e se vogliamo il risparmio, rappresentano dunque il correlato adattativo dell&#8217;avidità, il suo <em>lato chiaro</em>, onnipresente e se vogliamo legittimo, rispondente.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Del resto, il concetto stesso di economia si fonda esattamente su quello di<em> carenza</em>: non esisterebbe alcuna economia, né scienza economica, in presenza di una corrispondenza esatta tra fabbisogni e risorse ed è sempre sullo scarto, o meglio, per essere ancora più precisi, sull&#8217;<em>allocazione alternativa e ottimale da fornire alla merce rara</em>, che si pongono le basi delle scienze economiche.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">In fondo, se ci soffermiamo ad esplorare questo concetto appena espresso, vi scorgiamo immediatamente dei correlati psicologici di tutta evidenza laddove scopriamo ad esempio come certi meccanismi di rinforzo positivo (e di controllo comportamentale) trovino agio proprio a partire dalla imprevedibilità del premio (e dunque dalla sua <em>scarsità</em>), come accade nei diabolici meccanismi di aggancio dei videopoker, delle slot-machine, delle lotterie, dei gratta e vinci, induttori di dipendenza compulsiva.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Freud dice: <em>“siamo così fatti da poter godere intensamente del solo contrasto, ma soltanto assai poco di uno stato di cose in quanto tale. [&#8230;] Quel che ha nome felicità scaturisce dal soddisfacimento, perlopiù improvviso, di bisogni compressi e per sua natura è possibile soltanto in quanto fenomeno episodico”</em>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Come a dire che il piacere esiste in funzione di <em>bisogni compressi</em>, cioè anche qui a partire dalla <em>scarsità</em> di risorse e dalla conseguente insoddisfazione cronica di bisogni.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il <em>presupposto di scarsità</em> sembrerebbe, dunque, orientare originariamente il campo psichico dell&#8217;avido e mobilitare le sue energie verso la ricerca sfrenata di sicurezza a scongiura di brutte sorprese. Allo stesso modo, rintracciamo in tale presupposto analoga premessa concettuale dei principi dell&#8217;economia come scienza ed in questa convergenza di presupposti, una validazione ed una coerenza dell&#8217;analisi in corso.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Possiamo supporre che l&#8217;avido agisca, in un certo senso, in maniera <em>preventiva</em>, che sia qualcuno che tema oltremodo di confrontarsi con il vissuto della scarsità, ma che tema al contempo anche le conseguenze positive, emotive, del piacere e della felicità connesse alla “decompressione” liberatoria legata alla risoluzione della tensione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">L&#8217;avido previene la tensione ed i suoi pericoli, evita la sorpresa, l&#8217;imprevisto, vissuti invariabilmente come esperienze negative, pericolose, disorganizzanti. Egli ha formalizzato e fissato come proprio meccanismo di piacere quello della sicurezza. Egli sembra aver sostituito il piacere della sorpresa e della catarsi liberatoria con un piacere (probabilmente meno efficace) della sicurezza legata all&#8217;accumulo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Non mi soffermo sulle ragioni o cause di questa maturata consapevolezza dell&#8217;avido, non è tanto questo interessante, quanto piuttosto che questa posizione psicologica appare oggi ampiamente condivisa sul piano culturale. Economia politica ed economia affettiva e libidica si sono saldate in un&#8217;unica forma di economia personale divenuta sistema.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong> </strong></span></p>
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